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La filosofia come “cura”. Riflessioni sulla valenza “terapeutica” del Counseling Filosofico. Eleonora Candeli

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 «È vuoto il discorso di quel filosofo che non riesca a guarire alcuna passione dell’uomo: come non abbiamo alcun bisogno della medicina se essa non riesca ad espellere dal nostro corpo le malattie, così non abbiamo alcuna utilità della filosofia se essa non serve a scacciare le passioni dell’anima» (Epicuro, 1973, p. 570).

Con queste parole Epicuro ammonisce sulla funzione della filosofia, che deve essere capace di intervenire sull’insieme di sensazioni, emozioni e pensieri che creano sofferenza e dolore; essa, se non è capace di agire concretamente sulla vita delle persone, risulta inutile. Per questo Epicuro definisce la filosofia come “tetrafarmaco”, ossia una medicina in grado di curare i quattro mali che affliggono l’animo umano: la paura della morte, la paura degli dèi, la paura del dolore e il timore di non poter raggiungere il piacere. Oltre ad Epicuro, si potrebbero citare diversi altri filosofi dell’antichità i quali hanno ravvisato in questa disciplina una possibilità di intervento nei confronti della sofferenza dell’uomo. Inoltre, la “cura di sé” (epimeleia heautou in greco e cura sui in latino), nel mondo antico, costituiva non solo un principio teorico, ma una pratica costante; il termine stesso epimeleia sta ad indicare la cura come sollecitudine e attenzione, che si esplica, quindi, non solo in un atteggiamento della coscienza, ma in una vera e propria occupazione con le sue regole, i suoi strumenti, i suoi obiettivi. A questo punto, bisogna precisare che la cura di sé non è un’invenzione del pensiero filosofico: nella civiltà greco-romana essa era, di fatto, un elemento culturale molto potente, tanto da rappresentare un vero e proprio principio regolatore dello stile di vita. Senofonte, ad esempio, usava l’espressione epimeleia heauton per descrivere la gestione agricola; anche la responsabilità di un monarca nei confronti dei suoi cittadini era epimeleia heauton. Tuttavia, con l’avvento della filosofia, per la cura di sé diventano necessari i logoi, cioè i “discorsi veri e razionali”, mediante i quali è possibile smantellare quei falsi miti e false credenze, quelle superstizioni, quei pre-giudizii e pre-concetti che sono causa delle nostre paure e incertezze: per Plutarco i logoicostituiscono un “farmaco” (pharmakon) che dobbiamo avere sempre a portata di mano per affrontare le vicissitudini della vita e si traducono in una serie di esercizi di pensiero con cui dobbiamo allenare la mente per modificare il nostro approccio agli eventi e fortificare il nostro atteggiamento (Foucault, 2003).

Se nell’antichità la filosofia aveva una funzione terapeutica, è plausibile affermare che tale funzione abbia validità ancora oggi? Per usare le parole di Pier Aldo Rovatti (2006), è lecito domandarsi: la filosofia può curare? Per rispondere a tale interrogativo, bisogna anzitutto intendersi sul significato della parola “cura”. In latino cura è la traduzione quasi letterale della parola greca therapeia, che significa “servizio” ed indica, appunto, l’“essere al servizio di qualcuno”. Nell’Iliade, Automedonte, Alcimo e Patroclo vengono definiti therapontes rispetto ad Achille, in quanto si sono posti al servizio del compagno (Curi, 2017). Ma, porsi al servizio di qualcuno implica anche il prestargli obbedienza, termine derivante dal latino ob-audire, che significa “mettersi in ascolto”; dunque, il therapon è colui che si pone al servizio di qualcuno prestandogli ascolto, senza che ciò comporti l’instaurarsi di una qualche relazione di superiorità/ subordinazione, ma come risultato di una libera scelta dettata dall’interesse nei confronti di chi ci sta dinnanzi. A questo punto, si può ben capire il concetto racchiuso nel significato della parola cura: essa è “sollecitudine”, “preoccupazione”, “premura” nei confronti di qualcuno. Inoltre, l’”avere cura” chiama in gioco il pensiero valoriale, nel senso che ciò di cui ci preoccupiamo assume, per noi, un valore, sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista emotivo, sia dal punto di vista etico (ossia dei comportamenti che attuiamo). Matthew Lipman distingue tre dimensioni del pensiero, strettamente intrecciate, che entrano in azione durante la pratica filosofica: quella critica (corrispondente all’attività logica del ragionamento), quella creativa (che ha il compito di individuare e percorrere vie alternative, di rendere effettivamente possibile ciò che è possibile) e quella caring. Ora, il pensiero caring «[…] possiede un doppio significato: da una parte significa pensare con premura all’oggetto dei nostri pensieri, dall’altra vuol dire occuparsi della propria maniera di pensare» (Lipman, 2003, p. 284): si tratta di una dimensione riflessiva che pone in essere sia la questione del valore di ciò di cui ci occupiamo, sia la questione del valore della modalità con cui ci occupiamo di ciò che ci sta a cuore. È un pensiero complesso in cui, accanto alla sfera valutativa e a quella normativa, intervengono anche la sfera affettiva e quella empatica, perché senza l’emozione «il pensiero sarebbe piatto e poco interessante» (Id., p. 283), sarebbe cioè privo di quella connotazione emotiva che sperimentiamo quotidianamente. Tornando, quindi, all’interrogativo iniziale, ossia se la filosofia sia in grado o meno di curare, a questo punto è possibile indirizzare la risposta verso il “sì”, a patto che i concetti di cura e terapia vengano liberati dal monopolio delle discipline mediche, per cui essi possano indicare non soltanto l’utilizzo di un insieme di procedure atte ad affrontare una situazione patologica, ma anche la premura e la preoccupazione per qualcuno di cui ci si pone al servizio. La filosofia che diventa “filosofare”, cioè pratica capace di intervenire sui problemi concreti delle persone, liberata dal «ghetto accademico» (Achenbach, 2005), può verosimilmente curare.

Ma in che modo la filosofia come pratica può essere “terapeutica”? Chi si rivolge al filosofo praticante (o, nello specifico, al consulente filosofico) ha un problema concreto da risolvere, una preoccupazione che lo assilla, un dolore che lo attanaglia. E’ da queste situazioni che scaturisce la necessità della ricerca, la volontà di filosofare, la quale prende sempre le mosse da una lacerazione dell’esperienza, da una mancata corrispondenza tra mondo esterno e mondo interno, da una questione che “sentiamo” attinente a noi, ma che ci rende spaesati e in un certo qual modo ci irrita: «A partire dallo stato di smarrimento prende forma la riflessione e i suoi sviluppi possono andare nel senso e nella direzione della filosofia» (Cosentino, 2008, p. 15). Il consulente filosofico, grazie alla familiarità in primo luogo con una tradizione millenaria di domande, prospettive, teorie e possibili risposte sulle questioni più spinose riguardanti l’esistenza umana e in secondo luogo con l’indagine filosofica, in cui logica, creatività e pensiero valoriale si intrecciano alla ricerca di orizzonti di senso, può aiutare il consultante a “smontare e rimontare” i suoi pensieri e le sue sensazioni, accompagnandolo in una ri-costruzione assolutamente personale di una visione del mondo che possa risultare, per lui o per lei, meno nociva e più funzionale. Il “con-filosofare” del consulente e del consultante insieme deve far luce sugli aspetti latenti del pensiero, deve “smascherare” i pre-giudizii, i pre-concetti, le premesse implicite che necessariamente caratterizzano la visione del mondo di ognuno di noi. Questo insieme di “credenze” prende corpo dall’ambiente in cui viviamo, dalla famiglia di origine, dalla cultura di appartenenza, dal contesto sociale, dalle esperienze compiute, dalla rete di relazioni intersoggettive che abbiamo intrecciato e, se mostrano di avere una funzione efficace nei vari contesti pratici, non necessitano solitamente di esplicitazione. Ma, quando all’interno di tale visione del mondo si insinua una crepa, che rischia di sgretolare l’intera costruzione, può rendersi necessario un lavoro filosofico attraverso il quale ricostruire un nuovo orizzonte di senso: d’altronde, laddove sono in gioco questioni di senso e questioni etiche può intervenire, a buon diritto, la filosofia. Il filosofo praticante è, quindi, chiamato, da un lato, a mettere in discussione l’insieme di credenze del consultante e, dall’altro lato, ad agire maieuticamente affinchè il consultante stesso sia in grado di assumere quell’atteggiamento filosofico mediante il quale sarà in grado di individuare la sua peculiare via di uscita al problema; in questo senso, il consulente filosofico mette se stesso, con la sua competenza e il suo “saper essere” filosofici, al servizio dell’ interlocutore, prendendosene cura e diventando, come Patroclo, il suo therapon.

Non sono in grado di stabilire se una maggiore consapevolezza di sè e delle proprie modalità di pensiero e se la capacità di modificare i propri orizzonti di senso siano in grado di rendere la vita più felice o di aumentare il grado di benessere. Mi piace però pensare, come ha scritto Antonio Cosentino, che la filosofia sia cura di sé quando diventa processo di emancipazione (id., p. 108): ciò comporta, da un lato, l’affermazione della propria libertà da vincoli imposti e dalla tirannia della “culla” e, dall’altro lato, la conquista della libertà di costruire se stessi mediante autonomi percorsi di progettazione di sé, in un cammino che coinvolge le diverse dimensioni dell’individuo (conoscitiva, emotiva, etica, sociale e relazionale) e comporta prese di posizione consapevoli e giustificabili di fronte a sé e agli altri.

 

Bibliografia

Cosentino A., La filosofia come pratica sociale. Comunità di ricerca, formazione e cura di sé, Apogeo, Milano, 2008.

Curi U., Le parole della cura. Medicina e filosofia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.

Epicuro, Opere, a cura di Graziano Arrighetti, Utet, Torino, 1973.

Foucault M., L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli Editore, Milano, 2003.

Lipman M., Educare al pensiero, Vita e Pensiero, Milano, 2003.

Nave L., Zamarchi E., Pontremoli P. (a cura di), Dizionario del counseling e delle pratiche filosofiche,  Mimesis Edizioni, Milano, 2013.

Rovatti P. A., La filosofia può curare?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.


L’autrice: Eleonora Candeli, Consulente Filosofico Pragma. Società Professionisti Pratiche Filosofiche.

 

 

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