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Rappresentare sé stessi con verità. Montaigne e la cura di sé. Di Maddalena Bisollo.

“Non è più questo che dovete cercare, che il mondo parli di voi, ma come voi dobbiate parlare a voi stessi”. Michel de Montaigne (1966, p.325).

 

“È me stesso che dipingo”, dice Michel de Montaigne, spiegando ai suoi lettori che in quello che scrive non troveranno alcun vantaggio o insegnamento per sé stessi se non questo soltanto: scoprire come la vita possa essere dipinta attraverso le idee. Montaigne non intende fornirci una filosofia di vita di cui possiamo disporre al bisogno ma ci offre un suo autoritratto. Pieno di corsi e ricorsi e spesso contraddittorio come ogni vita, lontano dalla coerenza della stringente argomentazione.

Per dipingere sé stessi occorre imparare a non lasciare mai le proprie idee sole senza di sé. Un autoritratto deve assomigliarci e per questo anche le idee che lo compongono devono assomigliarci e anzi essere quasi indistinguibili da noi. Idee astratte e non vissute, idee insincere e non sentite, idee che rappresentano qualcun altro – un’autorità o un pensiero diffuso – in altre parole idee disincarnate e false, non servono a nulla.

Per Montaigne un’idea non è falsa quando non è logica, ma è falsa quando non è vera, autentica, quando non ci rappresenta. Allo stesso modo un ragionamento non è sbagliato quando non riesce a dimostrare ciò che vorrebbe ma quando si allontana da chi siamo.

Come dipingere le idee

Per prima cosa, per dipingere idee occorre agire. Non si tratta perciò di un lavoro tutto interiore ma di espressione.

“Dipingendomi per gli altri, mi sono dipinto con colori più netti che non fossero i miei primitivi. Non son tanto io che ho fatto il mio libro quanto il mio libro che ha fatto me” (p.888).

Dare corpo alle proprie idee è il primo passo per osservarle adeguatamente, per riconoscerne i veri colori e le sfumature, cosicché esse – una volta espresse – possano iniziare a rappresentare chi siamo.

In secondo luogo, non mentire. Vale a dire non inventare, deformare, alterare. Le persone che deformano le loro idee sono quelle “per cui avviene che della stessa cosa essi dicano ora grigio ora giallo, a una persona in un modo, a un’altra in un altro” (p.43). Alcuni ritengono che questo rechi loro un vantaggio sociale ma “anche se vi è la reputazione, non vi può essere risultato” (p.44).

Per Montaigne la parola è “l’interprete della nostra anima” (p.891), attraverso cui esprimere noi stessi agli altri. Dunque, falsare le nostre parole coincide con il tradire chi siamo e insieme precludersi la possibilità di comunicare davvero con chi ci circonda.

Terzo punto e fondamentale è dunque apprendere l’arte della conversazione, “il più fruttuoso e naturale esercizio del nostro spirito” (p.1227), preferibile anche alla lettura perché dotata di maggiore calore. La conversazione “riscalda” (Ivi) in un modo del tutto peculiare perché nella relazione vivente le idee stesse sono cosa viva.

La conversazione è come il pennello per il pittore, lo strumento che permette di abbozzare un buon autoritratto.

Come usare bene la conversazione?

Per conversare con gli altri bisogna imparare a fare tesoro delle parole altrui. Di tutte.

“Non c’è idea tanto frivola e stravagante che non mi sembri conveniente alla produzione dello spirito umano” (p.1228).

Anche quando veniamo contraddetti non prenderemo questo come un’offesa ma come un esercizio. Occorre apprendere a non temere né rifiutare l’urto, poiché esso è capace di risvegliare la nostra attenzione. Contrariamente a ciò che normalmente si pensa, la buona conversazione non è quella in cui ognuno cerca di evitare di criticare l’altro e in cui gli interlocutori “non hanno il coraggio di correggere, perché non hanno il coraggio di essere corretti, e parlano sempre dissimulando in presenza gli uni degli altri” (p.1230). La buona conversazione è quella in cui si può fare un esercizio di conoscenza reciproca.

Questo naturalmente non significa accettare l’ingiuria e nemmeno seguire chi nell’affrontare un argomento passa di palo in frasca pur di avere ragione. Anzi, da certi tipi di conversazione è meglio astenersi perché si potrebbe essere condotti ad adottare a nostra volta un simile atteggiamento, a offendere chi offende o a seguire ragionamenti sconclusionati in cui “uno va a oriente, l’altro a occidente”, per pentirsene poi più tardi.

Chi si attacca a una parola, chi segue solo sé stesso, chi imbroglia il discorso, chi se la prende e si zittisce, chi alza la voce…non permette una vera conversazione. Ed è per questo che talvolta si può conversare meglio nelle taverne – dice Montaigne – che con coloro che frequentano scuole di eloquenza: pane al pane, vino al vino è meglio che impegnarsi in discorsi affettati, artefatti o senza capo né coda.

L’importante è che nel conversare con l’altro non si smetta di conoscere, sé stessi attraverso gli altri e gli altri attraverso sé stessi. Questo significa anche stare attenti a giudicare male chi abbiamo di fronte e in ogni caso ricordare che tale giudizio va sempre accompagnato a una “giurisdizione interna”, ovvero al farsi una domanda su di sé. Laddove critico un altro per i suoi modi e atteggiamenti, occorre che come in uno specchio osservi se per caso io stesso non cada nel medesimo errore.

Il ruolo dell’esperienza

Quello che oltremodo è importante per dipingere il proprio autoritratto è saper imparare dall’esperienza. Non fare semplicemente esperienza ma apprendere da essa. È pieno il mondo, infatti, di gente che racconta di viaggi, cose fatte, viste o udite, notizie o libri letti ma l’esperienza di per sé non è sufficiente per la conoscenza.

“Non basta registrare le esperienze, bisogna pesarle e sceglierle, e bisogna averle digerite e filtrate per ricavarne le ragioni e conclusioni che esse comportano” (p.1249). Si tratta di “meditare e regolare la vita”, impresa che Montaigne considera la più grande di tutte (p.1485).

L’intreccio tra pensiero, parola, relazione e conversazione, esperienza di mondo ed esperienza del corpo nel mondo costituisce la trama del nostro dipinto e restituirne un’immagine cangiante è un compito arduo.

Occorre naturalmente trovare il tempo di stare con sé stessi che non è mai tempo perso, poiché il tempo si perde piuttosto quando si sfugge da ciò che siamo, quando si evita di vivere ignorando l’essenziale.

L’obiettivo è dipingere non il dipinto

Il quadro, a ben guardare, non pare mai completo.

L’esperienza di un errore commesso ci insegna non solo a non ricascarci più ma svela qualcosa di più profondo su di noi: il fatto cioè che possiamo sbagliare, che siamo fallibili e che dunque conviene tenerci d’occhio, esaminarci, non pensare di poter smettere di imparare. La tela e i colori continuano a cambiare.

“Ho dei ritratti di me a venticinque e a trentacinque anni; li paragono a quelli di ora: quante volte non sono più io!” (p.1477).

Fino a che una persona non abbia vissuto il suo ultimo giorno non è possibile farne un ritratto fedele, capace di rendere conto della sua vita intera. Di conseguenza, nel dipingerci dobbiamo essere consapevoli che il nostro scopo non è quello di ottenere un prodotto finito, un bell’autoritratto in cui specchiarci e dire “ecco, questo o questa sono proprio io!”. Una frase come questa è possibile solo quando la vita si è conclusa, quando il dipingere, che è azione viva, sia diventata dipinto.

La filosofia per Montaigne è un agire che si traduce in arte di vivere. Farsi buona compagnia, essere intimi con le proprie idee, scegliere bene i propri colori e trovare il proprio tratto e il proprio stile, vivere in amicizia con sé stessi e con gli altri, questo è in fondo il segreto di una vita felice. Tanto più in un tempo oscuro nel quale, come diceva Orazio, gli uomini Virtutem verba putant, ut Lucum ligna: “credono che la virtù sia una mera parola e il bosco sacro sia legna” (p.301).

Oppure un mondo che si illude che basti scattarsi un selfie per produrre un autoritratto, condividere le foto dei propri viaggi per dare senso alle proprie esperienze, commentare un post per fare conversazione…quando invece si tratta di operazioni complesse per cui non basta una vita e per le quali soprattutto è necessario essere molto, molto sinceri.

 

Bibliografia

Montaigne, Essais – Saggi, Adelphi, Milano, 1966.

 

Autrice: Maddalena Bisollo, filosofa e formatrice, vicepresidente Pragma

 

 

 

 

 

 

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