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Rubrica “Sensibilità filosofica”. Risignificare il passato: vivere la ripetizione come ripresa e apertura del possibile. Elisabetta Zamarchi

ricordo


Un’etica della memoria per “desostanzializzare” il passato
Il ricordare è l’azione soggettiva grazie alla quale si costruisce la nostra identità nel dispiegarsi della memoria tra passato, presente e futuro.  Il “chi” noi siamo è infatti strettamente legato alla relazione con il tempo, alla permanenza del “Sé” nel flusso temporale e nel confronto con l’alterità.
La  memoria è sintesi passiva  che costituisce il passato nel tempo, ma è altresì sintesi attiva che è principio della rappresentazione, ovvero che consente di riprodurre il presente antico e di riflettere il presente attuale. Il duplice carattere di sintesi attiva e passiva della memoria appare facilmente se ci si impegna in qualsiasi percorso a ritroso nella propria storia individuale. Nel ripercorrere i vissuti, la memoria si presenta come forza attiva che elabora costantemente i ricordi, spesso manipolandoli inconsapevolmente e continuando a reinterpretarli o riscriverli come in un palinsesto.
Questa operazione, se attuata con metodo, non ha solo una valenza critica atta a evidenziare le falsificazioni della memoria, bensì ha una valenza etica, perché svincola il passato dalla sua sostanzialità di definitivo “non più” per tramutarlo in un “essente stato” come insegnava Heidegger e ancor più esplicitamente Ricoeur. Se i fatti già avvenuti non sono modificabili, in quanto inesorabilmente trascorsi, il loro significato e senso non ha una sua fissità, piuttosto è sempre diversamente ricostruibile, così che “gli stessi eventi del passato possono essere interpretati in modo diverso”. Si chiarifica in tal modo, attraverso le parole di Ricoeur, il risvolto etico della rivisitazione delle sfaccettature della memoria, in quanto la reinterpretazione del passato può modificare la percezione di sé nel presente e orientare il futuro. La rilettura del passato ha il valore di un’operazione plastica al servizio della vita perché restituisce attualità al presente di ognuno, ponendo il problema del rapporto tra passato e trasformazione, in altre parole di quale sia il nesso tra ripetizione e ripresa costruttiva.
Ripetizione e ripresa
Il peso più grande, come si legge nell’aforisma 341 della Gaia Scienza, è la ripetizione. Non a caso  per la letteratura psicanalitica da Freud a Lacan, il peso più grande è trovarsi a ripetere incessantemente lo stesso, come se si obbedisse a una violenza intrinseca che impone la tendenza a ripetere ciò che fa più male. Il tempo della ripetizione, perciò, è “un passato che non vuole passare” e che insiste ancora nel presente, per usare espressioni di Freud; un tempo che rompe il ruolo della memoria perché rasenta l’immemorabile di un evento traumatico.
Ma la ripetizione non è unicamente “il peso più grande”: prima di tutto è una condizione dell’azione. Non sarebbe possibile produrre qualcosa di nuovo se non ripetendo nel presente ciò che si è dato o acquisito nel passato, ma ciò che nel presente si ripete non è mai identico al passato, porta con sé sempre una differenza, vi è sempre l’accadere di una metamorfosi anche impercettibile. Non a caso la prassi e il pensiero ripetitivo sono il fondamento necessario dell’attività e del pensiero umano:  gli schemi della vita quotidiana sono possibili solo grazie alla ripetizione che ci consente  di contrarre abitudini. Ciò che sfugge all’abitudine, proprio perché ogni abitudine è contrazione temporale, è quel qualcosa di nuovo, quella differenza che ogni ripetizione porta in sé. Come dice l’etimo della parola stessa, nella ripetizione c’è sempre una “petizione” verso il nuovo. Nel momento in cui si ripete un’azione vi è una nuova effettuazione di ciò che è già stato fatto,  che mette ad essere  la singolarità di una differenza.
Qualsiasi artista o ricercatore conosce il valore creativo del ripetere, che solo gli consente di creare infinite differenze attraverso continue ripetizioni. Ma il carattere differenzialedella ripetizione è immediatamente evidente nel gioco infantile: il bambino costruisce il proprio mondo oggettuale attraverso un movimento ripetitivo, che però non è mai ripetizione dell’identico, perché prevede sempre interruzioni e variazioni. La creazione artistica, la ricerca scientifica, il gioco infantile mettono in scena il rapporto virtuoso tra ripetizione e il nuovo; una ripetizione costruttiva, che non ha nulla a che fare con il carattere demoniaco del peso più grande, quanto piuttosto con l’idea di ripresakierkegaardiana: la ripetizione è ripresa, in quanto è un movimento in avanti e non a ritroso, movimento diretto verso il futuro e non verso il passato. E’ una condizione di possibilità dell’esperienza.
Ma nella differenza di ogni nuova combinazione col presente il passato non è dato una volta per tutte, bensì si riapre a un nuovo significato nel momento in cui, ripercorso attivamente dalla memoria, diviene diversamente conoscibile perché entra in una relazione dialettica con l’attualità dell’ora. Il movimento della rimemorazione obbedisce allora a un principio costruttivo che assume il passato non come pura anteriorità, come “non più” che sfugge a qualsiasi presa del soggetto, ma come “ciò che è stato” e che si colloca quindi ancora in uno spazio di esperienza. Che può ancora contribuire alla costruzione dell’esperienza del presente e del futuro. 

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