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La bacchetta del filosofo. Andrea Dallapina

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Il consulente filosofico può comunicare il significato delle proprie pratiche con il corpo, oltre che con la parola? E se sì, come? Sono le domande che nascono dopo aver visto in azione un grande direttore d’orchestra come Antonio Puccio presso la Scuola di Pratiche Filosofiche e Counseling Filosofico Pragma di Milano.

 Un parallelo tra concerto e consulenza

Un parallelismo tra direttore d’orchestra e consulente filosofico può nascere dal fatto che entrambi fondano la loro attività sull’interpretazione di testi. Per il direttore il testo è lo spartito musicale, l’opera sinfonica. Tecnicamente il testo musicale (composto magari qualche secolo fa) può essere eseguito da chiunque sappia leggere la musica e suoni uno strumento. Il direttore non si limita però a questo (a tradurre segni in note): studia, scava, cerca un’intuizione, una chiave, per dare nuova voce, per attualizzare, sottolineare, evidenziare alcuni significati dell’opera.

In modo analogo il consulente filosofico per le sue pratiche parte dai testi filosofici, scritti magari oltre 2 millenni fa, e cerca di interpretarli nel contesto della consulenza (individuale o di gruppo che sia). Anche in questo caso, tutte le persone alfabetizzate possono leggere le traduzioni di Platone, di Aristotele, di Kant o di Hegel, e possono capirne il significato letterale. Ciò non è però sufficiente a cogliere il movimento all’interno del quale quel pensiero è nato e perché può ancora avere senso (o un nuovo senso) per noi. Il “medium” per arrivare a questa interpretazione incarnata è il consulente.

 Oltre le parole

Il parallelo finisce qui? Senz’altro vi sono delle differenze. Il consultante è sia mezzo che fine della performance, mentre gli orchestrali sono il mezzo e il pubblico è il fine dell’esecuzione musicale. Ma a prima vista la differenza fondamentale risiede nella parola. La consulenza filosofica è un’esecuzione che utilizza il dialogo, le parole. Quello che conta è quello che si dice. L’esecuzione musicale nasce invece da un intendimento sul suono. Anche nella preparazione dell’esibizione, come ha spiegato lo stesso maestro Puccio nel corso di un workshop tenuto nel giugno 2020 a Milano dalla Scuola Pragma, le parole che il direttore dice agli orchestrali durante le prove (e che servono a comunicare la sua interpretazione del brano) sono minime. È il gesto, cioè l’esercizio mimetico di incarnare la musica con le movenze della bacchetta, che diventa lo strumento per indicare il significato specifico che il direttore vuol dare all’interpretazione.

Siamo di fronte a un segno (il movimento della bacchetta del direttore) che non è fonetico e non è un grammata (un segno scritto, inciso su un supporto). Però potremmo definire il gesto della mano che tiene la bacchetta comunque una scrittura nel mondo e del mondo, nel senso che il direttore qualcosa scrive, rappresenta, utilizza il mondo (la bacchetta e lo spazio antistante a sé) per esprimere concetti, idee, visioni, emozioni, sentimenti. Lo fa scrivendo su un supporto invisibile, la sua è infatti una scrittura nell’etere, nel vuoto.

 Scrivere nel vuoto

Anche la voce è una scrittura nel vuoto (e dal vuoto). L’oralità è lo strumento attraverso il quale gli esseri umani, dopo aver visto la luce, scoprono che il mondo si trasforma, diviene, si pronuncia e si dissolve, si sente e si perde. È questa “impersistenza mondana” il grande trauma (la perdita dell’Uno, della simbiosi con la madre, rappresentata dalla dimensione del linguaggio) che l’ipermodernità con le digital clouds, con la riduzione a codice binario della realtà e il passaggio alla sua archiviazione di ogni immagine, voce, suono, vorrebbe utopicamente superare. È la grande illusione di poter creare una copia, una mappa uno a uno di ogni istante della realtà. Un mondo che può sempre essere rivisto o riascoltato. Del quale niente va perso. Una sorta d’immortalità à rebours. L’illusoria realizzazione del desiderio di non doversi mai staccare dal momento presente, dal godimento del seno materno, poiché è possibile riproporne il fantasma in ogni momento.

D’altronde anche la pratica filosofica o l’esecuzione concertistica, nate per essere destinate ai partecipanti, cioè quali eventi spazio-temporali circoscritti, oggi possono essere registrate riascoltate, riviste. La questione che poniamo è: eliminare la presenza fisica nella fruizione, togliere la vibrazione dell’aria attorno a sé, è ininfluente per la trasmissione del significato?

Questo è il punto decisivo. Perché se è ininfluente, l’utopia ipermoderna di un mondo digitalizzato avrebbe ragione d’essere. Se non essere presenti è il medesimo che esserlo, allora vuol dire che nella copia della realtà non c’è perdita (è l’idea alla base della scrittura alfabetica, prima, e della stampa, poi: se interroghiamo il senso comune ci dirà che tutte le copie della stessa edizione della Divina Commedia dicono la stessa cosa).

Però, se analizziamo una registrazione digitale assistiamo al fatto che alla base c’è sempre un processo che rappresenta in modo discreto: o 0 o 1. C’è sempre una scelta, una decisione (volontaria o meno che sia) in ogni rappresentazione del mondo.  Non può esserci avanzo 0 nella riproduzione del reale, e questo per il semplice motivo che il reale esiste solo nella dialettica tra soggetto e mondo.

Ecco dunque le due grandi illusioni. Da un lato quella gnostica o idealista per la quale esiste una vera immagine del reale che può essere catturata e riprodotta (la forma logica del mondo, il codice binario dell’universo). Dall’altro quella materialista, per la quale la mappa non può mai essere il territorio, altrimenti sarebbero necessari due universi. Un pensiero filosofico deve svelare i falsi presupposti su cui si basano, mostrare che il mondo è reale e non reale al contempo, poiché non esistono il mondo e il soggetto, accade invece una relazione soggetto-mondo. In fondo è questo il difficile esercizio filosofico dello scrivere nel vuoto: plasmare un mondo che si sottrae.

 La bacchetta del filosofo

Torniamo alla domanda. Togliere la presenza, cioè sentire la voce del consulente uscire dalle casse di un notebook, oppure vedere il movimento della bacchetta del direttore d’orchestra in uno schermo, modificano queste pratiche umane? E come?

Per rispondere dobbiamo fare un passo indietro, e rispondere a un’altra domanda: qual è la bacchetta del filosofo? qual è lo strumento con il quale scrive nel vuoto, con il quale si fa mimo della sua interpretazione del testo e del mondo? La risposta è la voce.

Attenzione, non la parola, cioè i segni, i significanti che il filosofo (il consulente filosofico) utilizza per comunicare i propri significati nel dialogo, la propria interpretazione del testo, del mondo, dell’Altro, della vita. Parliamo della voce quale suono, phoné, ciò che risuona, vibra nel gesto della voce, dell’intonazione, del respiro. La voce è respiro, e il respiro è secondo la tradizione l’anima, il soffio vitale, lo spirito.

Nella consulenza e nella pratica filosofica si pone l’accento sui concetti, l’attenzione è volta al significato delle frasi, alla sintassi, si è compresi dal e nel linguaggio, dal valore semantico degli enunciati. Poco ci si cura di come quelle parole vengono pronunciate, del loro ritmo, del loro suono. Eppure, la comprensione è sintonia, non si può capire se non si è sulla frequenza dell’emittente e non si può farsi comprendere se non si è su quella del ricevente. Il dialogo filosofico è una continua ricerca di sintonizzazione a partire da una creazione di vuoto (cos’altro sarebbe l’epochè, la sospensione del giudizio). Vuoto con il quale si tenta di ascoltarsi senza essere influenzati dai rumori di sottofondo, “gioco del silenzio”.

Perciò un esercizio costante della voce e della respirazione può portare il filosofo (il consulente filosofico) a migliorare la sua bacchetta, il gesto che la muove, che scrive nel vuoto (e non vi è qui il tempo per trattare come, analogamente al canto, anche la mimica facciale, quella delle mani e la postura del corpo facciano parte della gestione vocale, della comunicazione che passa attraverso il gesto del parlare).

Perché farlo? Può capitare che un concetto espresso da una persona appaia chiaro, poi risentito pronunciato da qualcun altro (anche usando le stesse parole) sembra oscuro, come se si fosse persa la sintonia, il collegamento con quel concetto o idea. Perché accade? Perché il significato non è trasmesso dal solo significante, dal segno, ma dall’azione di produzione del segno. Il gesto comunica, ha significato, fa parte del significato. Come, in un’interpretazione, sono inoltre essenziali le pause, le intonazioni, gli accenti.

In questo senso si può tentare di rispondere alla domanda: cosa cambia se la consulenza non è in presenza? Cambia il piacere dell’ascolto, la sintonia tra consulente e consultante. Chi ascolta la musica nelle cuffie ha un’esperienza differente rispetto all’ascolto durante un concerto, quando si può percepire la musica prima nella cassa toracica (e solo successivamente udirla). Perché questa differenza si percepisca, come il grande maestro d’orchestra, occorre però lavorare per trovare un proprio registro interpretativo. La consulenza filosofica diventa così, non una banale lezione di metodo, ma un sinfonico rituale senza dogmi.

 Bibliografia

J. Derrida, La voce e il fenomeno, J. Derrida, Jaca Book, 2010

C. Sini, Teoria e pratica del foglio-mondo, Laterza, 1997

C. Sini, Il gioco del silenzio, Mondadori, 2006

Platone, Fedro, in Tutti gli scritti, Bompiani, 2000


L’autore: Andrea Dallapina vive sul Lago Maggiore e abbina il giornalismo alla filosofia. Laureato negli anni Novanta con una tesi che indagava i rapporti tra filosofia e ipertestualità agli albori del web, è stato direttore di testate giornalistiche dell’Alto Piemonte e, attualmente, è consulente nel campo della comunicazione e della community relations. Allievo della Scuola di Pratiche Filosofiche e Counseling Filosofico Pragma, è attivo anche in ambito narrativo.



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