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L’uomo e il senso della vita. Edoardo De Santis

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Nell’Apologia di Socrate Platone riporta, come è noto, questo detto del suo maestro: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall’uomo”.

Ma cosa dobbiamo cercare veramente? E dove dobbiamo cercare? Si è solitamente convinti che la filosofia, “amore della verità” oppure “amore per la conoscenza” sia una disciplina inavvicinabile per i profani e che sia destinata solo a quelli (b

eati loro!) che la riescono a comprendere. Ma in ogni caso rimane lì, è una passione o un lavoro per pochi, che disquisiscono, leggono, scrivono, dibattono.

Questo perché il nostro orizzonte di riferimento è in un certo senso predeterminato, prestabilito. “Le cose sono sempre le stesse, non cambierà mai niente”. “Questa è la vita”. Sono frasi di uso comune, nelle quali è facile identificarsi. Anche perché cosa potrebbe o dovrebbe succedere? Nella vita  possono accadere tante cose, piacevoli o spiacevoli, ma in ogni caso la comprensione della logica ad esse inerente non è in nostro potere. L’idea che si possa divenire più consapevoli, più coscienti del senso dei fatti è in effetti abbastanza strana. Come si diventa consapevoli? E a cosa porta questa consapevolezza?

Le pratiche filosofiche hanno di mira l’idea che la filosofia rappresenti una cura per gli individui. Il filosofo pratico ha una visione della realtà che gli consente di stimolare, nei più diversi contesti e con le categorie di persone più disparate, gli altri a conoscere aspetti di se stessi, della propria vita, che altrimenti rimarrebbero sconosciute, sepolte sotto la coltre della difficoltà oggettiva che solitamente si incontra nel cercare di capire il perché delle cose.

Ovviamente il “perché” non è oggettivabile, delle stesse cose si possono dare molteplici interpretazioni, ma lo studio della filosofia applicata alla pratica consente al professionista di avere una certa distanza dalla realtà, di guardarla da una prospettiva il più possibile oggettiva, cosa che in molti casi non può riuscire alle persone comuni.

Come scrive Hannah Arendt ne La vita della mente: “Il pensare si è trasformato in una téchne, in un particolare tipo di abilità, da stimarsi forse come la più alta, in ogni caso come la più urgentemente necessaria, in quanto il suo prodotto finale è la condotta della tua stessa vita.”

Cercare di comprendere chi siamo è necessario come il mangiare, il bere, il dormire. Solo avvicinandoci al senso delle cose possiamo aspirare ad essere felici. La felicità è un diritto, ma oggi è diventata quasi un dettaglio di secondo ordine, qualcosa a cui per definizione non si può veramente aspirare.

Non a caso ne Il principio speranza Ernst Bloch si chiede:“Come andrebbero le cose se fosse anzitutto di diritto per ogni uomo vivere nel modo più confortevole possibile”?

La felicità deve diventare un bene comune, come l’aria, come l’acqua, come la vita stessa. E solo la consapevolezza del significato delle cose ci può consentire di avvinarci ad essa, proprio perché, anche se non ne siamo consapevoli, o lo siamo solo parzialmente, la nostra vita è “regolata” dal senso.

Le pratiche filosofiche sono questo: al di là delle difficoltà dell’esistenza, le delusioni, le incertezze, rimane la speranza di un futuro migliore. Non importa da dove provenga l’impegno del filosofo, ciò che conta è che il senso fondamentale del suo agire è l’amore nei confronti degli altri esseri umani e quindi la possibilità di curare i mali che, in modi e sensi differenti, affliggono la loro anima.

Bibliografia

Arendt H., La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 2009

Bloch E., Il principio speranza, Mimesis, Milano, 2019

Platone, Apologia di Socrate, Critone, BUR, Milano, 2012

L’autore.

Edoardo De Santis, Dottore in Filosofia, Counselor Filosofico, Practitioner in Philosophy with

Children.

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