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Goccioline pericolose… – Il Covid19 e le rivolte nelle carceri italiane. Di Paola Saporiti

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Goccioline pericolose …

Il Covid19 e le rivolte nelle carceri italiane
Parmenide, il filosofo di Elea, ci ha dato in dono il principio di non contraddizione. Un dono immateriale importante, da usare nel pensiero e nella vita, nelle piccole e grandi cose, nel bene e nel male.

La questione carceraria è cosa importantissima: ci sono donne e uomini, dentro. E dentro, purtroppo, la non- contraddizione non c’è. Ci sono contraddizioni gravi. In questo marzo 2020 lo abbiamo visto.

Dice la Costituzione repubblicana, all’articolo 3, che tutti i cittadini sono uguali, senza distinzione di condizioni personali o sociali.

Dicono le ordinanze ministeriali di questi giorni che tutti i cittadini sono tenuti a mantenere una distanza di un metro per la tutela della salute.

E come è possibile mantenere la distanza in una cella dove ci sono meno di quattro metri quadrati per ciascuno? Dove spesso, nello spazio tra le brande, è posto, in terra, un ulteriore posto- materasso? Dove un bagno senza la porta funge, con il suo lavandino, da spazio per l’igiene e spazio cucina?

Le ordinanze in merito al COVID 19 ci richiamano a scelte responsabili. Come scegliere, in carcere, quando neppure il momento di farsi una doccia è lasciato alla libertà?

Ecco, credo che da queste contraddizioni sia scoppiata la rivolta di questa settimana nelle carceri italiane.

Il problema grave, per la vita di uomini e donne reclusi è il problema del sovraffollamento. A causa del sovraffollamento, il cui tasso è oggi del 119%, le carceri  vivono  da tempo in una situazione al di là di ogni norma legislativa;  al di là di ogni misura di umanità.   

Per rimanere ancora con la Costituzione e con Parmenide: il problema è la dignità, sancita come identica per tutti, ma disconosciuta e negata in alcuni casi.

Le rivolte in carcere di questi giorni,  certo da condannare per la loro violenza, ci impongono  una ricerca attenta delle ragioni.

Per indagare sui motivi, si è indicata come causa scatenante, almeno in un primo momento, la sospensione dei colloqui con la famiglia, non sostituiti, come invece era stato promesso, da più minuti per le telefonate mensili e dall’introduzione delle comunicazioni via Skype.

I colloqui sono stati sospesi per evitare il rischio del contagio da coronavirus, a cui sono esposti detenuti, polizia, operatori del mondo della reclusione.

Togliere i colloqui ai ristretti equivale a privarli anche di quei piccoli doni che i parenti portano agli incontri: le sigarette, la biancheria intima nuova, talvolta un libro. Togliere un colloquio vuol dire limitare ancor più una vita familiare già  difficile.

C’è dell’altro però,  alla radice della rivolta, ed è appunto riposto nella invivibilità di molte Case circondariali e Case di reclusione.

La Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani,  ha condannato nel 2013 l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani: celle triple- ma molto spesso con numeri anche più alti- con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione.

Dopo la sentenza qualcosa è cambiato, ma solo provvisoriamente o solo in apparenza.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della invivibilità è, per misura, molto simile alla goccia del contagio, la droplet, come si dice in questi giorni.

Riflettiamo: la gocciolina del virus porta gravità. E porta gravità la gocciolina che fa traboccare il vaso della vita.

Riflettiamo ancora: quali sono i tratti della paura?

Della paura della malattia, che rende gli individui egoisti, predatori senza misura di beni utili e inutili, lontani dalla solidarietà civica.

Della paura del diverso,  che porta verso la sorveglianza punitiva, lontani dal senso di umanità dell’articolo 27 della Costituzione.

Torniamo, in questi giorni, all’attitudine socratica del domandarsi: che cos’è?

Che cosa è la quiete forzata; che cosa la relazione autentica? Che cosa la solidarietà?

Solidarietà che si dovrebbe esprimere, per esempio, nei confronti di quelle persone, come le detenute del carcere di Modena, che sono state rimesse in libertà e non hanno neppure i soldi per il biglietto del bus (o per il pane, in ogni caso scomparso dai banchi dei supermercati).

In maniera costruttiva:

Auguriamoci che le indicazione della dottoressa Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, diventino presto realtà. Che si torni subito alle misure alternative alla detenzione (introdotte dalla legge 354 del 1975 e sospese  in queste settimane): l’affidamento in prova al servizio sociale; la detenzione domiciliare; il regime di semilibertà; la liberazione anticipata.

Scegliamo, non appena possibile, gesti di vicinanza, di dialogo, di piccola solidarietà. Come offriamo libri a chi è in quarantena o  in isolamento, così inviamo  lettere e libri in carcere. Se non possiamo entrarvi per un Cafè Philò, mandiamo  cartoline e segnalibri,  che siano spunto di dialogo, anche improvvisato.  

Maturiamo e conserviamo il senso di vicinanza, da testimoniare non appena possibile. 

Stiamo ben pronti, quando la vita normale riprenderà, a non trovare scuse per affaccendarci per l’inutile, ma a raggiungere subito le persone recluse (se è già stato il nostro stile ed anche se non lo è stato, prima), per intessere relazioni autentiche, dialogiche, riparatrici per tutti.

Paola Saporiti

filosofa, attiva per le pratiche filosofiche al carcere di Milano Bollate

docente Scuola Pragma Milano
13 marzo 2020

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