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La relazionalità dell’esserci per l’altro. L’importanza e la cura della relazione. di Sara Rassech

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 «Non di solo pane vivrà l’uomo.»
(Lc 4,4)
L’odierno scenario drammaticamente insondabile di un trauma inaspettato è divenuto causa di angoscia, un sentimento che scaturisce dall’indeterminato. Il virus, infatti, è un nemico non localizzato, non visibile, che non ha un’identità e un volto, ma solo un nome: Covid-19.
Questo virus, mietendo migliaia di vittime in tutto il mondo, ha destabilizzato la nostra visione del mondo e il nostro modo di vivere, dato che ogni governo ha dovuto mettere in atto una serie di provvedimenti restrittivi che hanno limitano la libertà individuale.
L’avvento pandemico del Coronavirus, innanzi al quale ci troviamo, ha scardinato, quindi,  il nostro modo di vivere abituale, dilatando la dimensione del tempo e creando un’epochè, una sospensione da ogni giudizio, dovuta allo smarrimento provato indistintamente da ogni individuo. Questo, però, offre all’essere umano l’opportunità di “fare filosofia”, ovvero d’interrogarsi circa l’essenziale.
Da sempre la filosofia discute i grandi temi della vita, come la malattia, la morte, il senso dell’esistere e il rapporto con l’altro. Oggi, ogni persona libera dalla morsa del tempo, dagli impegni quotidiani, può riflettere su ciò che è davvero importante e irrinunciabile nella propria vita, sulla qualità delle proprie relazioni sociali e di coppia.
In particolar modo, l’insinuarsi del virus nelle nostre vite ha provocato vari mutamenti, tra cui quello del modo di vivere la dimensione della relazionalità, già in parte compromessa dalla modernità, che mostra legami sentimentali vissuti in modo edonistico, leggero, flessibile. I rapporti sono così aleatori che possono essere sciolti, qualora non soddisfacessero più le aspettative desiderate.
Il panorama vissuto dall’uomo moderno si profila come un mondo dell’instabilità e della precarietà dei legami affettivi. L’avvento della pandemia, quindi, permette all’uomo di analizzare e verificare la solidità dei propri rapporti, messi a repentaglio dalle varie ordinanze del decreto, che impongono la “lontananza sociale”.
I contatti che erano sempre più vissuti virtualmente, attraverso chat e social media, celavano il desiderio dell’individuo di non mettersi mai in discussione con un vero incontro, per difendere la propria dimensione egoica e soprattutto la propria libertà. Lo schermo che si interpone tra gli interlocutori in qualche modo soffoca il “sentire”, anestetizza e difende, è una barriera che protegge la propria emotività da coinvolgimenti troppo stretti e profondi.
La contrapposizione tra reale e virtuale, tratto caratteristico della società contemporanea, oggi assume differenti significazioni: mentre prima della quarantena l’individuo, chiuso nel proprio solipsismo, utilizzava i social media per mostrare, attraverso i selfie, quell’ego onnipervasivo che non lasciava spazio all’altro, ridotto a mero spettatore e dispensatore di approvazione; ora, in una situazione di isolamento imposto, i mezzi telematici si utilizzano per sentirci uniti e in contatto gli uni con gli altri.
La nostra società, quella della prestazione, dell’iperattività e dell’indipendenza si trova a fare esperienza del “limite” innanzi al dolore, alla morte e all’isolamento. Si assiste, quindi, alla fragilità dell’essere umano che è passato dall’ostentazione di forza e bellezza, alla paura e alla solitudine.
La scelta di vivere da soli che permette al soggetto  libertà e “socialità a richiesta”, ora lo porta a fare i conti con l’isolamento e con la propria solitudine.
La relazione di coppia, per chi non convive, prende vita quasi solo attraverso la telecomunicazione che tanto sottrae al reale, distorce il sentire empatico, appiattendo le emozioni e dando adito anche a fraintendimenti comunicativi.
Nei luoghi in cui ci si reca per necessità si rifugge, ovviamente, ogni contatto fisico, ma soprattutto si cerca di evitare anche il contatto diretto con lo sguardo, come se questo, alla stregua di Medusa, avesse il potere di pietrificare o, meglio in questo caso, di veicolare la propagazione del virus.
Il contatto sociale, già da tempo spogliato di certe esternazioni affettive, diviene asettico, algido, distante, con tale atteggiamento in molti sembrano voler tacitamente lanciare un messaggio, che  rievoca la locuzione latina “noli me tangere”.
La reciprocità empatica viene vissuta in modo differente poiché, la mancanza di relazione in presenza, impone una certa distanza.
Se per il filosofo Lévinas l’Altro è il fondamento ontologico della costituzione dell’esistenza, ora l’Altro non ha quasi più un volto, in quanto le mascherine nascondono le espressioni e le emozioni.
Anche per il filosofo tedesco Heidegger è prioritario l’elemento della relazionalità, infatti, la condizione dell’esistere è Dasein che si traduce con “esserci”, essere nel mondo; quindi l’essere umano è originariamente essere con altri, essere insieme ad altri. Il senso primario dell’essere dell’esserci è la cura.
La qualità delle proprie relazioni è determinata dalla dedizione che si ha per la cura di sé e dell’altro.
Se si ama qualcuno si ha cura del benessere e della crescita del rapporto.
Una società civile ha bisogno di cura e non solo di una medicalizzazione della vita.
Oggi è possibile offrire la propria vicinanza, anche se non fisica, alle persone bisognose. La persona che vive una situazione di precarietà potrebbe essere anche il nostro prossimo, il nostro vicino di casa, un amico. In questa situazione di estrema difficoltà è importante “l’esserci per l’altro” che può manifestarsi anche attraverso piccoli gesti di aiuto e di solidarietà. Per certe famiglie anche una spesa pagata può significare molto. La relazione di cura è anche preoccuparsi del bene del prossimo.
Infatti, la cura è il cuore dell’esistenza umana. Gli anziani, come i bambini, necessitano di cure, gli uni per l’assistenza, gli altri per la crescita. Tutti, però, abbiamo bisogno della presenza degli altri e troviamo, nella costruzione di sane relazioni, quelle attenzioni necessarie per sentirci protetti, importanti, amati e curati. La cura, difatti, è la cifra dell’amore.
Un’etimologia poetica vuole che il termine amore derivi dal latino a-mors, alfa privativo e mors, mortis: privazione di morte.
L’amore, infatti, può esser considerato linfa vitale, poiché dona energia e allontana ciò che la morte rappresenta, ovvero l’assenza di senso, quel tutto che sembra procedere verso il nulla. Scegliere i significati e il respiro che si desidera dare a questa parola denota anche il peso che si attribuisce a questo sentimento.
La parola non è solo una questione linguistica, ma è creatrice di realtà, è l’energia umana che si rivela. Il sostantivo assume coscienza, diviene personificato. La parola è l’epifania del significato, non una semplice identificazione.
L’amore è innegabilmente connesso con l’essere in relazione. Aristotele nella Politica definisce l’uomo come animale sociale, quindi relazionale.
Anche nell’ambito medico è fondamentale l’aspetto relazionale che deve venirsi a creare tra medico e paziente. Non esiste, come sostiene Cattorini, un algoritmo bioinfomatico che indichi la proporzione di un trattamento rispetto a una storia personale.
Il vissuto, la storia personale del paziente, è importante per la cura dell’intera persona, che non è mai solo il suo corpo. Il malato non deve identificarsi con la propria malattia. Oggi non c’è molto spazio per il dialogo, per il supporto di tipo emotivo del paziente malato di Coronavirus. Coloro che hanno contratto questo virus vivono la loro sintomatologia isolati, senza le visite dei propri cari che potrebbero, in qualche modo, allietare le giornate trascorse nell’angoscia per l’inaspettato e fumoso futuro che li attende, forse anche fatale.
L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova medici e infermieri che sono stati costretti a ritmi lavorativi estenuanti. Gli operatori sanitari, continuamente esposti ad un elevatissimo rischio di contagio, hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di molti pazienti. Essi sono i nuovi eroi di questo periodo storico.
Il mondo della cura, già medicalizzato dall’apparato tecnico, che riduce il corpo dell’uomo a puro organismo, perde la dimensione della relazionalità, poiché gli operatori sanitari si trovano a dover fronteggiare l’emergenza reale del contagio. Ipoteticamente, ogni incontro con il corpo dell’altro è un venire a contatto con il patogeno virale, quindi il nemico non è più lo straniero, il diverso da noi, ma può coincidere con un nostro familiare, con il nostro partner o persino celarsi in noi stessi. In altre parole, il nemico non è più il lontano, ma più probabilmente il vicino.
Con l’avvento della pandemia il corpo, come era stato classificato dalla fenomenologia, non è più il corpo vissuto, il corpo della vita [Leib], poiché per proteggere l’organismo [Körper], non si vive più. Il corpo è nel mondo della vita, ma la socializzazione, che è parte integrante della vita, è stata sospesa con la conseguente crisi dei rapporti umani.
La tutela della collettività, come ben ci ricorda l’etica kantiana, ha la priorità rispetto alle esigenze del singolo individuo che viene del tutto espropriato della propria libertà, dei propri diritti costituzionali, come se vivesse un’imposizione di matrice totalitaria, giustificata, però, dall’emergenza sanitaria.
Le restrizioni delle libertà personali, a cui i cittadini sono stati sottoposti, tuttavia favoriranno l’insorgere di disturbi emotivi in persone sane da un punto di vista psicologico e andranno ad acuire in altre persone problemi psichici preesistenti che si andranno ad aggiungere. Si aggraveranno i problemi di quelle persone già disturbate, e a queste si sommeranno i disagi psicologici che molti individui svilupperanno in seguito alla quarantena.
La collettività altro non è che la somma dei singoli, molti dei quali subiranno ripercussioni negative  causate proprio dalle limitazioni delle libertà individuali. Alla fine, quindi, sarà la collettività stessa   a subirne lo scotto e a dover farsi carico dei disagi che avranno colpito tanti suoi membri, quindi il benessere di ogni essere umano deve esser preso in considerazione.
Non sono state sufficientemente prese delle misure precauzionali per i soggetti fragili con disturbi mentali, già preesistenti alla pandemia. Per alcune persone con comportamenti disfunzionali e disadattivi, la possibilità di non sprofondare nell’abbandono assoluto, il poter avere dei contatti sociali,  il poter stare all’aria aperta sono elementi vitali per la loro sussistenza.
Del resto la psichiatria è una branca della medicina ancora recente e soprattutto è una scienza residuale, poiché si occupa dello studio sperimentale della psicopatolgia e dei disturbi della personalità. Benché i vari DSM, manuali diagnostici e statistici dei disturbi menatali, cerchino di classificare i vari squilibri psichici che causano la malattia, questa, non essendo riscontrabile negli organi, ma soltanto nei sintomi, risulta essere un morbus sine materia.
Fondamentale è chiarificare il concetto di salute, l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia oppure di infermità”.
In questa situazione di solitudine forzata, la sofferenza evidenzia il limite della propria singolarità, ma ne determina anche la forza, poiché è nelle situazioni estreme che emergono le risorse nascoste  di ogni individuo. È importante saper stare soli con se stessi e trovare una propria intima dimensione di benessere; la vita, però, si fonda sulla relazione umana.
Nessuna vita può generarsi da sé, benché spesso da molti si senta esprimere un luogo comune con queste brevi e sentenziose parole: “Nasciamo soli e moriamo da soli”. In realtà non è proprio così. Nel momento in cui un bambino nasce, grida. Lo psicanalista Lacan, nel seminario X scrive: “La vita viene alla vita nell’abbandono assoluto”, nel momento di transizione dal grembo materno al mondo della vita, il bambino che viene alla luce, strilla, poiché cerca qualcuno che gli faccia sentire la rassicurazione della presenza dell’altro. L’urlo di ognuno di noi è un appello per far sì che ci sia qualcuno che risponda alla nostra invocazione di aiuto. Il grido si muta in parola, solo quando l’altro risponde alla nostra domanda di relazione. Se questa domanda non ricevesse risposta, rimarrebbe grido e non si tradurrebbe mai in parola. È la presentificazione dell’altro che con la sua risposta avvia il linguaggio, umanizzando la vita.
La figura, però, che imperversa maggiormente il nostro scenario è la morte, purtroppo del tutto disumanizzata. Come ricorda lo psicanalista Recalcati, il numero dei morti sovrasta i nomi di coloro che sono venuti a mancare. Questo è ciò che accade solitamente nelle carneficine belliche. Viviamo un tempo di guerra, in cui il nemico non ha volto e non si sa da dove possa sopraggiungere.
Con il Covid-19, si avvera il luogo comune del “morire da soli”. Si muore lontano dai propri cari, senza contatti fisici, senza il supporto affettivo, spesso trasmesso anche attraverso un abbraccio, che può valere più di tante parole. Oggi, invece, il conforto proviene solo dalla connessione che si può avere con l’altro, mediante le parole emesse dal proprio interlocutore attraverso lo smartphone, unico oggetto che consente la comunicazione e il contatto sociale.
Abbiamo bisogno che la nostra umanità di base ridiventi il punto iniziale e la misura di ogni cosa.
Il nostro modo di vivere è già mutato, ma dovrà riadattarsi alla convivenza con questo patogeno virale. Il mondo è stato modificato, ora è fondamentale vivere con consapevolezza e con le dovute precauzioni, imposte dalla razionalità scientifica, non trascurando, però, tutto ciò che di più umano può trasmettere anche la ragionevolezza storica e sociale.
Occorre ritrovare la capacità di meravigliarsi innanzi alla bellezza, la scienza non esaurisce la complessità del reale e dell’essere umano. L’uomo si cura di sé e della propria anima, trovando rifugio nell’arte, nella poesia, nella letteratura e nella musica. Penetrare l’essenza delle cose, contemplarne la bellezza perfetta, aspirando all’armonia, questa è “la bellezza che salverà il mondo”.
Infine, come ci ha insegnato il resiliente Viktor Frankl, scampato ai campi di sterminio: “Quando non possiamo più cambiare la situazione, siamo sfidati a cambiare noi stessi”.
Bibliografia
E. Berti, Guida ad Aristotele, Laterza, Roma-Bari, 2004
I. Kant, La critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari, 2004
P. M. Cattorini, Cura, Messaggero, Padova, 2014
S. Brotti, Etica della cura, Orthtes, Napoli, 2013
M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 2008
D. Ikeda e L. Marinoff, Qualunque fiore tu sia sboccerai, Piemme, Milano, 2014
H. M. Chochinov, Terapia della dignità, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 2015
B. C. Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2012
J. Lacan, Il seminario. Libro X, L’angoscia, Laterza, Roma-Bari, 2009

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