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Il saluto del feto e altre stramberie bioetiche. Luca Nave

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Anche chi non condivide la rigida visione della bioetica per paradigmi non può negare l’esistenza di due opposte visioni del mondo nelle principali questioni che animano il dibattito internazionale e in particolare quello italiano. Con Giovanni Fornero (2005) chiameremo queste diverse visioni del mondo come “bioetica cattolica” (o della sacralità della vita) e “bioetica laica” (o della qualità della vita). I due paradigmi non solo blocchi unitari di teorie perché presentano diverse correnti che, comunque, condividono al proprio interno alcuni fondamenti di base o postulati di partenza.

Ora, il fatto che spesso si trascura è che la bioetica della sacralità della vita, fondata sulla morale della chiesa cattolica romana, non è fideistica, non chiede cioè l’adesione del credente per un atto di fede ma per un atto della ragione. È la ragione illuminata che stabilisce alcune verità fondamentali che comandano alcune condotte e ne vietano altre. Se si leggono i testi dei maggiori sostenitori di questo paradigma si scopre il rigore delle loro argomentazioni che, partendo da alcune premesse fondamentali e “innegabili” (perché rivelate da Dio tramite i testi sacri e tramandate dai pontefici e dai padri della chiesa), conducono a determinate conclusioni. Come in ogni buon ragionamento, se si accettano le premesse e se le inferenze sono valide, le conclusioni sono argomentativamente dimostrate attraverso una giustificazione razionale.

Un esempio:

la vita è sacra dal momento del concepimento (unione dei due gameti)

l’aborto viola la sacralità della vita procurando la morte del concepito

l’aborto è un atto intrinsecamente immorale da vietare con la forza della legge.

Nel momento in cui, invece, non si accettano le premesse, il ragionamento non regge più e rischia, anzi, di diventare una fallacia logica. Tutto dunque si gioca intorno alla verità della premessa. La premessa che la vita è “sacra”, nel senso che la vita umana deriva innegabilmente dalla partecipazione alla vita divina (tesi dell’uomo come imago Dei) è vera? Per i credenti certamente sì, per gli atei certamente no, per gli agnostici forse. La scienza resta neutrale, nel senso che non può né confermare né smentire il postulato di partenza. In assenza di una verità condivisa è sbagliato imporre la morale (di un gruppo) per legge (che vale per tutti). Questo è il fondamento del liberalismo moderno.

Se quindi all’interno della bioetica cattolica i ragionamenti che impongono comandi e divieti morali appaiono come razionali per i credenti che vi aderiscono, gli appelli alla scienza che sperano di convincere gli indecisi ad aderire a quella morale appaiono vuoti di significato perché la scienza non può essere una autorità in questo terreno morale.

Un esempio lampante del ricorso alla scienza, alla clinica e alla psicologia per sostenere che l’aborto e la FIVET sono il “male morale radicale” si trova nell’articolo di Sandro Gildo, docente di psicanalisi della gestazione all’Università Sapienza di Roma, intitolato Conseguenze psicologiche sulle aspiranti madri e sui sopravvissuti.

Scrive: “Ormai la biologia stessa vede che l’essere umano è un continuum dal concepimento fino alla fine della vita. Gli scienziati, di qualunque tendenza, non possono negarlo”. Al di là del fatto che non si comprende bene quali siano le “tendenze” della scienza, la biologia non ha mai negato che la vita umana sia un continuum dall’inizio alla fine. Ciò che invece la scienza può categoricamente negare è che attraverso “l’ecografia tridimensionale e a colori” puoi vedere il feto di cinque mesi (che Gildo chiama “bambino”), testualmente, “che ti fa ciao ciao con la manina”, e che puoi comunicare con lui “perché è un bambino che sogna, che piange, che ride, che fa quegli stessi gesti (un tempo non si poteva sapere ovviamente)  che farà poi fuori”.

La biologia ha certamente dimostrato che esiste una comunicazione materno fetale, mentre che il feto-bambino possa salutare i genitori, piangere e ridere è un mero espediente retorico utilissimo per sostenere la tesi di fondo, ovvero che l’aborto e la fivet siano il male assoluto perché entrambi comportano l’uccisione di bambini: dell’embrione-feto l’aborto, degli embrioni sovrannumerari la FIVET.

Le donne che si affidano a queste pratiche mortifere rischiano quella che, con il ricorso al linguaggio della clinica psichiatrica, Gildo definisce “sindrome del boia” o “sindrome della donna stuprata” da curare con lunghe sedute di psicoterapia. Una psicoterapia psicanalitica non proprio ortodossa. Descrive l’incontro con una coppia che ha “tentato” la Fivet senza successo, decisione a cui lui si era opposto con tutte le sue forze: “ma guarda – ha detto alla coppia – che ne ammazzate tanti per averne uno, ammesso che ci riusciate”, da cui seguiva il suggerimento di optare per l’adozione. La coppia tenta lo stesso la fecondazione in vitro e “la donna cade in una depressione talmente forte che non va a lavorare, non mangia, non si lava. È questo è un classico”.

Un classico per chi?  La psichiatria non ha mai diagnosticato la sindrome del boia o della donna stuprata ma ancora una volta, con il ricorso alla scienza, alla clinica e alla psicanalisi si fa passare un’opinione personale (aborto e FIVET sono il male assoluto perché uccidono bambini) per una verità universale che vale per tutti, laddove la sua tesi non è da tutti condivisa né ritenuta condivisibile.

E concludo con un cenno alla deontologia professionale della psicanalisi, della psicoterapia e in generale del counseling. Scrive Gildo: “se vi chiedono consigli, se ci sono donne che hanno fatti aborti o sono ricorse alla fecondazione extracorporea […] non consigliatele mai uno psicoterapeuta abortista. Molto meglio venire da me o da uno come me che dice: ‘Non hai fatto bene, hai fatto malissimo, hai fatto male così, così e così. Anzi, consùmatelo il tuo senso di colpa, hai ucciso. Allora c’è la possibilità di redenzione”. Segue il consiglio di frequentare anche un sacerdote per ricevere anche i suoi consigli.

Al di là del fatto che non credo esistano “psicologi abortisti” quanto piuttosto degli psicologi “laici” che tengono per sé le proprie opinioni personali per “centrarsi sul paziente”, è chiaro e lampante l’espediente retorico con cui Gildo crea la sindrome del boia, la fa venire alla luce attraverso il senso di colpa e propone alle pazienti una lunga terapia per uscirne illese.

Questo atteggiamento non è solo contrario alla deontologia professionale ma è un vero e proprio crimine morale perché chi ha l’autorità e il potere non ha il diritto di imporre le proprie credenze agli altri, sia che si tratti dei pazienti di uno psicanalista o dei cittadini di uno stato liberale e democratico. Con il ricorso a una cattiva retorica si nega agli altri la libertà di autodeterminazione, di decidere cioè qual è il bene per sé, al di la del Bene per lo psicanalista o per lo Stato sovrano.

 

Bibliografia

Fornero G., Bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori, Milano, 2005

Gildo S., Conseguenze psicologiche sulle aspiranti madri e sui sopravvissuti, in AA.VV., Fecondazione extracorporea. Pro o contro la vita?, Gribaudi, Milano, 2001

Nave E., Nave L., La Bioetica. Le questioni morali dal concepimento all’eutanasia, Xenia, Milano, 2010



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