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Linguaggio inclusivo o “schwaria”? La difficile impresa di porsi domande sul neutro sovraesteso

Perché è necessario mantenere aperto il dialogo e assumere un atteggiamento interrogativo sullo schwa e, in generale, sull’inclusione linguistica.

 

Una necessaria premessa

 

La comunità Lgbtqia+ è sempre stata una comunità in lotta per il riconoscimento e per l’acquisizione della parità dei diritti. Sappiamo tutti quanto sia stata dolorosa e difficile negli anni questa battaglia. Sappiamo anche che i diritti conquistati sono tutto sommato recenti e perciò ancora da consolidare, da un punto di vista attuativo, ma anche e forse soprattutto socioculturale.

Molte persone appartenenti alla comunità Lgbtqia+ subiscono a oggi forme di bullismo, mobbing e in generale di discriminazione e micro o macroaggressioni verbali nella loro quotidianità. Ancora tanti adolescenti che fanno coming-out non vengono compresi dalle proprie famiglie e subiscono forme di rifiuto quando non perfino di allontanamento. Tutto ciò testimonia la grande necessità di opere di educazione e prevenzione di fenomeni come l’omofobia e la transfobia, fondati su stereotipi e pregiudizi radicati di matrice familiare, sociale, culturale.

Di tutto questo bisogna tenere conto quando si vanno a toccare questioni che pertengono a tematiche di genere e/o di orientamento sessuale, comprese le questioni linguistiche di recente introduzione nel dibattito pubblico e che hanno a che fare con schwa e asterischi.

Chi critica dovrebbe farlo con cognizione di causa e rispetto e soprattutto prestando attenzione a non squalificare in alcun modo le lotte suddette. D’altra parte, quando si muovono obiezioni e si chiede di essere altrettanto rispettati, occorre avere la sensibilità di tenere presente che la sacrosanta rivendicazione di esistere e non essere discriminati per il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, costringe spesso ad atteggiamenti difensivi e/o di attacco. Non è detto quindi che una critica, per quanto legittima, sia subito compresa e accettata. La filosofia stessa con il suo domandare, su questi temi, devono farsi quanto mai sensibili.

So che le domande che susciterò non otterranno  reazioni tiepide: per questo motivo, ribadisco il mio grande rispetto per le battaglie per i diritti Lgbtqia+, abbracciate da persone stimabili, che si fanno in quattro per rendere più inclusiva la nostra società. L’intenzione di questo articolo non è allora di mettere i bastoni tra le ruote a qualcuno nella sua legittima battaglia per la parità e la libertà di espressione, ma anzi di contribuire a tutto questo con una riflessione approfondita. La mia intenzione è di non evitare le domande per essere davvero consapevoli delle scelte filosofiche e linguistiche che facciamo e per valutare se si tratta davvero di mosse inclusive o meno.

Come filosofa pratica, inoltre, sento una particolare responsabilità. Se un giorno mi trovassi a facilitare un dialogo di gruppo sul tema del linguaggio inclusivo non potrei che tenere conto dei tanti interrogativi che esso suscita. Per questo motivo, intraprendo questa difficile impresa, nella consapevolezza comunque di non poter certo esaurire in questa sede un argomento così vasto e complesso.

 

Hate Social

 

Purtroppo, nei dibattiti sui social network ma anche nei talk politici e perfino nei convegni filosofici, la logica della guerra è sempre operante, quando il dibattito si sposta su temi delicati e pare che ognuno voglia  distruggere l’altro mentre si difende dall’essere distrutto. È un vero peccato che non si riesca a sospendere mai questa polarizzazione, perché spesso le critiche sono aggressive e d’altro canto, quando non lo sono, vengono comunque percepite così, come offese, e dunque azzerate, senza che gli argomenti dell’una e dell’altra parte vengano messi sul piatto della bilancia e varati attentamente e profondamente.

Nessuno sembra più capace di guardare il mondo con gli occhi degli altri e di capire che prospettive diverse possono confrontarsi con rispetto.

Si tratta di una perdita per tutti, perché questa situazione non permette agli uni e agli altri di provare ad arricchire il proprio pensiero grazie a una seria presa in considerazione di ciò che l’altro pensa. Inoltre, pare esclusa dal discorso ogni possibilità negoziale e nessuno cerca soluzioni integrative, che permetterebbero alle parti di “vincere insieme” anziché per forza vincere soli. La logica è sempre win/lose, o vinco o perdo, mai win/win, mai orientata a conquiste comuni.

È innegabile poi che, accanto ai vecchi tabù (parlare liberamente di omosessualità, transessualità, generi fluidi, ecc.) si vadano creando tabù nuovi di segno opposto (criticare un asterisco o uno schwa, proporre una qualunque modifica a un decreto legislativo,   parlare di differenza sessuale, ecc.).

Nemmeno la filosofia sembra in grado di porre rimedio a questa situazione. Più spesso i filosofi si schierano, credendo che il loro ruolo sia prevalentemente quello di orientare l’opinione pubblica, e quando dibattono lo fanno nella logica della distruzione dell’avversario.

 

Tra linguistica e filosofia

I linguisti sembrano un po’ più disponibili a prendere in considerazione le reciproche tesi, ma anche questo non è sempre vero. Basti considerare l’appello recente di Vera Gheno, nota saggista e linguista, che su Facebook chiede un convegno in cui le sue tesi sull’uso dello schwa (la vocale intermedia ǝ) vengano prese in seria considerazione dalla sua comunità e se ne possa discutere[1]. Evidentemente non percepisce considerazione adeguata per una proposta “sperimentale” che, comunque la si pensi, ha avuto il merito di discutere del linguaggio e dei pensieri che veicola.  Ha avuto, in particolare, il merito di ragionare sull’esclusione del femminile e delle minoranze non-binary dal discorso, in relazione al cosiddetto “maschile sovraesteso” (es. Quando si dice “Buongiorno a tutti” più che includere il femminile nel maschile lo si assorbe e questo genera una forma di esclusione di tutto ciò che dal maschile differisce). Non sarebbe meglio, quindi, evitare il maschile e utilizzare un generico schwa o scevà: “Buongiorno a tuttǝ”?

D’altra parte, capita talvolta che la stessa Vera Gheno non prenda in considerazione le tesi di chi non si riconosce nella sua proposta, parlando in alcune interviste degli argomenti “contro” come di argomenti “farlocchi” oppure che testimoniano di per sé quanto la misoginia o la transfobia siano diffuse e radicate. In qualche caso, forse in molti, è probabile che questo sia vero. Ma sarà sempre così o vi sono anche argomenti che “tengono”?

Sotto al suo post di Facebook relativo alla richiesta di un convegno, ho provato a farle una domanda. Non sono una linguista e perciò volevo sapere se ci fossero delle ragioni strettamente linguistiche (cioè non ideologiche) per decidere di sostituire al maschile sovraesteso uno schwa sovraesteso. Il motivo della mia domanda è questo: in filosofia, la critica al maschile universale coincide con la critica alla logica della sovraestensione e della riduzione all’identico, poiché essa è alla base di un pensiero che vuole che tutti si adeguino a un’unica norma. Questa critica può essere applicata sia al maschile universale che allo schwa.

In modo troppo affrettato si sostiene che lo schwa o l’asterisco semplicemente “includano tutti”. Io stessa per qualche tempo li ho utilizzati in SMS e E-mail, nelle formule di apertura, ritenendoli un modo veloce ed economico per esprimere inclusività. Il problema si è presentato quanto ho iniziato a interrogarmi sull’opportunità di estenderne l’uso a interi testi, articoli o libri. Ho iniziato a riflettere approfonditamente e si sono manifestate presto le perplessità.

Innanzitutto, qui non si tratta semplicemente di inclusione, poiché asterischi e schwa introducono allo stesso tempo nella lingua un sistema di riferimento ai gruppi di tipo indifferenziante. Un sistema finora estraneo non solo al nostra lingua, ma alla grande maggioranza delle altre: infatti, lo schwa non coincide con il “neutro” (che è di fatto un terzo genere) ma intende rappresentare le persone non binarie, le quali – come Gheno stessa sottolinea, rispondendomi – “non corrispondono a un terzo genere, ma all’assenza dei generi binari”. In generale, inoltre, Gheno è molto chiara in diverse interviste nel dichiarare l’intenzione anzitutto politico-ideologica della sua proposta linguistica.

Proverò, allora, a indagarla sotto un profilo strettamente filosofico.

 

Un’analisi possibile

L’obiettivo politico-ideologico di Gheno e di tanta parte del mondo Lgbtqia+ che sostiene la sua posizione, è dunque l’inclusione delle identità non-binary nella nostra lingua, che ad oggi non le contemplerebbe, in modo da promuovere una cultura più “inclusiva”. Un obiettivo di per sé condivisibile. Quel che si evita di argomentare è il perché scegliere ancora il sistema della sovraestensione, che mentre include assorbe, e non qualcos’altro. Non mi risulta, per esempio, che sia presa granché in considerazione l’ipotesi di una formula come “Cercasi camerieri/e/ǝ” anziché “Cercasi camerierǝ“, ovvero nessuno pensa di includere preservando le differenze invece di assorbirle in un unico concetto. Non viene quindi contemplata l’opportunità di aggiungere il non binarismo come possibilità ulteriore rispetto al maschile e al femminile anziché proporlo come norma universale.

Le identità non binarie, all’interno della comunità Lgbtqia+ sono esse stesse una possibilità, non la norma. Ci sono persone che si riconoscono come maschi, come femmine e persone che “si muovono tra i generi” o che presentano caratteri sessuali misti, come le persone intersessuali, alcune delle quali chiedono il riconoscimento di un “terzo sesso”.

Perché sovraestendere il concetto di assenza di genere e assorbire in esso tutte le identità?

Voglio ricordare che anche le persone transessuali hanno identità di genere binarie, cioè si riconoscono o nel maschile o nel femminile e non nell’indifferenza ai generi. Ovvero anche una persona transessuale potrebbe trovare motivi per non riconoscersi nella sovraestensione di un soggetto indifferenziato.

Vera Gheno, per la verità molto gentile nel rispondermi, ha però affermato che le fa ridere che qualcuno possa non riconoscersi nello schwa sovraesteso. Questo è un problema, non solo perché la risata non è un argomento, ma perché squalifica una posizione solo perché non allineata senza neppure ritenerla degna di esame. Gheno sostiene che lo schwa è un segno indistinto per indicare una “moltitudine indistinta”: il punto però è proprio questo, si tratta davvero di una moltitudine (umana) indistinta e indifferenziata? Oppure si tratta di una moltitudine di differenti?

Ritengo che sia molto nobile e sicuramente fondamentale lottare per l’inclusione, cosa in cui mi impegno io stessa attraverso numerosi progetti rivolti al mondo della scuola e non solo. È però necessario confrontarsi civilmente sul modo migliore per raggiungerla.

 

La satira e la censura per abuso di asterischi

Recentemente Monica Cirinnà, liberamente interpretando una vignetta di Andrea Bozzo – autore con un curriculum al di sopra di ogni sospetto – , le muove sui social un’accusa pubblica: quella di essere portatrice di “radicato pregiudizio omotransfobico”, poiché se la prenderebbe con gli asterischi e gli schwa. Nonostante l’interpretazione discutibile, scatta la gogna mediatica e la vignetta scompare, censurata per eccesso di segnalazioni come discriminatoria o promotrice di linguaggio d’odio.

Trovate tutta la storia a questo link 

Nel mondo filosofico, con mio rammarico, c’è stato chi, come Maura Gancitano di Tlon – solitamente molto sensibile al problema della censura – ha chiesto in questo caso ai suoi follower di Facebook di smettere subito di prendere posizione sulla vicenda, perché questo contribuirebbe a promuovere un clima poco disteso tra “chi ha visioni del mondo simili”, ad affossare il ddl Zan e a ostacolare chi vuole “disintossicare il linguaggio” [2]. Secondo Gancitano sarebbe preferibile dunque fare epoché e attendere una tavola rotonda tra esperti che discuteranno su “quali valori l’arte dovrebbe veicolare”. Che peccato invece non cogliere l’occasione di quanto successo per ribadire che la filosofia è sempre contro la censura e, a partire da qui, iniziare un vero dialogo in cui si accettino interrogativi al cosiddetto linguaggio inclusivo.

Solo le opinioni che costituiscono reato possono essere ritenute condannabili e in questo caso la strada è la legge (non la gogna mediatica). D’altra parte, sono certa che il Ddl Zan non servirà a sanzionare una vignetta come quella di Bozzo per il reato di omotransfobia, che evidentemente non sussiste, nemmeno se volessimo accettare l’interpretazione di Gaypost e Cirinnà[3], per la quale essa suggerirebbe un parallelismo tra i talebani e i sostenitori del linguaggio degli asterischi in un’operazione di cancellazione del femminile. Anche in questo caso, infatti, si tratta di un’opinione che non discrimina una specifica minoranza ma che prende di mira una proposta linguistica tutt’ora in fase di discussione.

Credo sinceramente che fino a quando ci saranno cose che una parte o l’altra rifiuta in ogni modo di mettere in discussione, finché esisteranno argomenti tabù, finché ognuno cercherà solo di chiudere la bocca a un altro niente cambierà. Succederà quello che è accaduto a Bozzo, costretto a rinunciare alla sua vignetta e a crearne un’altra in cui, rassegnato, dice “mi scuso se ho offeso”.

 

Sul soggetto indifferenziato

Lo dovrebbero sapere i filosofi che il concetto di soggetto “neutro” o indifferenziato è filosoficamente piuttosto problematico. Tale concetto, come sappiamo, fa capo alle teorie queer che mettono in discussione l’idea stessa di identità fondate sul sesso, sul genere o sull’orientamento sessuale. Teorie importanti che però non godono di un consenso universale.

Voglio ricordare inoltre tutta la critica all’idea di un soggetto “neutro” portata avanti dalla filosofia della differenza, che se un tempo ha rappresentato la possibilità di uscire da un pensiero e da un linguaggio eccessivamente improntati al maschile e di indicare la specificità del soggetto femminile, oggi viene facilmente derubricata a vecchia filosofia o perfino definita “trans-escludente”, data l’attenzione che riserva appunto alla differenza sessuale.

Andrebbe ricordato che un conto è non voler assorbire ogni differente nell’indifferenza e un altro è escludere. Si può includere anche riconoscendo di essere diversi (anzi, mi chiedo seriamente se ci sia vera inclusione se non lo facciamo).

Questo tipo di inclusione, capace di conservare le differenze interne a un gruppo di simili, guida in realtà la stessa scelta della sigla “Lgbtqia+”, la quale – così formulata e con quel “+” – somma e non annulla le differenze presenti all’interno della propria comunità. Lo stesso dicasi per la bandiera arcobaleno. Evidentemente, si ritengono le diverse identità presenti nel gruppo molto importanti e perciò si scelgono una sigla e dei simboli che ne rechino testimonianza. Troveremmo molto strano che la comunità Lgbtqia+, così diversificata al suo interno, decidesse di cambiare il suo nome in comunità “*” (asterisco) oppure in comunità “Q” (queer), oppure sostituisse la propria bandiera arcobaleno con un fazzoletto bianco cangiante, perché queste scelte eliminerebbero ogni differenza. Gli appartenenti alla comunità sono “uguali” da alcuni punti di vista ma diversi per molti altri.

E poi, siamo sicuri che l’asterisco o lo schwa senza genere rappresentino adeguatamente perfino lo stesso concetto di “identità non binaria”? Le identità non-binary sono quelle che fluttuano tra i generi (genderfluid) o che si identificano in entrambi i generi (bigender), che hanno quindi un po’ dell’uno e un po’ dell’altro senza annullarli, mentre solo una piccola percentuale sostiene di “non avere genere” (agender).

Forse, a proposito dell’espressione già citata in precedenza, utilizzare la formula “Cercasi cameriere/a” basterebbe, se sostenuta dall’intenzione di promuovere una cultura che intenda la sbarretta / non solo come un “oppure” ma anche e al tempo stesso come un “tra”. Cameriere, cameriera e ciò che si trova tra i due generi.

In effetti, in molti sostengono la necessità di promuovere innanzitutto una cultura dell’inclusione che sappia dare un nuovo significato ai segni linguistici esistenti, piuttosto che optare per una radicale modifica della lingua.

 

Il singolare senza riconoscimento

Quando ci troviamo di fronte a una singola persona non-binary che cosa significa riconoscerla nel linguaggio? Pare che il neutro non sia considerato adatto perché istituisce un terzo genere. D’altra pare, nemmeno lo schwa viene contemplato, per lo meno nella proposta presa in esame.

Lo schwa, infatti, serve per indicare “una moltitudine generica” di cui non sappiamo la composizione e si usa, secondo le indicazioni di Gheno, al plurale e al posto del maschile sovraesteso. Ma se a non essere conosciuta è l’identità di genere del singolo? Qui, allora, tornano maschile e femminile (il che dimostrerebbe che nessuno vuole cancellarli, si dice, rispondendo alle accuse di alcuni).

Tuttavia, sulla base di cosa dovremmo riferirci, per esempio, ad Andrea come femmina o come maschio, se non conosciamo la sua identità di genere? Il sesso? Mi pare escluso da questa prospettiva, soprattutto quando anch’esso non sia conosciuto. Il nome? Non pare sufficiente, poiché ci sono nomi riferibili a entrambi i generi e anche perché non è detto che una persona si riconosca nel genere espresso dal proprio nome. Il vestito che indossa? In questo caso le identità maschili e femminili sarebbero ridotte a meri stereotipi, poiché sappiamo che il vestito non fa il monaco. Pare che, cercando di buttare fuori gli stereotipi dalla porta, li si faccia rientrare poi dalla finestra, in più riferendoli non solo al sesso biologico ma anche all’identità di genere con cui, nel nuovo sistema linguistico, le parole devono accordarsi.

In secondo luogo, se una persona invece ci dicesse di essere non binaria,  perché non usare lo schwa indifferenziato? Al di là delle ragioni strettamente linguistiche, esiste una differenza tra indifferenziare e riconoscere un’identità non binaria? Per esempio, la differenza indicata poc’anzi, per cui non-binary non significa indistinzione ma mescolanza tra-? Oppure c’è dell’altro? Secondo altre proposte, potremmo utilizzare –@ oppure la desinenza neutra –u. Direi, comunque, che le domande poste restano valide.

Non è ben chiaro in questo progetto linguistico quale sia il significato delle identità sessuali/di genere e che cosa comporti il loro riconoscimento. Finché non c’è chiarezza concettuale la strada per l’inclusione linguistica sembra piuttosto impervia.

Questo di nuovo potrebbe indurre a ritenere migliore un processo di cambiamento culturale, prima che linguistico. Un riconoscimento reale che porti da sé a una risignificazione dei segni linguistici oggi in uso.

Nulla vieta di fare proposte e suscitare riflessioni ma bisogna pure ammettere che qualche limite, in questo caso, paiono averlo.

 

Inclusivi ma abilisti?

C’è poi un problema – riconosciuto dalla stessa Gheno – che sembra stranamente passare inosservato.

Un testo scritto usando lo schwa crea dei problemi di lettura e comprensione del messaggio soprattutto a persone che hanno una dislessia o agli anziani. Si rifiuta quindi il sessismo accettando tuttavia abilismo e ageismo?

Per un motivo ideologico considerato superiore e relativo all’inclusione delle identità di genere, si colpiscono altre minoranze sotto il profilo pratico. Ne vale la pena? Perché?

Potete approfondire qui 

Si ritiene, può darsi, che con il tempo e l’abitudine queste discriminazioni in qualche modo diminuiranno (?). Tuttavia, allo stato attuale, la scelta dello schwa (soprattutto da parte delle istituzioni, ma anche di chi scrive libri per l’infanzia e di chi scrive libri in generale) impone una seria riflessione.

Come detto, la stessa Vera Gheno ammette che i problemi legati alla lettura dello schwa e alla comprensione dei testi in cui viene utilizzato, in particolare per le persone dislessiche, sia un fatto grave, a cui “non aveva pensato” (vedi articolo sopra linkato). Naturalmente, un errore può capitare a chiunque. Forse è però possibile ammettere che questo tipo di dimenticanze possano avere qualche relazione con l’abitudine di pensare all’umanità come un tutto indifferenziato, che è proprio quel vizio di pensiero che non permette di contemplare le differenze e di prevedere possibili discriminazioni, impedendo infine di essere inclusivi davvero.

Dovremmo, ritengo, cogliere l’importante opportunità di riflessione dataci dalla già citata vignetta di Andrea Bozzo e che può essere più o meno tradotta con questa domanda: c’è differenza tra utilizzare un linguaggio inclusivo e essere inclusivi davvero?

 

Inclusione non fa rima con indifferenza

Promuovere attraverso il linguaggio un tipo di inclusione indifferenziante appare molto rischioso nei suoi risvolti pratici. Vero è che maschi, femmine o trangender siamo tutti delle persone, esseri umani degni di rispetto, qualunque sia il nostro sesso, il nostro orientamento sessuale o la nostra identità di genere. Tuttavia, se il rispetto delle persone va oltre le loro differenze, non se ne deduce che tali differenze non esistano e che non meritino riconoscimento. Il principio dell’uguaglianza dei diritti non va confuso con l’idea che maschi, femmine e transgender sarebbero identici sotto ogni aspetto: le caratteristiche fisico-anatomiche, il vissuto corporeo, la percezione sociale, il passato storico sono diversi per chi nasce maschio o femmina o non percepisce una congruenza tra il proprio corpo e la propria identità di genere (transessualità) o per chi, ancora, fluttua tra i generi (genderfluid).

Naturalmente quando utilizziamo queste differenze per porci gli uni contro gli altri o per definire delle gerarchie, allora effettivamente si innescano forme di conflitto e di esclusione. Questa dinamica va attenzionata, essendo molto, molto diffusa e occorrono anzi opere di educazione e prevenzione che scongiurino discriminazioni e violenze. Ma al di là di questo, riconoscere le diversità sembra fondamentale.

Pensiamo alla differenza sessuale in medicina. Per lungo tempo sono stati creati, commercializzati e somministrati farmaci pensati esclusivamente per il corpo maschile, assunto a paradigma di tutti gli altri: ciò ha comportato diversi errori clinici nella cura dei corpi femminili. Si pensava che il corpo di un maschio e quello di una femmina potessero essere trattati indifferentemente. La medicina di genere – nata in tempi assai recenti sotto la spinta femminista a rivedere alcuni presupposti della ricerca scientifica – si propone proprio di ovviare agli errori del passato (che capitano, talvolta, anche nel presente). Nel caso stesso delle vaccinazioni sappiamo che vi sono diverse risposte di genere e che, per quel che riguarda il vaccino anti Covid19 Astrazeneca, esso non viene più somministrato alle giovani donne poiché, diversamente dai maschi della stessa età, ciò comporta per loro un più elevato rischio di trombosi. Come è facilmente comprensibile, curare le donne in modo “diverso” dagli uomini, ossia tenendo conto della loro differenza, non significa affatto discriminarle bensì curarle in modo adeguato. Questo dovrebbe imporci di prestare molta attenzione: infatti, può succedere che proprio considerando poco importante o annullando la differenza, ci si esponga al rischio di gravi discriminazioni senza neppure accorgersene.

 

 

Le questioni linguistiche

Qui non mi addentro, poiché si tratta di un campo che esula dalle mie competenze. Mi limito a segnalare che da trent’anni ci si interroga sulle modalità alternative offerte dalla lingua italiana per eliminare le diverse forme di disparità di trattamento linguistico di donne e uomini, denunciate per la prima volta nel libro “Il sessismo nella lingua italiana” della linguista Alma Sabatini e delle sue collaboratrici Edda Billi, Marcella Mariani, Alda Santangelo, promosso dalla Commissione Nazionale per la Realizzazione della Parità tra uomo e donna e pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1987. Lo schwa è soltanto una delle più recenti proposte in questo campo. Detto questo, non solo non tutti i linguisti sono d’accordo nel ritenere che i generi linguistici coincidano precisamente con il sesso biologico e ancor più con il genere culturale, dato che li riferiamo anche a oggetti inanimati, ma non tutti aderiscono all’idea di usare lo schwa in modo nuovo, allontanandosi dal suo uso d’origine (finora è stata una vocale intermedia di origine ebraica che non ha il compito di riferirsi genericamente a un gruppo ma semplicemente indica un suono specifico, come quello che ha nel dialetto napoletano la parola “mammetǝ”, la quale resta in ogni caso singolare e di genere femminile). Come anticipato, non analizzerò gli argomenti pro/contro queste tesi, dato che l’interesse di questo articolo è di varare solo alcune questioni interne al dibattito filosofico.

 

Conclusione

Ora, il lettore può certamente non essere d’accordo con quanto sostenuto fino a qui (ci mancherebbe). Può perfino sentirsi offeso per qualche motivo che in questo momento non vedo. Credo però che non sia irragionevole chiedere di argomentare il perché, con civiltà. Inoltre, inviterei a rileggere quanto ho scritto un paio di volte, così da rendersi conto che non ho preso una posizione così netta ma ho prevalentemente proposto domande. Soprattutto, come più volte ribadito, non ho alcuna volontà di delegittimare la battaglia del linguaggio inclusivo ma piuttosto di renderla meno ovvia. Inoltre, l’obiettivo è anche quello di aprire i diversi fronti alle reciproche domande.

Penso che sia possibile ammettere che usare lo schwa, limitandone l’uso alle formule di apertura del discorso “Buongiorno a tuttƏ, oppure, carƏ tuttƏ”, sia tutto sommato una sperimentazione interessante di un linguaggio  interno a un gruppo di persone ideologicamente affini e che ciò non crei troppe difficoltà. Dirò di più. Quando oggi ricevo SMS e E-mail in cui si usano schwa e asterischi, lo interpreto come manifestazione di una volontà inclusiva e in fondo penso che vada bene così: l’importante, infatti, è il modo in cui le persone concretamente incarnano l’ideale dell’inclusività e dell’accoglienza nella propria vita. Quello che mi appare davvero problematico è invece il proposito di intervenire massicciamente sul sistema della lingua, tanto più se non si prevedono del tutto i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione. In questo caso, non ci si può esimere dal serio confronto con le posizioni critiche.

Come filosofa pratica, se un giorno mi trovassi a facilitare un dialogo di gruppo sul tema del linguaggio inclusivo, sentirei la necessità e la responsabilità deontologica di tenere conto dei tanti quesiti che esso suscita. Da filosofa, credo inoltre che sia sempre fondamentale dialogare con l’opinione altrui, il che significa ascoltare l’altro, domandare, argomentare e poi sottoporre gli argomenti a nuovo vaglio critico.

Quanto manca tutto questo, quando si fa la guerra per avere ragione anziché usare la ragione per non fare la guerra.

 

Articolo di Maddalena Bisollo

 

IMPORTANTE: Data l’impossibilità di esaurire un argomento tanto complesso con un solo, breve articolo di un blog, insieme alla redazione della Rivista Italiana di Counseling Filosofico, si è deciso di dedicare al tema del “linguaggio inclusivo” la Rubrica Assiotea del prossimo numero, raccogliendo diversi contributi e promuovendo il confronto tra posizioni differenti. Questo a rimarcare la necessità di un’apertura dialogica tra coloro che hanno a cuore i temi dell’inclusione, della filosofia pratica e delle questioni di genere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Post del 23 agosto ore 15:22, profilo Facebook di Vera Gheno https://www.facebook.com/wanderingsociolinguist/posts/10159267813345915

[2] Post del 19 agosto 2021, ore 11.44, profilo Facebook di Maura Gancitano https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2982611858666311&id=100007525772298

[3] Post del 16 agosto 2021, ore 16.54, profilo Facebook di Monica Cirinnà https://www.facebook.com/monicacirinna.it/posts/377487733740460

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