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Filosofia “clinica” della medicina: logica, etica e cura. Luca Nave

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Logica ed epistemologia della pratica clinica.

La filosofia della medicina è la riflessione critica sulla natura del conoscere e del pensare medico (logica ed epistemologia della medicina), e sulla “dimensione morale” delle decisioni, dei principi, delle norme e dei valori della pratica clinica (deontologia, etica medica, bioetica).

Intesa nella variante logica o epistemologica, la filosofia della medicina applica la metodologia filosofica d’indagine critica, dialettica e speculativa al contenuto, al metodo, ai concetti e ai presupposti teorici della scienza medica. In quest’accezione è, dunque, una variante della filosofia della scienza, applicata in particolare alle scienze mediche (patofisiologia umana, microbiologia, farmacoterapia, genetica, ecc.)

La medicina non è solo una scienza sperimentale. È una “quasi scienza”, scrive Ivan Cavicchi (2002). La sua attività e la sua ragion d’essere non riguardano meramente l’ambito puramente conoscitivo della scienza. La medicina ha uno scopo eminentemente pratico perché rimanda a un agire clinico che non è semplicemente l’aspetto tecnico-applicativo di una scienza “esatta”.

“La medicina è il luogo scientifico in cui scienza, arte e praxis sono caratteristiche indistinguibili. Essa comprende un set di legittimi problemi e questioni filosofiche che derivano dall’unicità della natura dell’incontro clinico. Ed è precisamente questo incontro che costituisce quel singolare ordine di concetti che distinguono la medicina dalle altre scienze, ovvero qual è il campo logico, epistemologico e metafisico della pratica medica. La filosofia della medicina non può quindi essere meramente ridotta a una filosofia della scienza” (Pellegrino, 2004, p. 16).

Una definizione

La filosofia della medicina è la disciplina che considera la medicina come un tutto in sé, studiando la sua collocazione in seno alla società, analizzando le forme metodologiche del pensiero medico, evidenziando gli errori logici in cui incorre la medicina, i suoi valori principali ed i principi della deontologia e della prassi medica” (Szumowski, Id., p. 171).

Nella vasta letteratura della disciplina le riflessioni dei filosofi spaziano dallo statuto epistemologico della medicina e dal ruolo che  svolge nel contesto di una determinata società, alla definizione dei rapporti tra i contenuti scientifici e gli scopi pratici e curativi dei soggetti malati, passando attraverso l’eziologia delle malattie e le strutture del ragionamento medico, dalle definizioni di salute e malattia, per arrivare all’insieme di questioni etiche che nascono dai problemi pratici posti, negli ultimi decenni, dai nuovi modi di operare sulla vita, sulla morte e nella cura dell’essere umano, fino alle questioni legate al rapporto medico-paziente e alla sperimentazione biomedica su soggetti umani.

Filosofia e medicina tra scienza ed ermeneutica.

La filosofia non può guardare dall’alto la medicina limitandosi a elargire astratte riflessioni epistemologiche sul conoscere, sul pensare e sull’agire clinico. La filosofia è parte integrante dell’essere medico come la conoscenza scientifica. La filosofia per la medicina non è qualcosa di esterno, esteriore, facoltativo, una sovracopertina colorata della medicina scientifica che parla delle solite cose (comunicazione, rapporto medico-paziente, valori morali ecc.), ma una filosofia specifica che fa parte del giudizio e della valutazione medica. Una parte fondamentale, utile al malato tanto quanto la conoscenza scientifica.

Per il bene del paziente e di chi si prende cura di lui, è necessario ricreare una profonda alleanza tra filosofia e scienza, per accrescere l’efficacia della medicina stessa e per renderla migliore le risposte alle multiformi necessità di chi sta male. Il filosofo vede ciò che il medico non può vedere, e viceversa. Entrambi possono aiutare a capire cosa sia la natura di una malattia, che si può pensare sia da quell’esperienza chiamata scienza, sia da quel particolare modo di vedere le cose definito filosofia (Cavicchi, 2002).

Il filosofo e il medico (come tutti i professionisti della cura) vedono le persone e le cose in modi diversi. Ciascuno incarna una visione del mondo clinico, del soggetto-malato e del soggetto-curatore, della malattia e della cura-terapia, affatto differente.

Per secoli la medicina ha nutrito il sogno induttivista, di baconiana memoria, che induce a credere di poter accedere in modo privilegiato alla realtà con osservazioni obiettive e neutrali che descrivono il mondo così com’è. Sono caduti nella trappola del “realismo ingenuo” (Baldini, 1975). L’impostazione ermeneutica della medicina contemporanea mostra l’impossibilità di una visione “imparziale”, “pura” e “neutrale” della realtà clinica (Gadamer, 1994).

La realtà è sempre rappresentata nel circolo ermeneutico della pre-comprensione, dove cade la scissione tra soggetto-che-vede e oggetto-che-è-visto. Nel circolo ermeneutico, il soggetto-che-vede e l’oggetto-che-è-visto si influenzano reciprocamente, in un processo dinamico e complesso.

Tra il soggetto-che-vede e l’oggetto-che-è-visto si genera la relazione di pre-comprensione. Il “pre“ della comprensione, rimanda a una peculiare visione del mondo del soggetto-che-vede, ai suoi pensieri, credenze, valori, emozioni, interessi e stili di vita personali e professionali, che condizionano il modo di vedere l’oggetto-che-è-visto.

L’oggetto-che-è-visto può essere un soggetto nella visita clinica.

Medici diversi – con formazione e cultura clinica diversa – vedono il malato e la sua malattia in maniera diversa: ognuno incarna un orizzonte teorico, un paradigma (Kuhn) e uno stile di pensiero(Flech) generati dalla propria storia personale e professionale e dal bagaglio delle proprie esperienze cliniche.

“La maggior parte dei medici è convinta di esercitare la professione senza che in questa interferisca alcuna teoria generale o qualsivoglia filosofia. […] Viceversa vi è in realtà una filosofia che sottende ogni qualsivoglia attività medica; anzi, vi sono diverse filosofie in concorrenza tra loro nel campo della professione medica” (Ledermann 1970, p. 78).

La propria filosofia personale influisce sulla propria esperienza personale, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore.

Filosofia “clinica” della medicina: il ruolo del filosofo di reparto.

La filosofia della medicina diventa “clinica” quando il filosofo incarna il sapere teorico della disciplina, le metodologie e gli strumenti filosofici, nell’agire clinico della medicina. Quando la filosofia da sapere teorico, universale e generalizzante, assume le vesti di una pratica di vita clinica, un modus vivendi che si prende cura degli specialisti della cura e dei loro pazienti.

Il filosofo clinico di reparto offre alle persone che incontra in ospedale un supporto, logico ed emotivo, che aiuta a riflettere e comprendere le esperienze vissute nella viva vita ed elargisce un sostegno “etico” al processo deliberativo in termini di vita, morte e cura di sé e dei propri cari.

Oggi, anche in Italia, un numero crescente di ospedali e strutture socio-sanitarie di territorio  ospitano il filosofo clinico, che lavora all’interno delle equipe medico-infermieristiche.

In estrema sintesi, organizza e gestisce queste attività:

– “Ambulatorio di filosofia clinica” rivolto ai pazienti, ai familiari e ai professionisti della cura che ne fanno richiesta (in equipe con lo psicologo clinico);

– “Pratiche Filosofiche Cliniche”: incontri periodici con l’equipe medico-infermieristica gestiti con le metodologie delle Pratiche Filosofiche presenti nella sua Tool Box;

– “Formazione Filosofia Clinica” nel contesto del programma di Educazione Continua in Medicina (E.C.M.), organizzato dal Ministero della Salute per l’aggiornamento professionale dei medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali su tematiche riconducibili alla filosofia “clinica” della medicina (www.ecm.it). 

Gli spazi della Filosofia clinica della medicina

I luoghi privilegiati d’intervento della filosofia clinica della medicina sono i reparti di malattie oncologiche, croniche, fortemente invalidanti o rare, dove i professionisti della cura, i pazienti e i loro familiari vivono a stretto contatto con il dolore, la sofferenza e la morte.

In questi spazi, tutti i giorni, emergono abissali questioni filosofiche – dal sapore “praticamente” metafisico – che riguardano il senso della malattia e il significato dei tragici eventi che la malattia genera, oppure che rimandano a veri e propri dilemmi morali che impongono una decisione, difficile e magari molto importante per la vita, la morte e la cura di sé e dei propri cari.

Il filosofo clinico, con la sua Tool Box, si prende cura delle domande difficili, della persona che si pone le domande e che deve prendere una decisione. Il suo compito non è dare risposte, non offre profetiche rivelazioni circa il mistero del senso della vita, della morte e della malattia, né propina “prozaiche” pillole di saggezza per appagare il bisogno di senso e significato di un’esistenza spezzata dalla tragicità della malattia o dall’angoscia di dover decidere.

Il filosofo abita le domande e dimora nella visione del mondo del soggetto che si pone le domande. Con un’indagine filosofica dei pensieri, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori morali e dei vissuti emozionali, assiste e accompagna la persona che incontra nel percorso di ricerca di risposte personali, che sgorgano dalla sua personale, unica e singolare visione del mondo o dal suo progetto esistenziale.

Filosofia clinica e terapia della psiche.

La “chiarificazione dell’esistenza” (Jaspers, 1991) del paziente in preda all’angoscia esistenziale generata dalle questioni esistenziali e dai dilemmi morali ha una valenza “terapeutica” e “curativa” della condizione umana.

Supplementare e non alternativa a quella delle psicoterapie e delle psicoanalisi.

Come sanno bene gli specialisti della psiche che lavorano in equipe con i filosofi clinici, il loro minimo comun denominatore è il vissuto esistenziale del paziente in preda all’ansia, all’angoscia e alla disperazione esistenziale generata da una situazione di crisi, da domande e decisioni difficili senza soluzione, ma che esigono una risposta.

Rispetto a tale minimo comun denominatore il filosofo e lo psicologo clinico lavorano  con metodologie e strumenti d’intervento affatto diversi. È una follia credere che il filosofo clinico – in ambito  medico-sanitario come altrove – possa sostituire il lavoro dello psicologo clinico.

Il filosofo fa, semplicemente, un altro mestiere. Non intraprende uno “scavo archeologico nei meandri più profondi dell’inconscio o della personalità, non si cala nel nostro profondo, non scava nelle pieghe della nostra psiche alla ricerca di ciò che a noi stessi appare inconfessabile, non va a toccare le complesse ulcere che il nostro Io inconscio subisce nel rapporto con la propria personalità, nel rapporto cioè con se stessi, con gli altri e con il mondo” (Balistreri, 2006, p. 14).

L’incontro con il filosofo clinico non assomiglia per niente a una confessione psicanalitica, e se la filosofia è una cura, è una cura diversa da quella offerta dalla psicologia, della medicina, dalle religioni e dagli altri dispositivi di cura.

La cura della filosofia clinica, in equipe e con i pazienti, si concentra sulle domande esistenziali e sulle decisioni morali da intraprendere, con una specifica analisi e un’assistenza, schiettamente filosofica, della visione del mondo del soggetto di cui il filosofo clinico si prende cura, la fonte da cui si prendono le decisioni e si danno risposte alle questioni esistenziali.

In ospedale il filosofo clinico, lo specialista della psiche e lo specialista del biòs lavorano in equipe: il fine è il benessere bio-psico-sociale-esistenziale della persona da curare, considerata nella sua vivente totalità.

Per scoprire i progetti di Filosofia Clinica realizzati in ospedale e per partecipare ai nostri corsi di formazione: www.spaziofilosofante.com  

Bibliografia

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 Arrigoni F, Nave L.., Come in cielo così in terra, la cura tra medicina, filosofia e scienze umane, Unicopoli, Milano 2013.

Baldini M., Epistemologia contemporanea e clinica medica, Città di Vita, Firenze, 1975.

Balistreri A., Prendersi cura di se stessi. La filosofia come terapeutica della condizione umana, Apogeo, Milano, 2006.

Cattorini P., Bioetica clinica e consulenza filosofica, Apogeo, Milano, 2008.

 Cavicchi I., Filosofia della pratica medica, Boringhieri, Torino, 2002.

Cosmacini G., L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi, Laterza,  Bari, 1997.

 Gadamer H.G., Dove si nasconde la salute, Cortina, Milano, 1994.

Galimberti U. , Se un filosofo ti prende in cura, «La Repubblica», 15 dicembre 2004.

Jaspers K., Il medico nell’età della tecnica, Cortina, Milano, 1991.

Kuhn T.S., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1978.

 Ledermann E. K., Philosophy and medicine, London, 1970.

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Wulff, Pedersen, Rosenberg, Filosofia della medicina, Raffaello Cortina, Milano, 1995.    
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