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COVID19. NON GUARDARMI COSì: IL RISCHIO DEL CONTAGIO E IL SENTIMENTO DEL RIFIUTO. Di Maddalena Bisollo

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Le relazioni, l’intimità e il rapporto con il corpo oggi sono spesso segnati dalla diffidenza. Come possiamo migliorare la situazione? Un percorso filosofico tra sguardi impauriti, disgusto e simpatia.



Hai un sangue, un respiro. Sei fatta di carne, di capelli, di sguardi anche tu.
(Cesare Pavese)

MEZZOGIORNO DI FUOCO

In questi giorni di lotta al contagio, sempre più persone ci contattano chiedendo aiuto e strumenti per riflettere. Il bisogno è quello di fare ordine nelle idee, per cercare di mettere ordine anche nel proprio cuore.
L’atmosfera emotiva è profondamente cambiata negli ultimi tempi e ognuno di noi si trova a far fronte a sentimenti nuovi e spiazzanti. Paura, ansia e senso di solitudine, in primo luogo, ma anche e fondamentalmente un senso di generale diffidenza reciproca.
La cifra più significativa di questa diffidenza è lo sguardo, circospetto e talvolta perfino malevolo, che ci scambiamo, sempre più di frequente, gli uni gli altri.
C’è chi con un po’ di (amara) ironia ha paragonato l’incontro tra due estranei durante una passeggiata alla scena del film “Mezzogiorno di fuoco”, in cui i due cowboy si guardano da lontano con ostilità e aria di sfida: chi di noi due sopravviverà?
Il rischio del contagio che avvertiamo tutto intorno, ci rende sospettosi l’uno degli altri e produce in noi un senso di reciproco distanziamento e di rifiuto. Diventa difficile, per alcuni, evitare di guardare gli altri come possibili veicoli di contagio o perfino come “untori”: persone unte – sporcate dalla malattia – e in grado di ungerci – ovvero di contaminarci con essa.
Una situazione molto diversa da quella che vivevamo prima, assuefatti dal bisogno costante di raccogliere sguardi di apprezzamento, postando i nostri selfie, collezionando e regalando likes.
Molti non riescono oggi a guardare con gli occhi di prima neppure le persone con cui convivono. Ovunque, si avverte la minaccia.
D’altro canto, non risparmiamo del tutto a questo sguardo neppure noi stessi. Infatti, siamo consapevoli che a contagiare gli altri potremmo essere proprio noi. Inconsapevolmente, potremmo essere noi quelli “sporchi” e che sporcano altri, dato che potremmo contrarre il virus, nelle fasi prodromiche alla malattia, in modo del tutto asintomatico. Così sottoponiamo il nostro corpo alla medesima diffidenza con cui trattiamo quello degli altri. Qualcuno vi cerca il più piccolo sintomo cercando di rassicurarsi sul fatto che “non sia nulla”. Disinfettiamo le nostre mani, i nostri abiti e tutto ciò che tocchiamo. C’è chi sfiora l’ossessione, sviluppando forme di ipocondria poco controllabili.

Quanto sta accadendo ha origine in una emozione antica quanto l’uomo: il disgusto.

IL DISGUSTO: UN’EMOZIONE INAFFIDABILE

Il disgusto fa parte delle nostre emozioni di base, ovvero di quelle emozioni che si ritiene siano innate e presenti in tutte le popolazioni, come la rabbia, la tristezza, la sorpresa, la gioia, la paura.
Tra tutte queste emozioni, il disgusto ha più delle altre qualcosa di ancestrale e viscerale. Ci sembra nascere da una repulsione “fisica” nei confronti di qualcosa o di qualcuno, del tutto spontanea: una risposta corporea profonda ad alcuni odori, sensazioni e alla vista di certe cose.
In realtà, il disgusto non si fonda solo su sensazioni di carattere fisico ma anche su idee: è un’emozione piena di significato, che ha precise basi cognitive. L’idea che il disgusto porta con sé è essenzialmente questa: che ci sia qualcosa “lì fuori” da cui tenerci a distanza, evitando che ci contamini, ovvero scongiurando la possibilità che ci entri “dentro”.
Per molti versi il disgusto è un’emozione utile, che aiuta a proteggerci, tenendoci lontani da ambienti maleodoranti, cibi ammuffiti, sangue e feci di altri uomini o di animali che possono risultare nocivi per noi. Di questi tempi, si tratta di un’emozione che sostiene la nostra necessità di adottare le opportune norme igieniche, di indossare i dispositivi di protezione raccomandati (guanti, mascherine, ecc.) specialmente nei luoghi chiusi, in generale di adottare comportamenti corretti come mantenere una certa distanza di sicurezza dalle persone che incontriamo (1mt-1mt e ½).
D’altra parte, il disgusto non è un’emozione sempre affidabile, perché non sempre è corretta l’idea che certe cose o persone siano nocive e che possano in qualche modo contaminarci.
Ciò che riteniamo disgustoso dipende in modo fondamentale da ciò che pensiamo dell’oggetto che per cui proviamo disgusto e che perciò tendiamo a rifiutare. Il disgusto non è solamente un’avversione dei sensi, ma è legato al nostro modo di vedere il mondo.
Possiamo facilmente riconoscere questo pensando che in culture diverse si trovano disgustose cose diverse: un insetto disgustoso in una casa occidentale, può costituire un cibo prelibato in un mercato del Sudest asiatico; un formaggio con la muffa o un verme nella bottiglia di mezcal per alcuni sono un cibo delizioso mentre per altri rappresentano un vero attentato al buon gusto.
Lo psicologo Paul Rozin ha inoltre dimostrato con un esperimento che se si chiede a qualcuno di annusare lo stesso odore proveniente da due fiale diverse affermando che una contiene feci e l’altra formaggio, egli sarà perlopiù disgustato dalla prima e non dalla seconda. Ciò significa che l’emozione varia al variare dell’idea che ci costruiamo di ciò che abbiamo davanti.
Non sono quindi le cose in se stesse a essere disgustose, ma il modo in cui le valutiamo. Per questo motivo, quando la nostra valutazione è giusta, il disgusto ci protegge da pericoli reali. Quando invece poggia su un errore, il disgusto appare alquanto inaffidabile.
È sempre Rozin a sostenere che il disgusto si accompagni spesso a “idee magiche”, del tutto irrazionali. Per esempio, l’idea per cui se un oggetto A è disgustoso, allora anche tutto ciò che solo gli assomiglia debba esserlo. In base a quest’idea, le persone rifiutano di mangiare una minestra rimescolata usando un acchiappamosche pulito a mo’ di cucchiaio oppure di bere da un water sterilizzato anziché da un bicchiere. Eppure, non c’è alcun rischio concreto in questi comportamenti.
Anche oggi il disgusto, oltre a aiutarci nell’igiene, può talvolta ingannarci.
Per esempio, anche se sappiamo che camminare in luoghi aperti e incrociare qualcuno per alcuni secondi non comporta alcun rischio, possiamo essere portati a evitare ossessivamente anche questa situazione: ciò fa diventare ogni incontro e ogni uscita da casa, inutilmente, molto più frustrante di quanto potrebbe essere. Oppure, se abbiamo indossato i guanti per fare la spesa e abbiamo lavato le mani, potremmo ritenerle ugualmente capaci di contaminare e avere quindi paura di toccarci il viso o di toccare qualcuno dei nostri cari. Ciò aumenta l’ansia e crea un danno alle nostre relazioni in modo del tutto irragionevole.
Dato che la nostra rappresentazione mentale della realtà è così importante, pare opportuno rimandare al sito del Ministero della Salute in cui si fa riferimento alle situazioni “a rischio”. http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioFaqNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=228#3
Come ognuno può facilmente constatare, si corre un rischio solo avendo contatti fisici diretti con – cioè toccando – persone malate oppure avendo con loro incontri ravvicinati (meno di 2 metri di distanza) di almeno 15 minuti in luoghi chiusi e senza aver fatto uso di dispositivi di sicurezza. Insomma, come detto, incrociare qualcuno per strada mentre camminiamo e magari salutarlo e scambiare qualche parola con lui – specie se protetti da mascherina! – non espone ad alcun contagio.
La tentazione di fronte a questa precisa e scientifica rappresentazione delle modalità di trasmissione in qualcuno di noi potrebbe essere ancora quella di “non fidarsi”: la paura e il disgusto fanno spesso resistenza alla più lucida delle spiegazioni. Ma se vogliamo agire per il nostro bene e per quello delle nostre relazioni, un piccolo sforzo è degno di essere compiuto.

UN PROBLEMA PER LA COPPIA

Teniamo presente che il rifiuto degli altri può qualche volta essere tale da logorare anche i rapporti famigliari e di coppia, minacciando i contatti più intimi, dai baci agli abbracci, fino al rapporto sessuale.
Il disgusto si oppone all’intimità, perché la grava del peso dei corpi. È infatti un’emozione che ha come suo oggetto prediletto i liquidi corporei: feci, urina, sudore, sangue, saliva, sperma. Non solo ci disgusta ciò che espelle il corpo altrui ma anche il nostro.
Nei baci e nella sessualità lo scambio di liquidi corporei è naturale. Molte fobie legate alla sfera intima hanno proprio a che fare con questo genere di disgusto. Allo stesso modo, molte religioni e culture hanno condannato alcuni comportamenti sessuali come “impuri” ovvero contaminanti, sulla base di un disgusto di questo tipo (i rapporti anali, per esempio, o i rapporti con una donna durante la mestruazione).
È chiaro che il momento dell’intimità, che è anche il momento in cui siamo nudi e quindi simbolicamente più vulnerabili, possa essere vissuto con angoscia da chi lasci il proprio disgusto prendere il sopravvento. In tempi di coronavirus, ciò è vero più che mai.
Bisogna allora, come suggeriva Stendhal, imparare a “allentare l’anima” dall’ “impiccio del mondo” e dal peso carnale del disgusto, aprendole un passaggio a una forma nuova.
La ragione può venirci in soccorso ricordando che le persone con cui coabitiamo stanno prendendo tutte le precauzioni possibili e come noi hanno bisogno di fiducia e di affetto. I baci e gli abbracci che possiamo darci, non facciamoceli mancare. Ricordiamo anche che le carezze e l’eros stimolano il nostro sistema immunitario, oltre a darci un grande sollievo di tipo psicologico[1].
I medici rassicurano che sperma e liquidi vaginali non veicolano il contagio e inoltre ricordano che tra partner stabili e conviventi c’è lo stesso rischio di contagio di qualunque altra malattia, anche senza Coronavirus, quindi, di fatto, si tratta di una situazione piuttosto sicura. Solo in caso di un comprovato contagio o di un alto sospetto, oppure di partner occasionali, i rapporti intimi sono sconsigliati[2].

SUPERARE IL DISGUSTO CON SIMPATIA

“L’intervento sui nostri gusti si rivela una pratica di libertà, ossia un esercizio di autonomia con cui ‘aggiriamo’ noi stessi per esplorare nuove preferenze e sovvertire così le gabbie di quelle presenti”. (Arielli, 2016)

Se nonostante la nostra mente riesca a creare una rappresentazione della realtà più razionale e coerente, appare ancora difficile frenare il disgusto, dobbiamo cercare di comprendere in che modo calmare un poco la nostra paura.
Si tratta di attuare delle vere e proprie strategie di rieducazione del gusto.
Può essere utile ricordare allora quelle situazioni in cui abbiamo superato una reazione di repulsione in direzione di un sentimento di accoglienza, per esempio imparando ad apprezzare un cibo nonostante all’inzio non ci entusiasmasse oppure trasformando un’antipatia in un sentimento di affetto. Ci è mai successo? Come abbiamo fatto a compiere questo cambiamento?
Immaginiamo di aver conosciuto in passato una certa persona che per il suo aspetto, il suo carattere o il suo comportamento abbia suscitato in noi un’immediata repulsione. L’anti-patia, è una forma di disgusto. Ugualmente, ben sapendo che non sempre la prima impressione è davvero quella giusta, proviamo a modificare il nostro atteggiamento. Si tratta a questo punto di offrire all’altro una chance e d’iniziare un progressivo avvicinamento.
Tutti i percorsi educativi diretti a combattere la discriminazione razziale o di genere, l’omofobia e l’abilismo, sono condotti nella consapevolezza che la repulsione che qualcuno può provare talvolta per alcuni esseri umani è frutto di un disgusto errato e immotivato, che può essere corretto solo “educandosi” a una nuova rappresentazione dell’altro.
Quando capiamo che il nostro disgusto è eccessivo, irrazionale e poco affidabile e decidiamo di contenerlo, il primo passo da fare è quello di incominciare a pensare agli altri sempre meno in termini di minaccia e sempre più spesso in termini di “simpatia”. Una disposizione mentale che inizialmente è solo interiore e poi pian piano si traduce in sguardi e gesti sempre meno respingenti.
Sym-patheia, in greco indica il sentire con-, la capacità di essere insieme all’altro in un comune sentire.
Un cibo che da principio non ci piaceva molto, quando iniziamo a trattarlo con simpatia, iniziamo a gustarlo accogliendone il sapore.
Tra esseri umani, l’atteggiamento simpatetico è un atteggiamento di apertura, che consiste nel riconoscere in primo luogo di appartenere a una comune umanità. Diamo così una chance alla persona a prima vista anti-patica o che ci suscita repulsione, comprendendo che è un essere umano proprio come noi, che vive le nostre stesse difficoltà e che ha bisogno quanto noi di comprensione e di uno sguardo o di un gesto “amichevole”.
Nel libro “Per dieci minuti”, Chiara Gamberale narra la vicenda del suo alter ego Chiara, la quale per uscire da una crisi esistenziale decide di seguire il consiglio della sua terapeuta: impegnarsi ogni giorno, per dieci minuti, in qualcosa che non aveva mai fatto prima. Così la protagonista intraprende degli atti contro le proprie inclinazioni naturali, che divengono occasioni per esplorare possibilità mai immaginate e liberarsi da abitudini che la tenevano prigioniera.
Come si traduce tutto questo nella nostra quotidianità, segnata in questi giorni dall’emergenza del Sars-CoV-2?
Possiamo iniziare con un esercizio di rinnovata simpatia verbale, per esempio chiedendo più spesso a chi vive con noi come si sente e condividendo i nostri bisogni e le nostre emozioni. Impediamo così al disgusto di sottrarci il piacere dell’intimità di un dialogo caldo e accogliente con il partner o con i nostri cari. Anche per strada, incrociando un amico o un vicino, non facciamo mancare un saluto e magari un breve scambio verbale.
Se avvertiamo che intorno a noi i rapporti umani si sono logorati a causa dell’isolamento e della paura, il modo migliore per iniziare a cambiare le cose è partire da noi stessi. Basta poco, a pensarci.
Dalla simpatia verbale si potrà poi passare gradualmente alla simpatia dei gesti. In casa, un’attenzione in più per rallegrare il partner, i figli o le altre persone che vivono con noi: un piatto preparato con amore, un piccolo dono, una sorpresa. Quando usciamo, uno sguardo gentile e sorridente rivolto a chi incontriamo: non costa poi così tanto. Un biglietto lasciato all’anziano vicino di casa, per offrire un aiuto nel fare la spesa o una telefonata per fargli compagnia.
Infine, arriviamo pian piano alla simpatia del contatto. In casa, a una parola gentile e a un sorriso, possiamo far seguire una carezza, un abbraccio, un rapporto d’amore. Avere un atteggiamento saggiamente precauzionale non significa diventare ossessivi e vedere in chi ci ama una costante minaccia.
Ricordiamoci che stiamo tutti soffrendo per la mancanza di sguardi positivi, di parole gentili, di sorrisi, di abbracci e di baci. Non condanniamo noi stessi e gli altri alla mancanza di amore, aggiungendo sofferenza a sofferenza quando non ce n’è reale bisogno.

UN MIGLIORE RAPPORTO CON IL NOSTRO CORPO

Infine, torniamo a noi e al rapporto con il nostro corpo, poiché è qui che ha origine ogni forma di disgusto.
“Il suo elemento fondamentale è l’dea di contaminazione: la persona disgustata si sente infettata dall’oggetto, pensando che sia in qualche modo penetrato nel suo sé” (Nussbaum, 2011).
Disgustarsi ha sempre che fare con i confini del corpo.
Dietro all’idea di contaminazione c’è il timore di esporsi alla fragilità e alla vulnerabilità dell’esistenza. Quando ci troviamo di fronte all’oggetto contaminante, il nostro corpo, che siamo abituati a concepire come indistruttibile, si rivela per quello che è: “mortale, molteplice d’aspetto, non mentale, pronto a dissolversi, incapace di serbarsi uguale a sé” (Platone, Fedone, 80b).
Prima del Covid19 eravamo abituati a vivere le nostre esistenze dimenticandoci di cosa sia davvero il corpo. L’abbiamo usato per vivere effimeri piaceri, per mantenerci “in forma”, per farci belli, per scattarci qualche selfie sorridente da postare su Facebook e ottenere tanti like: d’abitudine, ci siamo affidati al corpo e al suo spessore per rassicurarci di esistere davvero, per convincerci di essere forti e immortali.
Purtroppo, il corpo di Narciso non è un corpo capace di tollerare il timore del contagio, perché non sa reggere il peso della vulnerabilità. Né è in grado di sopportare la fragilità dell’altro, in cui si rispecchia, né di amarlo per quello che è davvero.
Abbiamo un’occasione imperdibile oggi: abbandonare il nostro narcisismo e abbracciare la nostra comune fragilità. Abbiamo l’occasione davvero fantastica di abbandonare ogni bisogno di “perfezione”, di fare la pace con i capelli spettinati, con i vestiti comodi, con qualche chilo in più.
Abbiamo la possibilità di guardare con simpatia ai nostri corpi, che da sempre possono ammalarsi, ma che da sempre sono anche custodi di un segreto prezioso. La vita –  fragile, limitata, imperfetta –  va vissuta ogni minuto con amore e con passione, prendendoci cura gli uni degli altri: non c’è tempo da perdere.

Autore: Maddalena Bisollo, filosofa e consulente sessuale, Direttrice Scuola Pragma, Milano

Bibliografia
Arielli E., Farsi piacere. La costruzione del gusto, Raffaello cortina, Milano, 2016.
Jullien F., Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’Amore, Raffello Cortina, Milano, 2014.
Nussbaum M., Disgusto e umanità. L’orientamento sessuale di fronte alla legge, Il Saggiatore, Milano 2011.




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