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Sanpa: una serie molto filosofica che interroga il mondo della cura e delle comunità

La Docuserie di Netflix fa discutere e impone di interrogarsi sul passato ma anche sul presente del mondo della cura delle tossicodipendenze. I temi del rispetto dell’autonomia del paziente, del paternalismo clinico e della linea sottile tra bene e male sono infatti più attuali che mai.
 

“Non ho mai sopportato chi diceva che era tutto bene, non ho mai sopportato chi diceva che era tutto male”, dice il giornalista Luciano Nigro, in uno degli episodi della Docuserie del momento: SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano.

In effetti, tutto pare studiato per lasciare lo spettatore in quella posizione per molti versi scomoda che è quella del dubbio. Scomoda, perché stare nella domanda, nell’interrogazione, è difficile: siamo per lo più abituati a prendere repentinamente una posizione su tutto, vogliamo dire la nostra, amiamo il giudizio e la sentenza e molto meno l’assenza di una verità certa e limpida. Insomma, tra le luci e le tenebre non ci sappiamo stare.

SanPa chiede una fatica, uno sforzo: il racconto lascia grande spazio all’opinione dello spettatore, generando una spontanea ambiguità rispetto a schieramenti o tifoserie ben precisi. Girata con grande perizia, la serie si ispira a eccellenze del true crime internazionale quali Making a Murderer e Wild Wild Country e presenta l’eredità storica e politica di un uomo come Muccioli, che si scopre sempre più, proseguendo nella visione degli episodi, dibattuta e controversa. Il documentario cerca di mantenere una certa imparzialità sui fatti, lasciando parlare i filmati dell’epoca (ricavati grazie a ore e ore di documentazione e montaggio) e le interviste di ex ospiti della comunità e altre personalità coinvolte nella storia di San Patrignano. D’altro canto, come ben sappiamo, la scelta di certe scene piuttosto che di altre, di un certo montaggio, di specifici pezzi di intervista, non consentono mai una totale e perfetta obiettività.

Sembra che questo documentario non abbia tanto l’ambizione di raccontare “la verità”, bensì di costruire un collage di immagini e di testimonianze di un’epoca e di una comunità di vita, che abitui lo spettatore a comprendere che la verità più spesso ci sfugge e che dunque non sempre è così semplice arrivare a formulare un giudizio.

Purtroppo, nonostante l’impegno dei produttori, la tendenza a schierarsi pro o contro si è comunque manifestata nel pubblico. Specialmente perché la comunità di San Patrignano ha voluto “prendere le distanze” dalla serie, rea di aver dato più spazio alle tenebre piuttosto che alle luci. È probabile che lasciare grande spazio alla testimonianza di persone fortemente legate alla comunità e a Muccioli, ma al tempo stesso anche palesemente critiche, sia stata letta come un errore e uno sbilanciamento. Eppure, a ben vedere, si tratta di una scelta molto coerente: se voglio creare un racconto in cui i pro e i contro continuamente si alternino e si bilancino, i testimoni che incarnano la contraddizione sono proprio coloro cui occorre lasciare la parola. Dare spazio alle tifoserie e giustapporre il bianco e il nero non avrebbe sortito l’effetto desiderato: quello di spingerci a fare un esercizio di epochè, ovvero di sospensione del giudizio.

L’opportunità inscritta nella serie SanPa è quella di evitare i dogmatismi e di non lasciarci scivolare troppo velocemente verso una o l’altra verità. Si sente riecheggiare in tutto questo la proposta degli antichi scettici, per i quali occorreva imparare a osservare il proprio bisogno di verità-a-tutti-i-costi e predisporsi a soppesare pazientemente tutti gli argomenti intorno a una certa questione. Il processo della conoscenza è lento e ha bisogno di meditazione. Per questo motivo, tra l’altro, difficilmente i brevi tempi della televisione, e magari perfino i tempi un poco più lunghi di una serie, possono regalarci la verità. Il più delle volte anzi scambiamo per verità qualcosa che ne è solamente l’ombra.

 

La storia di San Patrignano

Quanto detto significa forse che non si possa formarsi un’idea, per quanto imprecisa, di ciò che è stato? Certo che no. La storia viene raccontata e abbiamo quindi la possibilità di cogliere diversi elementi storici: alla fine degli anni ’70 Vincenzo Muccioli, imprenditore dalle alterne vicende e con una passione per l’occultismo (pare fosse convinto di essere percorso da un raggio cristico e di poter curare le persone con esso), fonda una piccola comunità sulle colline riminesi in cui accoglie e cura ragazzi dipendenti dall’eroina, allora una piaga devastante fra i giovani italiani (non che oggi non lo sia) di cui lo Stato sostanzialmente si disinteressa. Muccioli non chiede soldi, ma duro lavoro, dedizione, fedeltà assoluta. Da subito non fa mistero di ricorrere anche alle maniere forti (“qualche sganassone”, “se c’è da trattenervi io vi trattengo”, diceva) pur di portare gli ospiti sulla via della disintossicazione, che almeno all’inizio non prevede alcun tipo di assistenza medica o psichiatrica.

Muccioli incarna il toposdel padre-padrone, ma anche del salvatore quasi messianico di una generazione perduta che altrimenti sarebbe andata incontro a morte certa, in un contesto di comune disinteresse e riprovazione morale. Egli diventa una sorta di leggenda vivente, cui fa da cornice il suo fisico imponente e la presenza carismatica. I politici se lo contendono e viene sostenuto da numerosi benefattori (in primis i Moratti, legati a lui da vicende d’ordine personale). Genitori e famiglie di tutta Italia lo osannano perché nessun altro si sarebbe occupato dei loro figli, fratelli, sorelle, nipoti. Eppure, iniziano anche i primi sospetti, le prime accuse, i processi: a San Patrignano si usano metodi coercitivi, spesso molto violenti, si riacciuffa chi cerca di scappare, soprattutto si crea una gerarchia autoritaria e opprimente che sfugge di mano. Ci scappano i morti, suicidi e omicidi, sebbene Muccioli paia essere invincibile, per lo meno fino a che non sono proprio i suoi, il suo stesso cerchio magico, a denunciarne gli eccessi.

Dopo essere stato l’uomo più chiacchierato d’Italia per un intero decennio (ospite di talk show, opposto a – ma poi anche amico di – Marco Pannella in tribune sul proibizionismo), Muccioli muore nel 1995, in un momento in cui la sua popolarità è ai minimi storici. Una morte che pare egli sentisse quasi “necessaria” perché potesse seguirne la rinascita della sua San Patrignano. Ne segue una veloce rimozione del personaggio, complici le aderenze politiche forse pentite di averne avvallato i modi totalitari ma anche proprio l’esigenza di traghettare in avanti San Patrignano, allontanandosi dalla sua figura e salvandola dagli eccessi. La Docuserie torna a sfogliare nuovamente una delle pagine più stratificate della storia recente, mostrando in tutta la sua drammaticità un periodo fortemente segnato dal commercio di eroina e dai numerosi cortocircuiti politici, sociali e morali che hanno sconvolto un’epoca.

Nel complesso, si tratta di un racconto tessuto in maniera spiazzante e anche avvincente, la cui originalità – come anticipato – si colloca nell’interesse per una verità che dimora sempre in una zona d’ombra grigia e inafferrabile. La Docuserie si presenta come un ordito di luci e oscurità, di fatti e opinioni, di mitologie e dati concreti: “un tributo limpido a quel torbido spettro che è l’ambiguità umana. Non esistono eroi fino in fondo, ci sono solo esseri umani esplosi e perduti. Nessuno può negare che Vincenzo Muccioli abbia salvato centinaia e migliaia di ‘tossici’, come venivano chiamati, ma il limite del prezzo da pagare è altrettanto lampante” (Del Vecchio, 4 gennaio 2021).

Questa storia, dalla sua zona d’ombra, permette molte riflessioni. Quella che più di altre, stando al trailerdel programma, si voleva suscitare è relativa alla linea sottile che separa il bene dal male. Alla difficoltà epistemologica di giungere a una conoscenza “oggettiva” fa da contrappeso la difficoltà etica di distinguere cosa sia bene e cosa sia male, rilevando il loro intreccio costante nella vicenda di Muccioli.

Molti intellettuali e filosofi negli ultimi giorni si sono concentrati sulle dinamiche settarie della prima San Patrignano, rapidamente condannando dunque la costruzione della comunità come una versione speciale di “setta”, con un suo capo carismatico e i suoi adepti. Peccato, perché in questo modo si riveste solo di tenebra quanto è stato e si perde l’occasione di considerare più approfonditamente le contraddizioni della cura.

In una setta, come ben sappiamo, tutto ruota intorno alla figura del maestro spirituale e le persone lasciano la propria vita, le relazioni famigliari, lavorative, amicali, per seguirlo. Spesso ha luogo una sorta di lavaggio del cervello, per cui ogni parola proferita dal maestro è verità e non può esistere contraddittorio. Lasciare la comunità diventa molto difficile e quasi impossibile, sia per un meccanismo interno di dipendenza che si ingenera, sia perché la comunità stessa si fa rete stringente che impedisce la fuga.

Ci sono molte cose nella vicenda di Muccioli che ricordano la setta, è innegabile. Tuttavia, basta conoscere un minimo il mondo delle comunità attuali per sapere che la cura delle tossicodipendenze passa proprio attraverso l’allontanamento della persona dalla società e dalle consuete relazioni lavorative, amicali e famigliari, entro le quali si è strutturata la dipendenza durante la vita del tossicodipendente. Questo allontanamento, che per i primi mesi implica solitamente anche l’assenza di visite e contatti telefonici, è quindi considerato terapeutico e prelude a ritrovare lucidità, all’acquisizione di un nuovo stile di vita, svolgendo un approfondito lavoro su di sé. Le comunità sono per chi entra in cura un nuovo mondo di relazioni, spesso anche di lavoro, nel quale si rispettano nuove regole e si assumono specifiche terapie.

Ciò che distingue oggi una comunità da una “setta” non è quindi il fatto che non richieda un’adesione a uno specifico programma che include l’allontanamento dal mondo e il rispetto di precise regole, ma il fatto che tutto questo sia opportunamente controllato a livello istituzionale e inoltre costantemente “contrattualizzato” con i pazienti e le loro famiglie, cercando di rispettarne l’autonomia decisionale e il mondo dei valori (o almeno così dovrebbe essere).

Muccioli come sappiamo agiva al di fuori del controllo istituzionale e inoltre ascriveva al suo forte carisma (e perfino alla sua connessione col divino…) una capacità taumaturgica naturale: ciò gli consentiva di agire costantemente “per il bene dei pazienti” come meglio credesse, utilizzando qualsiasi mezzo, compresi ceffoni e catene. Questo è un elemento in più che contribuisce all’immagine di San Patrignano come di un ambiente settario: i tossicodipendenti delegavano a questa personalità forte e accentratrice la loro libertà per poter essere curati.

Bisogna però prestare particolare attenzione su questo punto, perché il tema dell’autonomia del paziente è  centrale anche per le comunità odierne. In generale, in realtà, è un tema che si ripropone ogni volta che chi è malato si affida alle cure di un medico o altro personale educativo o sanitario. La necessaria presa di distanza dalla figura di Muccioli nelle sue derive autoritarie e violente non significa automaticamente liberarsi dalla questione del paternalismo nelle relazioni di cura, ovvero della possibilità di prendere decisioni per il bene del paziente senza il suo pieno consenso, per cui non sempre nel rapporto tra struttura terapeutica e paziente è facile individuare il confine bene/male, cura/coercizione, libertà/dipendenza. Specialmente quando i pazienti si trovino in condizioni di diminuita capacità di determinare la propria volontà, come nei casi di malattie mentali e anche di grave tossicodipendenza, ci deve essere invece una vigilanza assoluta su questo punto.

Se per molti versi la comunità di Muccioli può essere concepita come una setta, dovremmo però al tempo stesso considerarla uno dei primissimi tentativi di costruire un percorso di cura delle dipendenze, che è imploso a causa di precisi e gravi errori, come appunto l’uso indiscriminato della coercizione e la reiterata violenza fisica e psicologica. Un esperimento che per altro per certi versi “copiava” altri tentativi simili già esistenti (per es., Le patriarche, in Francia, Daytop Village, a New York). È una precisazione importante perché se una setta è qualcosa da cui si può prendere le distanze facilmente e senza riconoscere ad essa alcun merito o punto in comune, invece con un percorso comunitario malriuscito occorre confrontarsi. Soprattutto in questo caso non è possibile girare le spalle a tutta quella mole di problemi e dilemmi di carattere etico che sorgono in moltissimi casi : essi  sono in parte inscritti in ogni percorso di cura e in parte sono invece strutturali della vita delle comunità di ieri e di oggi.

 

Problematiche generali della cura.

Come sappiamo esiste innanzitutto la possibilità che un paziente possa incorrere eccezionalmente in un TSO, ovvero in un trattamento sanitario obbligatorio, laddove il suo comportamento sia manifestatamente pericoloso per sé stesso e/o per gli altri e vi sia quindi motivata necessità e urgenza, ma il rifiuto al trattamento da parte del soggetto stesso. Può quindi accadere che un trattamento sia imposto anche contro la sua volontà. Si accetta in questo caso il principio per cui per il bene del paziente si possa agire anche senza ottenerne il consenso, naturalmente per periodi brevi (sette giorni rinnovabili su richiesta di uno psichiatra) e proporzionali alla situazione, valutata attentamente da un’equipe multidisciplinare. Il TSO è disposto con provvedimento del Sindaco, in qualità di massima autorità sanitaria del Comune di residenza o del Comune dove la persona si trova momentaneamente, dietro proposta motivata di due medici (di cui almeno uno appartenente alla Asl di competenza territoriale).

Al di fuori di questo trattamento eccezionale, in generale, tuttavia, si assume nel campo dell’etica medica che occorra sempre rispettare l’autonomia decisionale del paziente. Questo principio serve a contrastare gli eccessi del paternalismo terapeutico ovvero di quella concezione per cui si considera lecito intervenire per il bene di una persona senza ottenerne il consenso, sulla base del fatto che il medico e l’equipe terapeutica possiedono maggiori competenze su cosa sia questo “bene”, su quale sia la terapia migliore. È chiaro, infatti, che chi versa in uno stato di minorità, fragilità o malattia si trova in  una situazione asimmetrica rispetto ai diversi operatori della cura, poiché non ha le medesime conoscenze scientifiche e/o la medesima lucidità mentale, e tuttavia tale asimmetria non giustifica la violabilità della sua autonomia. Così è richiesto che i pazienti siano sempre correttamente informati e che inoltre forniscano il loro consenso ai trattamenti.

Ciò naturalmente vale anche nel contesto delle tossicodipendenze. Si ritiene che la persona in grave sindrome d’astinenza non sia in grado di aiutarsi da sola e vada quindi sostenuta e assistita. Benché talora non sia completamente responsabile dei suoi atti, ugualmente viene informata (e responsabilizzata) circa la possibilità di disintossicarsi attraverso i diversi percorsi di cura. Nel caso dell’eroinomane, come sappiamo, si procede per lo più alla somministrazione di metadone a scalare, per poi indirizzarlo a interventi come la psicoterapia famigliare e individuale, la frequentazione dei centri diurni e qualora si arrivi a dosi giornaliere di metadone più basse, il paziente potrà essere accolto in una comunità residenziale che lo prepari per il suo reinserimento sociale e lavorativo.

La prima fase del percorso comunitario è detta prima o pronta accoglienza, dura circa 2-4 mesi e prevede la disintossicazione fisica e il progressivo recupero psicologico. È una fase di interruzione pressocché totale dei rapporti con l’esterno. Successivamente inizia la vera e propria fase di comunità, che può durare 1 anno e mezzo o più (fino a 3 anni e più, a San Patrignano e strutture similari), in cui sono possibili visite da parte dei famigliari e sono concesse uscite programmate e temporanee dalla struttura. Infine, la terza fase è quella assai delicata del reinserimento socio-lavorativo, in cui il tossicodipendente è accompagnato nella ricerca di un lavoro e nella costruzione di una rete sociale basata su nuovi presupposti di vita. Una fase il cui successo sarebbe assai migliore se le istituzioni governative e le organizzazioni degli imprenditori di accordassero per proporre forme di lavoro protetto che garantisca sostegno alle persone con problemi di droga e alle loro famiglie.

In tutte le diverse fasi della riabilitazione, dal primo contatto con il SerT in avanti, è previsto un costante coinvolgimento dei pazienti e una promozione della loro autonomia decisionale. Anche se, come appare piuttosto evidente, l’iter terapeutico è piuttosto protocollato e difficilmente si può affermare che i pazienti siano del tutto “liberi” di decidere quale sia per sé stessi la cura migliore, specialmente nel caso della terapia metadonica che viene quasi sempre proposta: non soltanto non hanno spesso la lucidità mentale per farlo, ma il loro stato di difficoltà li conduce ad affidarsi totalmente alle decisioni dell’equipe terapeutica del SerT. Per correttezza va inoltre sottolineato che non sempre il metadone viene somministrato a scalare ma, sulla base del quantitativo di eroina assunto giornalmente, può essere dato a mantenimento (cioè per un tempo prolungato sempre nella medesima dose) e ciò espone al rischio di creare delle cronicità nell’utilizzo di tale sostanza oppiacea (ovvero di cronicizzare una dipendenza metadonica sostitutiva della dipendenza da eroina).

Nel caso di San Patrignano, un po’ sulla scorta della visione del suo fondatore, il percorso di cura è oggi essenzialmente educativo e riabilitativo. La persona cioè non viene considerata affetta da una “malattia” e non vengono, quindi, utilizzati trattamenti farmacologici per la dipendenza. Sono invece attuati interventi psicoterapeutici qualora siano ritenuti necessari per trattare problematiche individuali specifiche.

 

Problematiche peculiari dei percorsi di comunità

Chi lavora nelle strutture comunitarie è costantemente esposto a una quantità enorme di interrogativi etici ovvero di domande che hanno a che vedere con le decisioni da prendere nei confronti dei pazienti. Naturalmente, il rapporto terapeutico è contrattualizzato, ovvero il paziente viene di volta in volta coinvolto nella cura, cercandone il consenso. Quando si entra in comunità si viene informati di tutto quanto sarà implicato dal percorso di cura e si firma un vero e proprio contratto terapeutico. Ciononostante, vi sono moltissimi casi in cui l’equipe educativa e/o terapeutica si trova a compiere delle scelte indipendenti e spesso contrarie alla volontà del paziente.

È il caso, ad esempio, della violazione, da parte dell’utenza, delle regole della comunità (come l’uso del telefono e il contatto con l’esterno quando non consentiti, il consumo di sostanze, il rifiuto della terapia, la violenza verbale o fisica su un altro ospite, ma anche la volgarità del linguaggio, l’abbigliamento non consono o il mancato rispetto delle norme igieniche, ecc.). Il paziente sa che a una violazione del contratto possono corrispondere sanzioni, sospensioni del percorso o l’allontanamento dallo stesso. Tuttavia, non vi sono protocolli così precisi e rigidi da consentire di comprendere sempre a quali violazioni corrispondano qualiprovvedimenti (anche perché la casistica di comportamenti interpretabili come violazione è così varia da rendere assai difficile una regolamentazione perfetta).

L’equipe terapeutica valuta di volta in volta il tipo e l’entità della violazione e si trova a dover prendere decisioni relative al percorso terapeutico del paziente, in relazione anche alla sua biografia, alla sua situazione economica e famigliare, ecc. Si tratta di un processo decisionale che deve attentamente bilanciare la proporzionalità dell’intervento e fare i conti con un equilibrio tra quelli che la bioetica e l’etica clinica definiscono come i quattro principi cardine della scelta in medicina: beneficialità (fare il bene), non maleficenza (non fare il male), giustizia, autonomia del paziente.

Le opzioni generalmente hanno a che fare col comminare all’utente una punizione o “esperienza educativa” (come togliere caffè e sigarette o dare una mansione da svolgere); oppure inviarlo a un altro percorso comunitario o farlo retrocedere a una fase precedente del percorso intrapreso. La decisione deve tenere in considerazione sia l’impatto sul singolo sia sulla comunità, sul gruppo, su tutti quelli che con lui stanno compiendo un percorso di cura. Se il paziente sta scontando in comunità anche la pena per aver commesso reato in forma alternativa al carcere, di affidamento o di arresti domiciliari, l’equipe deve altresì tenere in conto la conseguenza del ritorno a uno stato di detenzione sulle possibilità riabilitative della persona.

È probabile, inoltre, che le decisioni debbano confrontarsi anche con la salute economica della comunità, nel senso che strutture più ricche possono evidentemente allontanare più facilmente i pazienti che violano il contratto rispetto a quelle che non lo sono. La stessa struttura, in momenti diversi della propria storia economica, potrebbe trovarsi a dover compiere scelte sensibilmente differenti anche in caso di violazioni molto simili tra loro.

In questo caso, il tossicodipendente a tutti gli effetti subisce delle decisioni dall’alto e può avere spesso la sensazione di ricevere un trattamento ingiusto o perfino discriminatorio. D’altro canto, è forte lo stress etico dell’equipe terapeutica, che sa di dover valutare il “bene” del paziente anche al di là del suo consenso o in condizioni in cui sarà molto difficile ottenerlo. Nella consapevolezza, inoltre, che spesso la linea di confine tra fare bene e male non è così netta e facile da identificare: nessuno in certi casi ha la verità in tasca.

Oltre alle decisioni relative alla violazione del contratto ci sono quelle che hanno a che vedere con le cosiddette “responsabilità”. Molte comunità oggi sono divise per settori e prevedono di dare delle responsabilità a pazienti “anziani”, che controllano attività come la lavanderia, la cucina, l’organizzazione di attività ricreative, ecc.. Naturalmente, è fondamentale che la scelta di chi, dove e come sia oculata e che ci sia comunque un controllo sufficiente da parte delle equipe. E tuttavia, è sempre facile individuare la persona “giusta” e vigilare che non “abusi” del proprio ruolo? Conferire una responsabilità significa dare valore alle capacità e alle competenze di un paziente, assumendosi anche il rischio che egli possa sbagliare. Se poi commettesse un errore, chi può essere ritenuto responsabile? Lui stesso, l’equipe, o entrambi? In quale proporzione?

Sappiamo che Muccioli affidò responsabilità importanti a persone che usarono violenze, in alcuni casi mortali. Il problema non fu tanto quello di “dare responsabilità a persone poco raccomandabili” e a ex-galeotti, come qualcuno ha sostenuto: perché infatti non si dovrebbero dare delle responsabilità e riconoscere delle competenze anche a chi ha commesso errori e perfino reati? Il problema fu che il sistema consentiva la coercizione e la violenza fisiche, che non erano viste come un male in sé, ma addirittura promosse come mezzi educativi. Così, dare responsabilità faceva il paio con il dare la possibilità di commettere questo tipo di abusi. Oggi è davvero remota la possibilità che tutto questo accada, perché l’educazione professionale non è più improntata a metodi violenti e si è compresa la necessità di distinguere la responsabilità come leadershipespressa con fermezza, dal sopruso e della sopraffazione dell’altro.

Ho letto e ascoltato molti interventi a riguardo della figura di Muccioli, padre-padrone e massima espressione di un sistema patriarcale, che fu notoriamente tanto amorevole quanto duro con gli uomini e con le donne, le quali a quanto emerge da alcuni racconti, subirono anche vari stupri all’interno della comunità. Era il rappresentante di un sistema culturale e educativo che avvallava l’autoritarismo e la discriminazione e perfino la violenza, anche di genere. La nostra cultura attuale è ancora imbevuta di molte idee affini all’educazione “a suon di schiaffoni”, alla inferiorità e debolezza del genere femminile, alla colpevolizzazione della vittima dello stupro o della molestia piuttosto che del suo aggressore. Fortunatamente, disponiamo però anche di tutta una serie di dispositivi di riconoscimento e di tutela di cui un tempo eravamo per lo più sprovvisti. Per questo motivo a molti giovani di oggi pare quasi impossibile che sia potuto accadere quanto la serie di SanPa racconta.

 

Conclusioni

Tenendo ferma l’eccezionalità della situazione della vecchia San Patrignano, occorre comunque sempre vegliare sui retaggi della cultura su cui poggiava e in generale non smettere di porsi domande e non dare per scontato che ormai la linea che divide il bene dal male sia definita in modo così chiaro da escludere rischi.

Se è vero che ai nostri giorni vi è una grande presenza nelle comunità di psicologi, educatori professionali, medici e infermieri, ovvero di figure preparate e competenti, solitamente c’è poca attenzione allo stress etico – come ho già avuto modo di definirlo – cui vengono sottoposti. Le domande su ciò che è buono e ciò che non lo è, su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, possono essere molto logoranti e perciò sarebbe opportuno che le equipe ricevessero una opportuna formazione nel campo della bioetica, dell’etica e della filosofia e anche che venissero sostenute da professionisti in grado di trasmettere precise strategie decisionali. Non si può superare un dilemma di ordine etico se non si sa stare nella situazione molto umana in cui la verità oggettiva sfugge e il giusto non è sempre facilmente distinguibile; se non si accetta la nostra ambiguità di esseri umani, al tempo stesso cercando di operare con giustizia per quanto ci è possibile; se non ci si attrezza con strumenti adeguati a cogliere la complessità delle decisioni che si è chiamati a prendere. Se inoltre non si cerca di evitare, per quanto ci sia possibile, ogni forma di forte paternalismo, coinvolgendo attivamente i pazienti nelle decisioni relative al loro percorso. Lo stress etico può indurre a seconda dei casi a forme di burnout, ad ansie e preoccupazioni ma può anche determinare forme di difesa che sfociano nell’indifferenza etica, ovvero nel ritenere poco importante una riflessione sull’equità delle proprie decisioni. Quest’ultimo caso è quello di chi si convince che il proprio ruolo di psicologo, medico o educatore siano sufficienti a giustificare ogni agito diretto al paziente. È il preludio a forme di autoritarismo che il controllo istituzionale può attenuare ma non del tutto escludere, specialmente quando riguardino figure direzionali o di coordinamento. Va ricordato a tale proposito che molte comunità (non tutte)*, sono piccole società verticali e gerarchicamente ordinate, in cui esistono capi (più o meno carismatici) che di fatto orientano e possono anche modificare o perfino annullare le decisioni prese dall’equipe terapeutica allargata. L’utenza guarda spesso a loro come qualcuno a cui ispirarsi, a cui affidarsi e talvolta da cui cercare di trarre un vantaggio.

Da tempo sostengo che gli strumenti di sopravvivenza spirituale e filosofica siano quelli che più mancano nel contesto della cura delle dipendenze. Eppure, sarebbe di grande aiuto alle equipe una “supervisione etica” in cui affrontare i propri dilemmi morali o una “supervisione socratica” in cui interrogarsi sulla verità dei propri presupposti. Pochi purtroppo conoscono l’esistenza di professionisti che si occupano di etica clinica e filosofia applicata, né personalmente sono a conoscenza di comunità che abbiano al loro interno qualcosa come un “comitato etico”, che pure è spesso presente ad esempio negli ospedali.

I comitati etici sono organismi interdisciplinari, autonomi, funzionalmente indipendenti dalla struttura presso la quale hanno sede o per la quale espletano le proprie attribuzioni e hanno il compito di fornire un parere nei casi eticamente più complessi. Sono composti da membri selezionati tra esperti in materie medico scientifiche, giuridiche e di bioetica, nonché tra rappresentanti del campo infermieristico e delle associazioni di pazienti. Più specificamente, nelle comunità potrebbero avere un’importante funzione di “comitati per l’etica nella clinica e nell’educazione”.

Allo stesso modo sarebbe di grande aiuto anche all’utenza stessa la figura del consulente filosofico ed etico, che sostenga il tossicodipendente ad affrontare non solo le problematiche mediche e psicologiche cui certamente va incontro, ma anche le domande di senso e di significato dell’esistenza oppure quelle stesse relative al bene e al male, che spesso sono sentite fortissimo da chi ha problemi di droga o alcol e mostrano un’impellente urgenza. Non è raro che i tossicodipendenti nel corso della vita facciano del male a sé stessi, ma anche agli altri, per esempio rubando o spacciando. Ciò crea un danno etico e più in generale spirituale che scontare una pena o seguire una terapia difficilmente riescono a sanare compiutamente. Dovremmo tenerne conto più spesso di quanto solitamente facciamo.

SanPa è una serie molto filosofica. Non lo è solamente per il tipo di riflessioni che suscita, ma anche, forse soprattutto, per la capacità di interrogarci nel presente sulla poca presa che abbiamo molto spesso sulla verità, sulla giustizia e anche sulla nostra libertà. Soprattutto non dovremmo perdere l’occasione di gettare uno sguardo sullo stato in cui versa la cura delle dipendenze oggi, scoprendo magari nei “tossici” non solo pericolosità sociale e illiceità morale, ma cercando di avvicinarci a un’esperienza molto umana di intensa fragilità e di esposizione alla difficoltà di reperire un senso, una verità e una giustizia per la propria vita. Una fragilità che può esporci massimamente al rischio di perdere autonomia, rendendoci assai complesso il compito di scorgere una via di salvezza.

Ricordiamo che tutti noi possiamo un giorno aver bisogno di cure e tutti noi in quei momenti saremmo disposti a perdere un po’ di libertà in cambio di un sollievo e soprattutto di un senso da dare alla nostra esperienza.

“La maggior preoccupazione dell’uomo non è la ricerca del piacere o il tentativo di evitare il dolore, ma la comprensione del senso della sua vita. Ecco perché l’uomo è perfino disposto a soffrire, a condizione però di sapere che le sue sofferenze hanno un significato” V. Frankl

 

* Una puntualizzazione: esistono alcune situazioni comunitarie più “democratiche” in cui alcune regole vengono regolarmente ridiscusse insieme al gruppo dei pazienti. Ciò evidentemente attenua i rischi sopra menzionati.

 

Di Maddalena Bisollo

 

By www.pragmasociety.org 

 

Bibliografia

Bisollo M., Pensieri stupefacenti. La prevenzione filosofica delle tossicodipendenze, Lindau, Torino, 2020.

Del Vecchio G., “SanPa. Storia di una dinamica settaria”, Huffington Post, 4 gennaio 2020.

Pellegrino E.D., , Thomasma D.C., Per il bene del paziente. Tradizione e innovazione nell’etica medica, Edizioni paoline, Milano, 1992.

Lecaldano E., Dizionario di bioetica, Laterza, Milano, 2002.

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