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Perchè i poeti in tempo di povertà? Elisabetta Zamarchi e Salvatore Brasile.

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ELISABETTA ZAMARCHI
 Oggi, 21 marzo, è la giornata mondiale della poesia: Salvatore e io vorremmo condividere parole poetiche e filosofiche che ci aiutino a sopravvivere mentre l ’evento virus impone un drastico cambiamento delle nostre vite. Ci servono parole per pensare e pensarci, ma non solo le parole della scienza, anche le parole della poesia e della filosofia.
Un evento è un qualcosa che produce trasformazioni che mai avremmo supposto. E’un incontro – così scrive il filosofo Federico Leoni – tra un primo qualcosa, un soggetto, tanti soggetti,  e un secondo qualcosa che vi lascia un segno. E che produce una cesura, una discontinuità.
La disgiunzione creata dall’evento crea trasformazioni e chiede che ognuno ed ognuna di noi sappia cambiare, modifichi le sue abitudini esistenziali.
Alcune buone trasformazioni ci sono già, si vedono sui social, nelle notizie dei media, nelle città vuote. Come per esempio la vicinanza tra tanti e tante di noi nella distanza che si mostra in gesti mai visti, né pensati. Persone che cantano alle finestre delle città vuote, insieme.  Bandiere con l’arcobaleno multicolore ai balconi che, con grafie, spesso di bimbi, ci sollecitano a pensare che “andrà tutto bene”, andrà tutto bene… distanti ma uniti!  Insieme!
E l’immagine dell’ex biblioteca moresca di Sarajevo, incendiata e ricostruita col contributo degli italiani, illuminata con i tre colori per solidarietà e gratitudine all’Italia, il Bella Ciao intonato a Bamberga….questi e moltissimi altri esempi sono la prova vivente che c’è anche un contagio vitale, quello del coraggio e della resistenza, oltre il contagio letale.
Ma l’idea della rinuncia, del sacrificio incontra forti resistenze nel nostro abituale modo di pensare e pensarci, così perdura e aumenta anche il contagio di azioni dettate dall’individualismo e dalla paura: l’assalto ai supermercati, l’assalto ai treni, i parchi pieni di persone, il sospetto verso l’altro, che negli Stati uniti arriva al parossismo della corsa all’acquisto di armi, in previsione di un tracollo sociale. Insomma, homo homini lupus, come scriveva Hobbes
Sia l’appello all’essere insieme che l’irresponsabilità o la cecità di questi comportamenti mostrano che nessuno può pensare di salvarsi da solo, perché il virus accomuna, ci fa vedere che il tutto è sempre implicato nella parte.  Questa è una virtù del virus, come dice con un titolo paradossale un articolo del filosofo Rocco Ronchi.  Eppure, per convincere a stare a casa, non basta nemmeno la paura del contagio, servono restrizioni durissime e una continua sorveglianza di polizia. Non si accetta che la propria libertà sia fortemente limitata, mentre – come scrive sempre Ronchi – oggi è palese che la libertà si realizza nel fare qualcosa di ciò che il destino fa di noi.
Dai dai social e dai media emergono due tendenze di pensiero, l’una incline a sottolineare la speranza, il coraggio , la solidarietà, ovvero il contagio vitale del virus, l’altra che mostra il contagio letale del Covid19, i morti, la solitudine, la follia irresponsabile, le dichiarazioni paradossali o contraddittorie dei leader politici nel mondo… e così via
Poiché oggi è la giornata mondiale della poesia, noi vorremmo semplicemente condividere alcuni versi: avete notato quanti versi compaiono sui social? Poesie note e meno note di penne famose o meno. Evidentemente c’è bisogno della poesia come di un farmaco.
Comincio da alcuni versi di Emily Dickinson,   Io abito la possibilità / una casa più bella della prosa/con tante finestre in più / e porte migliori”
Questi versi sono emblematici per noi: ci fanno sentire che cosa significa abitare la possibilità – mettere in atto dei modi di pensiero e di vita che prima dell’evento virus ci sembravano impossibili, perché impensabili – e ci dice che questa possibilità sta in una casa più bella della prosa, che ha finestre più numerose e porte migliori.
Dalle finestre di questa casa Mariangela Gualtieri scrive : questo ti voglio dire/ci dovevamo fermare/ Lo sapevamo tutti che era troppo furioso il nostro fare ….. Ci dovevamo fermare/ e non ci riuscivamo/Andava fatto insieme…. E’ portentoso quello che succede, e c’è dell’oro credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni/ Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo
E ancora Kathleen O’Meara, nel 1869 ci parla dalla casa della possibilità: E la gente rimase a casa…./qualcuno incontrò la propria ombra/ e la gente cominciò a pensare in modo / differente/ e la gente guarì
L’abitare la possibilità appare nei recenti versi di Salvatore, “Perlustrati/ In questa primavera monca,/lasciati perlustrare dalla bellezza./un movimento del tuo corpo/ è già bellezza,/una caduta interrotta. Il tuo corpo ti tiene insieme/ i pezzi rotti. Ci tocca sfumare, /trovare posto, costruire figure solide, nel sublime silenzio/donato al mondo.
Ma perché le parole poetiche fanno sentire aperta la casa della possibilità ?  Maria Zambrano, filosofa spagnola scriveva “ nella filosofia ci imbattiamo nell’uomo inserito nella sua storia universale. Nella poesia troviamo direttamente l’uomo concreto, individuale. E’ per questo? chiedo a Salvatore
E che intendeva Heidegger quando chiedeva, commentando Hölderlin “ perché i poeti in tempo di povertà? Cioè un tempo da cui il divino sembra sfuggito? Il nostro, oggi, è un tempo di povertà, di privazione, di disgiunzione da tutto ciò che eravamo; è un tempo in cui i poeti, più che i filosofi e gli scienziati, possono far riaffiorare l’oro puro di Mariangela Gualtieri?
SALVATORE BRASILE
Sì, Elisabetta, la risposta non può che essere questa da parte mia. Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di offrire un dire che mi tiene avviluppato, stretto, abbracciato a ciò che di più caro ho al mondo, la poesia, che mi ha salvato la vita più volte e che continua a salvarmi nel quotidiano. La bellezza può salvarci. Nel dire ai miei alunni in questi giorni parole di speranza, ripeto loro spesso di cercare in fondo ai loro desideri lacerti di bellezza, di banchettare su di loro così come tu oggi mi dai la possibilità di banchettare sulla tua parola disseminata di questi lacerti. 
In questo mondo che sembra aver chiuso i battenti, un mondo che sembra in dismissione, c’è una fabbrica che non chiude, la grande fabbrica delle parole. Mentre noi ci scopriamo dismessi dalla nostra routine quotidiana,
la grande fabbrica delle parole lavora giorno e notte, dai suoi macchinari escono tutte le parole di tutte le lingue del mondo”.
Non importa se queste parole sono imperfette, piene di graffi e lividi, rotte. Anzi, accogliamole così come affluiscono nel nostro spirito, nel nostro essere.
Dice Alda Merini (che oggi compie gli anni e che ci guarda da mondi ultraterreni) che
“il pensiero di chi legge la poesia è aperto verso altri orizzonti: da una poesia, anche solo da una sua parola che ci colpisce, possiamo partire per inventarne altre, per creare un universo immaginativo nuovo, nostro. La poesia è leggenda specie in età giovanile quando ogni palpito del cuore e ogni conoscenza umana diventano filosofia dell’amore”.
E allora la poesia può mostrare possibilità e mondi possibili, senza bisogno di prove sperimentali. Laddove la scienza definisce il dominio dei limiti, la poesia sfrangia i limiti, ne rende i contorni sfumati, senza il bisogno perentorio di prove; perché l’arte poetica è l’arte del sym, nel senso greco del termine, del convivere del coabitare. La poesia appare, dunque, come l’arte del far coabitare le diverse istanze ed esigenze delle persone​ che interpretano questo momento così complesso, le persone che in questo momento fanno fatica a tenere insieme i loro pezzi, pezzi di corpo. È subentrata la paura di essere contagiati dalla dimensione e dal profilo umano dell’altro, oltre che dalle sue cellule biologiche. Non offre un balsamo, la poesia, a buon mercato, ma lenisce e al tempo stesso tiene insieme. Come il corpo tiene insieme i nostri pezzi rotti di un’esistenza, così l’arte e la poesia possono rendere non antitetiche le diverse istanze dell’opinione pubblica così divisa in questo momento, tra chi pensa che la retorica possa essere una deriva pericolosa e chi, invece, ha bisogno di rifugiarsi in ciò che di retorico può aiutare, come cantare insieme sui balconi canzoni del nostro patrimonio popolare italiano. La retorica fa paura, ma in realtà è una paura che è possibile esorcizzare, perché ci fa transitare in altri mondi, mondi possibili che abbiamo bisogno di sognare; ci fa transitare in un presente, ci fa percorrere tappe insperate in un presente che rischia una paralisi che non ci possiamo permettere. Uno di cortocircuiti psichici si gioca sul binomio paralisi-disperazione. Ebbene, questo possibile cortocircuito psichico è bene contemplarlo, non negarlo. E la poesia non nega questo disperante cortocircuito psichico, lo rende meno definito, gli dà un contorno indefinito. Ed è per questo che, rispondendo, alla tua domanda, cara Elisabetta, sono con te nel dire che i poeti in tempo di povertà mostrano il senso. Come tu mi hai insegnato, senso – pensando a Deleuze – vuol dire mostrare e trovare una direzione. I poeti mostrano una direzione, una dimensione e una direzione sfrangiata, ma possibile. Laddove, invece, i tempi presenti sembrerebbero quelli dell’impossibile. Ebbene, è dolce concludere questo discorso con i versi di una poetessa carissima all’Italia e a tutta la cultura occidentale, Alda Merini. Oggi Alda Merini nasce, il suo compleanno è il 21 marzo, Giornata Mondiale della poesia. Nel segno della poesia, l’esistenza di questa donna. Questa una sua lirica di stragrande bellezza:
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

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