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Covid19, la natura crudele e i terrapiattisti al potere. Parte seconda di tre. Luca Nave

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La teoria dell’argomentazione è lo studio metodico delle buone ragioni 
con cui gli uomini parlano e discutono di scelte che implicano il riferimento a valori, 
quando hanno rinunciato ad imporle con la violenza, 
o a strapparle con la coazione psicologica, cioè alla sopraffazione o all’indottrinamento.
[…] quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza”.

Bobbio, 1966, p. XIII


La logica è l’arma che difende dalle fallacie del ragionamento, quindi è una terapia contro l’inganno della retorica che utilizza argomenti fallaci per convincerti. Nella prima parte abbiamo applicato la logica argomentativa ad alcuni “appelli alla natura” quale fonte di bontà di moralità. La struttura di questi argomenti è ricorrente: si parte da una certa  idea di natura (“è”) per stabilire una morale (“deve”). Con Hume rileviamo che il passaggio da “è” a “deve essere” non è pacifico. 
La logica “terapeutica” fornisce gli strumenti/farmaci per vagliare la validità e la solidità degli argomenti in merito alle fonti, alla valenza semantica dei termini e alla struttura del ragionamento (le inferenze con cui si passa dalle premesse alle conclusioni) per scoprire se la descrizione della natura a cui si richiamano gli appelli che la dichiarano fonte di bontà e moralità descrivono la natura come “è veramente” oppure se presentano una visione del mondo “privata”, non accessibile cioè tramite la percezione e il ragionamento logico proprio di tutti gli esseri umani (pensanti). 
Il criterio dell’evidenza e della pubblica accessibilità sono i parametri da rispettare per applicare la logica argomentativa alle questioni morali (sociali, politiche e giuridiche), che richieda la disponibilità degli interlocutori a fornire argomenti a sostegno delle proprie tesi, che devono essere convincenti per coerenza e validità logica, per le “ragioni della ragione” e non per le “ragioni della forza”, della violenza, della persuasione e dell’inganno (Bobbio,  1966, p. XI).
Ebbene, come affermato nella conclusione della prima parte, la logica non ci vuole tutti logici ed è democratica fino a un certo limite: ognuno può appellarsi all’idea di natura che sente più affine alla propria visione del mondo (se non crea un danno alla società) ma non è giusto imporre agli altri questa idea. Un certo appello alla natura diventa un problema quando dalla sfera delle “credenze private” (di un individuo o di una comunità) si passa alla sfera dell’etica pubblica, dove l’appello alla natura diventa normativo e si utilizza una certa immagine della natura non condivisa da tutti per imporre norme, precetti e doveri a tutti. 
L’esperienza COVID19 docet: sulla base di una certa idea della natura del virus, i governi nazionali prescrivono norme di condotta che valgono per tutti i cittadini (quarantena forzata, chiusura dei negozi, ecc.). L’appello alla natura si richiama a una descrizione della natura “vera” o veritiera al massimo grado che instilla fiducia nell’autorità (scientifica e politica) da parte dei cittadini che, infatti, seguono le prescrizioni. Chi non condivide questa descrizione “ufficiale” (i complottisti“, ad esempio) vive le prescrizioni come  una violazione dei propri diritti di cittadino di una società liberale e democratica. C’è chi parla di una nuova “dittatura mondiale”.
L’appello alla natura per prescrivere le norme di condotta da adottare durante l’emergenza COVID19 sostiene fino a prova contraria la prova della logica argomentativa: gli argomenti sono epidemiologicamente fondati ed Evidence Based Madicine. Infatti (quasi) tutti rispettano le prescrizioni. La scienza non dice la “Verità” ma dispone della migliore verità oggi disponibile per combattere il virus, e per questo la grande maggioranza ripone in essa la sua fiducia e “sospende” le proprie libertà e i propri diritti (entro certi limiti, ovviamente).

Il problema di etica pubblica sorge quando l’appello alla natura da “privato” diventa “pubblico”. 
In Italia, ad esempio, è molto attivo il dibattito intorno alla famiglia “naturale”, celebrata nei Family Day (l’ultima edizione nel 2016 con “due milioni di persone in piazza” per gli organizzatori, meno di centomila per la questura) e durante i lavori dell’ultimo Congresso mondiale delle famiglie (Verona, marzo 2019). 

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I ProFamily, il movimento che ruota intorno all’organizzazione di questi grandi eventi mediatici, 
si appellano alla natura per sostenere l’esistenza della famiglia “naturale” (“normale”, “legittima”) che nell’immaginario comune rimanda alla famiglia del Mulino Bianco, ovvero al modello “tipico-ideale”  di famiglia composta da una coppia eterosessuale unita dal matrimonio, con prole a discendenza biologica e magari di carnagione chiara (la Lega anni fa ha tappezzato Milano di manifesti che invitavano a non adottare bambini di altre “razze” per evitare indebite mescolanze). I criteri dell’eterosessualità, della coniugalità e della procreazione biologica vengono usati per stabilire quale modello di famiglia sia “naturale” (leggi “normale”) e quali modelli, invece, sono deviati rispetto alla norma che la natura ha stabilito.
A un certo punto i ProFamily si sono resi conto che quei criteri sono troppo restrittivi e tagliano fuori dallo “status” di famiglia la maggior parte delle famiglie italiane, e le loro stesse famiglie: Giorgia Meloni non è unita al suo compagno dal “sacro” vincolo del matrimonio, Matteo Salvini è divorziato e vive con il figlio e la sua nuova “mamma”, altri si sono sposati più volte e vivono coi figli in famiglie “allargate” o “ricomposte”, su Silvio Berlusconi tralasciamo per economia di spazio su questo blog.

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Si rivedono allora i criteri della coniugalità (anche le coppie di conviventi acquisiscono lo status di famiglia, sull’adozione da parte dei single ci sono delle riserve) e della procreatività (i genitori adottivi acquisiscono lo status di “genitore”) mentre non si transige sull’eterosessualitàdella coppia. Ai gay e alle lesbiche che abitano in Italia, come single e come coppia, non è concessa la possibilità (il diritto) di acquisire lo status di famiglia attraverso la pratica dell’adozione o della procreazione medicalmente assistita. Un gay o una lesbica può adottare un bambino solo se non rivela il proprio orientamento sessuale e la propria convivenza con una persona dello stesso sesso, che può diventare il padre o la madre “sociale” del bambino ma non può acquisire lo status di “genitore”, né questa “associazione di persone” può godere dello status di famiglia. Famiglie omogenitoriali “legittime” in Olanda, in Belgio e in altri Paesi europei non sono riconosciute in Italia, dove si creano situazioni “familiari” con bambini “orfani di un genitore vivente” e con mezza parentela, con un padre o una madre “sociale” che sono vivi e vegeti nella vita familiare ma sono stati uccisi dalla legge italiana. In Europa c’è la libera circolazione delle merci ma non delle famiglie omogenitoriali, troppo “contro-natura” per abitare nel territorio italiano.
È paradossale?
Per affrontare questo paradosso la logica invita ad analizzare gli argomenti che stanno a fondamento dell’appello alla natura per decidere chi può e chi non può fare una famiglia “legittima” in una determinata società. Gli argomenti a sostegno della posizione dei ProFamily (forse troppo poco nota e frequentata dai seguaci del movimento) vantano una lunga tradizione che affonda le sue radici nelle Sacre Scritture, nella Patristica e nella Scolastica medievali e nel giusnaturalismo moderno. Questa tradizione si è arricchita nei secoli con le Encicliche dei pontefici e con documenti elaborati da teologi e filosofi che rendono la morale della Chiesa cattolica romana – principale fonte di ispirazione dei ProFamily – un sistema perfetto e logicamente impeccabile: date certe premesse generali, e tramite un processo inferenziale valido, si giunge a conclusioni “vere” (logicamente giustificate). Gli argomenti a sostegno della famiglia “naturale” risultano dunque estremamente coerenti all’interno di questa visione del mondo.
Ora, gli argomenti sono molti e complessi, e meriterebbero un’analisi dettagliata che rimando a una prossima pubblicazione. Per il momento limitiamo la nostra analisi all’argomento della “legge naturale” e del “razionalismo illuminato”, due pilastri della morale familiare dei ProFamily.  Questi argomenti affermano l’esistenza di una legge naturale, inscritta nella natura delle cose e nel cuore delle persone, che stabilisce la retta condotta morale valida per tuttigli esseri umani. E’ valida per tutti proprio perché è “inscritta nell’anima di ogni uomo, poiché essa è l’umana ragione che ci ordina di agire rettamente” (Leone XIII, 1888). Lo statuto ontologico dell’essere umano – come l’essere umano “è” – determina ciò che è moralmente buono. Se l’uomo ragiona correttamente è in grado di individuare le norme, i precetti e i divieti che devono guidare la sua azione. La “ragione illuminata” è la facoltà che rende conoscibili e disponibili i contenuti della “legge di natura”.
La morale della famiglia è razionale e non fideistica. Il divieto, ad esempio, “di separare la connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra il significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale […] che rende gli sposi atti a generare nuove vite, secondo le leggi inscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna” (Paolo VI, 1968), non dipende dalla fede o dalla rivelazione divina ma si fonda su fatti di natura evidenti a tutti: la presenza degli organi riproduttivi e le inclinazioni sessuali degli esseri umani sono naturalmente funzionali alla trasmissione della vita, secondo il disegno divino nel mondo. Una condotta sessuale conforme alla natura tiene unita sessualità e procreazione; se la condotta devia dalla norma è innaturale, a-normale, disordinata, patologica, diabolica ecc.. Le pratiche che favoriscono la scissione sessualità/procreazione e procreazione/sessualità, come la contraccezione, l’aborto e la fecondazione in vitro sono innaturali, immorali e quindi vietate, mentre l’omosessualità è “contro natura” (Nave, 2010).  
La logica dell’appello alla natura del ProFamily segue la solita strategia argomentativa: si assume un’idea di natura “vera”, evidente, universale, oggettiva e necessaria da cui si deduce una morale, un insieme di consigli, norme di prudenza, obblighi e divieti. La descrizione di partenza fa riferimento alla sfera dei “fatti” mentre la morale, cioè la valutazione (il fatto è buono) e la prescrizione (il fatto deve essere scelto) rimanda alla sfera dei valori.
Gli enunciati:
“solo la famiglia eterosessuale è naturale”;
“solo la famiglia eterosessuale è il bene morale”;
“solo la famiglia eterosessuale deve esistere”,
si riferiscono al medesimo stato di cose, ma quando si afferma “è naturale”, “è bene”, “deve”, ci si sta riferendo alle medesime proprietà di quello stato di cose?
Il passaggio da “è”/“buono”/“deve”, già pericoloso e a rischio fallacia logica in teoria, diventa problematico nel dominio dell’etica pubblica, dove non si tratta solamente di sondare la validità degli argomenti a sostegno dell’appello alla natura ma analizzare gli effetti che l’applicazione di tale appello riserva per la vita delle persone. Non è più questione di indagare filosoficamente una visione del mondo “privata” ma scorgere che effetto fa trasferire il “privato” al “pubblico”, imporre norme, precetti e divieti validi e coerenti all’interno di una comunità morale, all’intera società. In questo caso il rischio non è solo commettere errori logici ma di violare i diritti dei cittadini di una società liberale e democratica, con annessa disumanizzazione e discriminazione della parte della società che non condivide quella visione del mondo troppo “privata”.  
La terza e ultima parte dell’articolo illustra il passaggio dall’analisi logica degli argomenti all’etica pubblica, alla politica e al diritto.


Bibliografia.
Bobbio N., “Introduzione” in Perelman C., Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Torino, Einaudi 1966

Nave L., “Sessualità, procreazione e i dilemmi della bioetica” in Rivista di sessuologia, vol. 35, n. 3, 2011

Saraceno C., Coppie e famiglie. Non è questione di natura, Feltrinelli, Milano, 2012 

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