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Strani incontri nel bosco. Cappuccetto rosso, il lupo e il counselor filosofico. Luca Nave

Un giorno, presso lo studio del counselor filosofico, si presenta una bambina che si chiama Cappuccetto Rosso. Il motivo della richiesta di aiuto dipende da una brutta esperienza vissuta la settimana prima nel bosco ai confini del paese. La piccola narra che è stata ingannata da un lupo cattivo che ha incontrato lungo la strada che conduce alla casa della nonna dove era diretta per portarle un cestino pieno di cose buone. Il lupo l’ha anticipata e, ingannando anche la nonna, è entrato nella sua abitazione, ha indossato i suoi vestiti e si è sdraiato nel suo letto. Quando Cappuccetto Rosso è arrivata se la voleva sbranare. Solo il provvidenziale intervento di un cacciatore ha consento il lieto fine della storia.

Anche le storie che prevedono un lieto fine possono lasciare tracce di pensieri ed emozioni malsane. Cappuccetto Rosso racconta al counselor filosofico che dopo questa triste vicenda ha paura di avvicinarsi al bosco e addirittura di allontanarsi dall’uscio di casa sua. Prova i brividi, un tremore e un timore alla sola idea di allontanarsi troppo dalla sua abitazione.  “Può essere un’agorafobia patologica”, pensa di sfuggita il counselor filosofico prima di congedare la piccola alla fine del primo incontro e fissare l’appuntamento per la settimana successiva.

Il counselor filosofico sa bene che nulla si può risolvere al primo incontro, e riflettendo su come impostare la prossima seduta, pensa se davvero la piccola possa aver sviluppato un vero e proprio trauma psichiatrico. Visto che il suo compito non è fare diagnosi decide di recarsi a casa del suo amico psichiatra che abita nel bosco, vicino alla casa della nonna di Cappuccetto Rosso.

Il giorno successivo parte di buon’ora, e verso la metà del suo cammino decide di fare una pausa per mangiare il panino con la marmellata che aveva preparato per colazione. Si siede ai piedi di una quercia maestosa quando vede spuntare un grosso lupo. Dapprima sembra un po’ diffidente ma poi con aria mansueta si avvicina al counselor filosofico per chiedere informazioni in merito alla sua presenza nel bosco.

I due si presentano e iniziano una piacevole conversazione. Il counselor filosofico sospetta che il lupo possa essere il protagonista della vicenda narrata da Cappuccetto Rosso e fa vagamente cenno alla storia che sta circolando in paese di una bambina che ha avuto una brutta esperienza in quel bosco. Il lupo diventa improvvisamente triste e inizia a raccontare questa storia.   

 “Il bosco era la mia casa. Ci vivevo e ne avevo cura. Cercavo di tenerla linda e pulita. Quando un giorno di sole, mentre stavo ripulendo della spazzatura che un camper aveva lasciato dietro di sé, udii dei passi. Con un salto mi nascosi dietro un albero e vidi una ragazzina piuttosto insignificante che scendeva lungo il sentiero portando un cestino. Sospettai subito di lei perché vestiva in modo buffo, tutta in rosso, con la testa celata come se non volesse farsi riconoscere.

Naturalmente mi fermai per controllare chi fosse. Le chiesi chi era, dove stava andando e cose del genere. Mi raccontò che stava andando a casa di sua nonna a portarle il pranzo. Mi sembrò una persona fondamentalmente onesta, ma si trovava nella mia foresta e certamente appariva sospetta con quello strano cappellino. Così mi decisi di insegnarle semplicemente quanto era pericoloso attraversare la foresta senza farsi annunciare e vestita in modo così buffo. La lasciai andare per la sua strada, ma corsi avanti alla casa di sua nonna. Quando vidi quella simpatica vecchietta, le spiegai il mio problema e lei acconsentì che sua nipote aveva immediatamente bisogno di una lezione. Fu d’accordo di stare fuori dalla casa fino a che non l’avessi chiamata, di fatto si nascose sotto il letto. Quando arrivò la ragazza, la invitai nella camera da letto mentre io mi ero coricato vestito come sua nonna. La ragazza tutta bianca e rossa, entrò e disse qualcosa di poco simpatico sulle mie grosse orecchie. Ero già stato insultato prima di allora, così feci del mio meglio suggerendole che le mie grosse orecchie mi avrebbero permesso di udire meglio.

Ora, quello che volevo dire era che mi piaceva e volevo prestare molta attenzione a ciò che stava dicendo, ma lei fece un altro commento sui miei occhi sporgenti. Adesso puoi immaginare quello che cominciai a provare per questa ragazza che mostrava un aspetto carino ma che era evidentemente una bella antipatica. E ancora, visto che per me è ormai un atteggiamento acquisito porgere l’altra guancia, le dissi che i miei grossi occhi mi servivano per vederla meglio. L’insulto successivo mi ferì veramente. Ho infatti questo problema dei denti grossi. E quella ragazzina fece un commento insultante riferito a loro. Lo so che avrei dovuto controllarmi, ma saltai giù dal letto e ringhiai che i miei denti mi sarebbero serviti per mangiarla meglio. Adesso, diciamo la verità, nessun lupo mangerebbe mai una ragazzina, tutti lo sanno; ma quella pazza di una ragazzina incominciò a correre per casa urlando, con me che la inseguivo per cercare di calmarla. Mi ero tolto i vestiti della nonna, ma è stato peggio. Improvvisamente la porta si aprì di schianto ed ecco un grosso guardiacaccia con un’ascia. Lo guardai e fu chiaro che ero nei pasticci. C’era una finestra aperta dietro di me e scappai fuori. Mi piacerebbe dire che è la fine di tutta la faccenda, ma quella nonna non raccontò mai la mia versione della storia. Dopo poco incominciò a circolare la voce che io ero un tipo cattivo e antipatico e tutti incominciarono a evitarmi.

Non so più niente della ragazzina con quel buffo cappuccio rosso, ma dopo quel fatto non ho più vissuto felicemente.”[1]

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Il counselor filosofico esprime un profondo disappunto per la vicenda accaduta al lupo, il quale ricorda una frase pronunciata da un suo vecchio amico filosofo che sosteneva, all’incirca, che “la storia è scritta dai vincitori con il sangue delle vittime; non esiste una verità oggettiva – aggiunge – ma solo punti di vista che raccontano la verità”.

Il dialogo con il lupo si annunciava interessante, ma visto l’appuntamento con lo psichiatra, il counselor filosofico è costretto a congedare il lupo. Decidono di vedersi il giorno successivo per riprendere il loro discorso sulla verità e sulla realtà, pensando che anche il lupo, vittima di quella bambina pestifera, potrebbe trarre giovamento dal counseling filosofico per riconquistare la felicità perduta in seguito a questa brutta vicenda.

Nel percorso che conduce verso la casa dello psichiatra una domanda, anzi, diverse formulazioni della Domanda, riecheggiano nella sua mente: “Chi ha ragione? Dove si nasconde la verità? Come sono andati i fatti nella realtà?”. Visto il suo orientamento costruttivista il counselor filosofico è consapevole che se si esula dal mondo della logica formale e della scienza esatta (entro certi limiti) la verità non esiste perché esistono solo le interpretazioni, per quanto il suo essere filosofo lo rende amante di una verità che vorrebbe possedere tutt’intera, di quella verità che, secondo Platone, “non potrebbe essere negata né dagli uomini né da Dio”.

Giunge così a casa dello psichiatra al quale racconta la storia di Cappuccetto Rosso e del lupo da entrambi i punti di vista e aggiunge le sue considerazioni filosofiche e metafisiche a riguardo della verità e della realtà. Ma lo psichiatra, senza andare troppo per il sottile, è categorico nelle sue affermazioni: “E’ evidente che se la bambina ha paura di allontanarsi dall’uscio di casa è vittima di un trauma; potrebbe sviluppare un’agorafobia patologica, con annesso rischio di cadere vittima degli attacchi di panico”. Per suffragare questa diagnosi elenca tutti i sintomi del Manuale Diagnostico Statistico che riscontra nel comportamento fobico della piccola qual è descritto dal counselor filosofico. Visto che Cappuccetto Rosso non può entrare nel bosco chiede al counselor filosofico di fissare un appuntamento con la bambina e sua madre presso l’ambulatorio di salute mentale del paese dove lo psichiatra presta servizio, aggiungendo che se il colloquio confermerà la sua diagnosi, esiste un farmaco miracoloso che la aiuterà a guarire da questa brutta turbe della psiche”.

Il counselor filosofico acconsente ma è profondamente perplesso. Cappuccetto Rosso è certamente turbata ma non sembra malata. Non vuole negare la verità della scienza psichiatrica ma nel cammino di ritorno verso casa, da buon costruttivista, pensa che forse anche la psichiatria non dice, sempre, tutta la verità.

Cosa fare?

La verità non esiste ma non possiamo vivere in assenza della verità. Ritiene allora che l’unica cosa che possa fare è lasciare agire l’autentica filosofia che ha il potere di consentire alle persone di vivere nella verità pur nella consapevolezza che la Verità non esiste. Possiede un prezioso strumento che permette di sostenere questo apparente paradosso tra verità e non verità che è il dialogo. Quando il dialogo è autentico avviene l’incontro-scontro tra i due diversi lògoi, che si possono scambiare (dia-) proprio perché sono diversi e distanti. Dove c’è una veduta comune della realtà non c’è dia-logo ma mono-logo, un’unica narrazione dominante che propone una certa prospettiva e un certo sguardo univoco sulla realtà.  

Dopo aver preparato il terreno con i due protagonisti, il counselor filosofico annuncia loro l’idea di organizzare una sessione di counseling filosofico in coppia dove mettere in dialogo le loro visioni del mondo. Entrambi si mostrano piuttosto incerti e preoccupati ma dopo aver ottenuto le rassicurazioni del counselor filosofico accettano e si incontrano il giorno successivo.

All’inizio della sessione c’è una certa diffidenza che si legge nelle parole e nei gesti dei due protagonisti ma il counselor filosofico è abile nel creare il “giusto ambiente della relazione” e il “clima empatico dell’incontro”. Lascia poi agire la filosofia che lentamente svela il trucco e l’inganno in cui cade vittima chi possiede solo un pezzo di verità e ritiene che quella rispecchi tutta la realtà. Non esiste una verità e una realtà uguale per tutti ma grazie al dialogo si può costruire una realtà che può accogliere i diversi punti di vista; il dialogo filosofico, nella ricerca di ragioni e argomenti, e contro-ragioni e contro-argomenti, non annulla le differenze ma consente di farle coesistere in una narrazione inclusiva e accogliente che può permettere una convivenza pacifica tra soggetti che hanno bisogno della verità per vivere bene con se stessi e con gli altri. Cappuccetto Rosso e il lupo si rendono conto del potere perverso delle nostre interpretazioni della realtà e delle credenze che ci costruiamo in base ad esse, e grazie a questa consapevolezza costruiscono una comune visione di se stessi e del loro mondo che permette di convivere felici e in pace.

E lo psichiatra? Il counselor filosofico avrebbe voluto invitare anche lui all’incontro ma temendo che li avrebbe presi per pazzi, ha ritenuto che era meglio evitare di coinvolgerlo, pur consapevole che anche lui, se ben predisposto in scienza e coscienza, poteva trarre vantaggio dal dialogo con la filosofia.    

 


[1] La storia di Cappuccetto Rosso raccontata dal Lupo” è di Lief Fearn; la traduzione di S. Bacciocchi; il testo è tratto dal “Manuale per educatori” distribuito dall’Associazione CasaPace

 

2020 12 13

 

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