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Covid19, la natura crudele e i terrapiattisti al potere. Parte terza di tre. Luca Nave

salvini.meloni
”Il Coronavirus è la conseguenza di sodomia e matrimoni gay”.


Nella seconda parte dell’articolo abbiamo osservato due appelli alla natura quale fonte prescrittiva di condotte e comportamenti leciti e legittimi: l’appello alla natura dei governi mondiali che, in base a una certa immagine della natura del coronavirus, prescrivono le norme da adottare nel periodo dell’emergenza e l’appello alla natura dei ProFamily, coloro cioè che in Italia si richiamano alla natura per stabilire i criteri della “famiglia naturale”.
La natura a cui ci si appella non sembra la stessa “natura”, mentre gli argomenti a sostegno delle rispettive tesi hanno un peso logicamente diverso: le norme di condotta da seguire durante l’emergenza coronavirus sono sostenute da argomenti fondati sulle scienze mediche (biologia, epidemiologia, statistica ecc.) mentre gli argomenti a sostegno della famiglia “naturale” fanno riferimento, ad esempio, alla “ragione illuminata” che sa cogliere la “legge naturale” inscritta nel cuore di tutti gli uomini e nella natura delle cose.
Ora, il mio obiettivo non è dimostrare la coerenza e la validità logica degli argomenti che fanno appello alla natura per stabilire i criteri della famiglia “naturale” (Lecaldano 1999, Pollo 2008), né intendo proporre contro-argomenti che potrebbero smentire o almeno mettere seriamente in discussione l’impalcatura che regge quell’appello alla natura e quindi la morale. Non intendo, insomma, discutere la validità logica e filosofica dell’immagine della natura che si pone a fondamento dell’idea di famiglia naturale ma la valenza pubblica dell’appello alla natura stesso, il fatto cioè che si assuma una certa immagine di natura, evidentemente non condivisa da tutti vista l’esistenza di contro-argomenti altrettanto legittimi e logicamente coerenti, per imporre norme e divieti che valgono anche per coloro che non la condividono e quindi sono costretti a subirla.
Se, ad esempio, l’idea di legge naturale viene invocata per opporsi al riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, la natura non è usata come fonte di ispirazione per modellare la propria condotta personale o quella della propria comunità, bensì come criterio per affermare o negare diritti per tutti i membri della società. La natura, cioè, non è chiamata in causa da un singolo individuo o da una singola comunità per chiedersi se sia opportuno avere relazioni sessuali di un certo tipo e fare figli in certi modi ma come criterio di decisione pubblica.
Il passaggio dal privato al pubblico è un problema ulteriore rispetto alla validità e coerenza logica degli argomenti. Se ci sono buone ragioni per ritenere teoricamente dubbio l’appello alla natura dei ProFamily, ci sono ulteriori motivi per metterne in discussione l’uso come fonte di produzione di norme pubbliche in una società liberale e democratica, dove “su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano” (Mill 1999, p. 75) e, in assenza di un danno prodotto dalla sua condotta alla società o anche solo a uno dei suoi membri, è libero di agire in assenza di condizionamenti esterni.  
In merito al nostro esempio, una società liberale e democratica, prima di privare la libertà ai suoi cittadini con l’appello a un presunto ordine naturale, deve chiedersi quale danno arreca la concessione dello “status” di famiglia agli omosessuali e ai loro figli. Certamente questa novità produrrebbe un cambiamento nella società che, altrettanto certamente, offenderebbe le convinzioni morali di qualcuno e di alcune comunità, ma un’offesa alla morale personale non è un danno, come non può essere un danno la violazione di un presunto ordine naturale nella misura in cui non è condiviso da tutti. È importante tenere ferma la distinzione tra un’offesa alla morale personale e un danno alla società o a qualcuno dei suoi membri.
Questa distinzione ha guidato la legislazione di molti Paesi occidentali che hanno concesso lo status di famiglia anche ai nuclei familiari omogenitoriali (l’Olanda è stato il primo Paese a consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso, inclusa la possibilità di adozione e il ricorso alla riproduzione assistita nel 2001, a cui segue Belgio e Svezia nel 2003 e poi numerosi altri Paesi nel mondo). Studi internazionali dimostrano l’assenza di un danno alla società provocato da questa concessione, anzi; si afferma che se lo status di famiglia viene limitato alle sole persone eterosessuali, alle persone gay e lesbiche vengono negati diritti e privilegi riservati alla “famiglia” legittima, subiscono quindi un danno e sono discriminate in base al loro orientamento sessuale “innaturale” o “contro-natura”.
In Italia un dibattito politico serio su questi argomenti non è neanche iniziato. Qui la morale privata di un certo gruppo parlamentare che ancora si appella alla famiglia “naturale” tradizionale viene imposta all’intera società per legge, secondo le raccomandazione della massima autorità dei ProFamily, Papa Benedetto XVI:

“[…] ciò che i padri sinodali hanno qualificato come coerenza eucaristica […] richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisionia proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna […]. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente informata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”. (Benedetto XVI, 2007, di. 83).

I politici, i giudici e chi occupa una posizione che conta hanno l’obbligo morale di promulgare leggi modellate secondo l’immagine della natura e sui valori della religione cattolica indipendentemente dal fatto che i cittadini coinvolti nelle decisioni vi credano o meno. Questa posizione viene giustificata affermando che in questo modo si promuove il bene di tutti perché i valori a cui si fa appello sono gli unici veri, universali e oggettivamente validi. Si tratta chiaramente di un mero espediente retorico che si richiama al principio di quella vecchia logica di tutela che vuole proteggere le persone anche contro la loro volontà (giudicata solo apparente o non abbastanza importante).
I politici, i giudici e chi segue la raccomandazione del Papa  potrebbero (dovrebbero) provare una crisi di coscienza morale davanti alla scelta dei valori da difendere: da una parte quelli della religione dall’altra quelli della società liberale e democratica che è fondata (almeno) sui seguenti elementi costitutivi:
  • Le leggi e le norme pubbliche che limitano la libertà dei cittadini devono trarre la loro autorevolezza dalla validità delle fonti che le emanano, dai principi ai quali si ispirano e dagli argomenti che le sorreggono. Nessuna pretesa rivelazione divina “privata” o “ragione illuminata”, ad esempio, può fondare norme che si applicano con forza di legge anche a coloro che a tale rivelazione o illuminazione non hanno accesso.
  • La partecipazione democratica, oltre alla presenza dei propri rappresentanti in parlamento, implica la partecipazione alla comprensione del processo deliberativo e di giustificazione delle norme. Quando il Papa raccomanda ai parlamentari di legiferare secondo la concezione cattolica della natura umana, richiede che le norme siano prodotte sulla base di un’idea di natura che può essere creduta solo per ossequio all’autorità di chi la proclama come vera.
  • Le argomentazioni che producono le norme pubbliche in una società liberale e democratica non possono essere di tipo esoterico o riservate a iniziati:


“In un mondo democratico una cultura iniziatica non costituisce valore alcuno per i non iniziati, appunto perché un valore deve venir stipulato e non può venire imposto né accettato passivamente. È vero, è buono, è bello quello che per me può essere vero, buono e bello. Una verità, un bene, una bellezza che siano tali per il solo iniziato, che non possano venir comunicati e resi accessibili a tutti, restano un fatto personale, privato, di colui che ha queste intuizioni privilegiate: non possono costituire un valore pubblico e riconosciuto, un principio di cultura sociale o di insegnamento pubblico. Altrimenti, tra l’altro, verrebbero distrutte la libertà e l’uguaglianza, alcuni uomini sarebbero essi soli veramente liberi e uguali tra loro, gli altri sarebbero schiavi, disuguali ai liberi e tra loro uguali soltanto nella servitù” (Preti 2007, p. 13).

Fondare norme e istituzioni su un’immagine della natura “privata”, empiricamente ambigua e infondata, piuttosto che sugli interessi reali delle persone che vivono nella società, rinnega alcuni principi fondamentali dell’ordinamento liberale e democratico e viola la protezione della libertà individuale che, in assenza di un danno conclamato alla società e ai suoi cittadini, deve essere difesa come il bene più prezioso e fondamentale. 
Sono in molti a ritenere che sia giunto il momento di aprire anche in Italia un dibattito “serio” in merito a chi ha il diritto di ottenere lo status di famiglia e aprire gli occhi davanti alla realtà dei fatti, nascosta dietro un’ideologia politica e religiosa che difende un modello di famiglia anacronistico rispetto all’evoluzione della scienza medica (tecniche procreative, vedi Legge sulla PMA, 40/2014) e della società (matrimoni omosessuali, vedi Legge Cirinnà 76/2016). In Italia la famiglia omosessuale è un ossimoro, cioè una realtà esistente nella società ma, contemporaneamente, è inesistente dal punto di vista del diritto. Questa rimozione della realtà generata dall’ideologia ProFamily conduce alla conseguente negazione dei diritti soprattutto dei bambini nati in questi nuclei familiari a cui viene negato il riconoscimento del senso di appartenenza alle proprie radici relazionali (secondo una studio condotto da “Arcigay” con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2005 i bambini che vivevano in nuclei omosessuali sono più di centomila). Come accennato, numerosi studi psicologici e sociologici internazionali hanno studiato queste famiglie per scoprire gli eventuali danni che generano nella società o nei suoi membri, in particolare in merito alla benessere dei genitori, alla qualità della relazione genitori/figli, e alle caratteristiche psicologiche dei figli cresciuti in queste famiglie (Golombok 2016, Ferrari, 2015).
Questi studi, che dimostrano l’assenza di un danno ai genitori, ai bambini e in generale alla società, vengono rinnegati come “ideologici e gender” dai difensori della famiglia “naturale”.  In una società liberale e democratica, che dovrebbe concentrarsi sulla protezione delle scelte individuali piuttosto che sulla difesa di presunte leggi e ordini naturali che non sono da tutti condivisi, riteniamo che non sia necessario fare appello alla natura per promulgare leggi e norme pubbliche e per riconoscere i diritti legittimi dei cittadini. Ciò che più conta non è la corrispondenza di quel riconoscimento in base a parametri naturali ma il benessere delle persone nella società e gli eventuali danni, reali e tangibili (diversi da un’offesa alla morale personale), che la concessione genera. Se riconoscere certi diritti non rappresenta un danno ciò che conta è solo il fatto che quei diritti corrispondano agli interessi e al benessere dei cittadini, la cui libertà va preservata senza se e senza ma. Ciò che è meritevole di protezione e tutela sono gli interessi e le scelte degli individui; il fatto che questi siano in accordo o in contrasto con la natura non è poi così rilevante in una società liberale bene ordinata.



Bibliografia
Lecaldano E., Bioetica. Le scelte morali, Laterza, Roma-Bari, 1999
Ferrari F., La famiglia «in»attesa. I genitori omosessuali e i loro figli, Mimesis, Milano-Udine, 2015
Mill J.S., Sulla libertà, Il Saggiatore, Milano, 1999
Pollo S., La morale della natura, Laterza, Roma, 2008
Preti G., Praxis ed empirismo, Bruno Mondadori, Milano 2007


Autore. Luca Nave, Presidente di Pragma. Società Professionisti Pratiche Filosofiche e Direttore della scuola di Pratiche Filosofiche e Counseling Filosofico di Milano. Di recente pubblicazione: Il Counseling Bioetico: istruzioni per l’uso, Mimesis, Milano, 2020

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