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CONTRO LA PASSIVITA’: IL COMPITO DEL FILOSOFO DI FRONTE ALL’EMERGENZA. Di Maddalena Bisollo.

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“Finché la filosofia aderisce alla lieve traccia del titolo di un libro pubblicato più di trent’anni fa di un vecchio kantiano: Dall’angolo dei filosofi, fino a questo momento la filosofia sarà ciò di cui si fanno beffa i suoi dispregiatori”. Theodor W. Adorno

I filosofi di professione possono dirsi persone felici e fortunate come poche altre, in quanto hanno l’opportunità di spendere la vita nel dare espressione ai propri pensieri più seri e al proprio modo di avvertire tutti quei problemi che affascinano e commuovono.
Sanno però bene che questa vita così ricca rientra a far parte del mondo nel suo complesso, un mondo nel quale non tutti dispongono dei loro stessi mezzi e della loro libertà, un mondo nel quale la fame, l’ignoranza e la malattia costituiscono il fardello quotidiano.
Oggi il mondo preme più che mai fuori dallo studio del filosofo e la sua presenza incalza una risposta. L’emergenza chiama in causa il filosofo in modo radicale e interpella la sua respons-abilità, ovvero proprio la sua capacità di rispondere a quanto sta accadendo.
Si può certamente attendersi da un filosofo che egli risponda attraverso interventi di carattere sociale (volontariato, donazioni) oppure mediante azioni politiche. Tuttavia, il mondo oggi incalza principalmente il filosofo a rispondere attraverso i mezzi suoi propri, assumendosi l’onere di incidere sulla realtà, attenendosi al metodo e alle prerogative peculiari della filosofia.
Nella filosofia greca di età ellenistica vi era un consenso diffuso e radicato sul fatto che valga la pena di filosofare per rispondere all’urgenza delle umane sofferenze, e che lo scopo della filosofia fosse l’eudaimonia, ossia il fiorire dell’umano.  Sosteneva infatti Epicuro:
«È vuoto l’argomento di quel filosofo che non riesca a guarire alcuna sofferenza dell’uomo: come non abbiamo alcun bisogno della medicina se essa non riesca ad espellere dal nostro corpo le malattie, così non abbiamo alcuna utilità dalla filosofia se essa non serva a scacciare le sofferenze dell’anima».
La filosofia viene spesso accusata di essere divenuta sterile. Può darsi. Ma questa sterilità è proprio fatale? Io credo di no, poiché mai come negli ultimi anni e oggi ancor di più, le nostre preoccupazioni sono popolate di dubbi e di domande.
“Parliamo tanto di etica e di morale, deploriamo la corruzione degli uomini politici e degli uomini d’affari, ci spaventiamo del dilagare dell’emarginazione, del traffico di droga, della ferocia delle guerre interetniche, del fanatismo religioso, invochiamo la solidarietà e il dovere di ingerenza, ci preoccupiamo per le ricerche di laboratorio nel campo delle armi chimiche e in quello della genetica…soprattutto cerchiamo di non perdere la testa, di conservare il nostro sangue freddo. E per riuscirci che cosa facciamo? Pratichiamo l’astrofisica, la microbiologia? L’antropologia, la sociologia, la psicanalisi? L’economia politica? Oppure ci serviamo della filosofia? Quando cerchiamo di capire cosa non funziona nello Stato, cosa distrugge la democrazia, compromette la giustizia, la libertà, l’uguaglianza, le relazioni tra persone, cosa spinge gli uomini a odiarsi e a uccidersi, quando estendiamo l’esame all’insieme delle nazioni fino a immaginare il destino dell’intera umanità, cosa facciamo allora? In verità, abbiamo mai avuto così tante ragioni per filosofare?” (Sautet, 1997).
No, non abbiamo mai avuto tante ragioni per filosofare quante ne abbiamo ora.
La situazione è caotica, certo. L’emergenza costringe tutti noi a rivedere le abitudini personali e relazionali così come le abitudini consolidate a livello politico, economico, sanitario e sociale. Siamo spinti a comprendere, a dirimere la matassa delle nostre perplessità “senza perdere la testa”, ovvero conservando l’uso critico della ragione a fronte del tumulto emotivo legato al mutamento dello scenario circostante.
Come può quindi il filosofo assolvere appieno alla sua respons-abilità?
La prima risposta a questa domanda è quella che rispecchia un’idea tradizionale di chi il filosofo sia e di quello che gli compete. Immaginiamo quindi il filosofo ritirarsi nel proprio studio, impiegando il proprio tempo leggendo e rileggendo i grandi del passato o del presente e al tempo stesso cercando di farsi un’idea di ciò che accade fuori attraverso una disamina critica degli articoli e delle fonti web. Poi, quando si sentirà pronto, potrà sfoderare la propria meditata analisi diffondendo un punto di vista che possa essere di qualche utilità agli altri per interpretare quanto è accaduto e accade. Lo farà pubblicando un libro – se nonostante la crisi dell’editoria, gli sarà consentito –  oppure tenendo una web-conference. Questa è la filosofia che parla dal pulpito, che offre discorsi confezionati e conclusi in se stessi, della quale non metto in dubbio la generale utilità sociale ma che ritengo abbia molti limiti nell’aiutare nel qui e ora le persone, in una condizione di emergenza e di isolamento sociale, a mantenere il sangue freddo e a riflettere su ciò che vivono quando ciò è più urgente.
Credo che si possa affermare che la filosofia oggi può incidere significativamente sulla realtà solo se sa mescolarsi alla vita della gente, come faceva Socrate, ascoltando profondamente i suoi bisogni, il suo vissuto, le domande che si pone, disponendosi a sostenere chi è confuso e che soffre nella ricerca di maggiore chiarezza e di maggiore serenità.
Oggi molto più della filosofia dal pulpito, è la filosofia in rapporto (im Umgang) di cui parlava Achenbach (2004) ad avere il compito di rispondere in modo puntuale e rilevante ai bisogni di questo tempo. Una filosofia che non arriva dopo le meditazioni del filosofo e la creazione di un’analisi del reale bell’e pronta da servire fredda a un vasto quanto impersonale “pubblico”, ma una filosofia che si fa insieme a chi soffre mettendosi in gioco in prima persona in un rapporto caldo di accoglienza e di comprensione.
Fa davvero specie leggere alcuni interventi di “consulenti filosofici” che dichiarano candidamente la propria attitudine a rinchiudersi nel proprio studiolo, tra le carte impolverate, mentre il mondo fuori va in rovina. Si schermano dietro al bisogno di sospendere il giudizio di fronte alla situazione caotica di fuori per poter elaborare “un proprio pensiero”, con il semplice risultato di dare alla poltrona la forma del proprio sedere e alla scrivania quella del proprio gomito poggiato. Magari, sono perfino capaci di rimproverare qualche “collega” per essere rapidamente sceso in campo senza la dovuta “calma”.
Chi abbraccia l’idea di una filosofia in rapporto è così che fa filosofia, in rapporto. Non nel ritiro da qualunque relazione, da qualunque dibattito e discussione, da qualunque coinvolgimento con la gente che soffre. Il consulente filosofico non assolve il proprio compito in questo modo, che personalmente ritengo anche un poco pusillanime. Perché sa che per capire qualcosa del tempo in cui vive, non è sufficiente chiudersi in una stanza a studiare ma occorre al tempo stesso e fondamentalmente confrontarsi con le persone e le loro concrete necessità.
Non perché il filosofo “sappia”, perché disponga di un sapere superiore e quindi debba offrirlo, attraverso risposte già confezionate, ai suoi interlocutori. Il filosofo in senso socratico infatti riconosce che non potrà mai disporre di un sapere siffatto e anzi invidia coloro che sanno o che pretendono di sapere: e se ha una cosa da insegnare è proprio questa!
Il filosofo im Umgang ha sicuramente bisogno “di applicazione, di metodo, attenzione, concentrazione, calma, ma anche del contrario: il confronto con la realtà, il rapporto con la gente, la sfida a coloro che abusano degli altri. La meditazione e la lotta. Il silenzio e il brusio. La solitudine e l’agorà” (Sautet, 1997).
Il filosofo ha certo bisogno di esercitarsi a comprendere se stesso e ciò che lo circonda in solitudine. Tuttavia, se ha abbracciato una forma del filosofare che si fa nella praxis, non può trovare nel ritiro sociale l’unico strumento per esercitare la propria respons-abilità di filosofo.
Al tempo stesso, passare le giornate nello studio per pensare cosa?
“Impegnati con le domande sui principi, i pensatori di professione disdegnano di calarsi nelle bassezze di ciò che è più vicino e tangibile”, scriveva Achenbach citando Blumemberg. E ancora:
“Se la filosofia si irrigidisce in se stessa, se persiste nella sua autoaffermazione devota alla tradizione, se tiene se stessa sotto chiave, allora non potrà lasciarsi andare ed essere presso le cose. In breve: se teme i pericoli – a cui certo soccombe, ma nei quali solo può giungere a se stessa – è persa” (2004).
È da molto tempo che i bisogni della società sfidano la filosofia a rinnovare se stessa. In questo momento è più che mai urgente che il filosofo non sia esempio di immobilità e pensiero astratto, ma che si faccia carico di rispondere a quanto sta accadendo.
Il filosofo accademico fa questo mettendo in gioco i propri pensieri e le proprie riflessioni attraverso pubblicazioni puntuali e nel dialogo con gli altri professionisti, con le televisioni, con il web. Personalmente ritengo che anche per la filosofia accademica non si tratti di nascondersi tra le pareti domestiche aspettando di cogliere “la verità” delle cose, ma di confrontarsi attivamente con i pensieri altrui, esponendosi e mettendo a disposizione di tutti i propri strumenti per leggere la realtà.
A rischio di sbagliare? Ma certo che sì! Il filosofo non è un profeta che elargisce verità assolute ma un uomo che elabora il proprio pensiero in relazione al pensiero di altri, che cade in contraddizione come tutti, che poi la riconosce e si corregge, è un uomo che cade e si rialza e come tutti così impara a vivere e a filosofare.
Non è tempo questo per tirarsi indietro.
Tanto più per il consulente filosofico che da sempre ha fatto della relazione la sua vocazione primaria.
Voglio ricordare che “sospendere il giudizio” in una realtà caotica, per un filosofo non ha mai significato stare immobile e in silenzio fino al momento di dare la propria “sentenza”.
Si fa epoché allenandosi a contrapporre gli argomenti contrari e soppesando le diverse ragioni: è un’attività, non una passività. Inoltre, un consulente filosofico non fa questo esercizio soltanto leggendo Hegel sul divano oppure criticando i colleghi che sono scesi in campo facendo sentire la presenza della riflessione nella vita vera, ma confrontandosi con gli altri e specialmente con chi soffre per fare questo esercizio insieme.
Come già ho sostenuto, insieme a Luca Nave, nell’articolo che tanto ha fatto scalpore sulla “Consulenza filosofica tarallucci e vino”, ribadisco con ancora più forza che la consulenza filosofica non è un hobbycui dedicarsi a tempo perso, passando la maggior parte della giornata a far altro e – se l’emergenza costringe a casa – a elucubrare teorie sgranocchiando qualche snack.
La consulenza filosofica è un impegno serio del filosofo dinanzi a se stesso e agli altri. Una responsabilità che trova vie nuove per essere assolta anche e soprattutto in circostanze eccezionali, come quelle che stiamo vivendo.
Questo tempo traccerà ancora più nettamente la distanza abissale tra chi con la consulenza filosofica lavora, spendendosi nella relazione, nei colloqui gratuiti offerti a chi ne abbia bisogno, nella formazione online, nell’elaborazione di progetti filosofici che possano avere una rilevanza sociale specialmente nel qui e ora, oltre che per il futuro, e chi invece non fa altro che starsene con le mani in mano a teorizzare e a criticare chi agisce.
Il mondo che bussa alla porta del filosofo in questo momento non gli chiede di stare ben nascosto mentre elabora “spiegazioni de-finitive”, ma domanda urgentemente riflessioni in itinere capaci di reggere il costante mutamento di scenario, sfida a un impegno attivo, al confronto con il reale, alla critica dell’ingiustizia, alla compartecipazione, al confronto con il dolore, con il lutto, con la perdita del lavoro, con il crollo delle sicurezze. Senza nascondersi.
“I veri problemi filosofici hanno sempre la loro radice nei problemi urgenti, che si trovano in campi che non appartengono alla filosofia. Essi si seccano se muoiono le radici”, diceva giustamente K. Popper.
Per il filosofo, tanto più per il filosofo consulente, si tratta oggi di sporcarsi le mani, scendendo dal cielo alla terra e smettendo di “guardare il mondo da un oblò”. Finendola anche di schermarsi dietro alla falsa convinzione che “tanto il mio compito non è quello di aiutare nessuno”: una posizione che oggi appare limpidamente nella sua cruda pochezza filo-sofica, oltre che deontologica e morale.

Bibliografia
Achenbach G.B., Philosophische Praxis, Junger Dinter, 1987, tr.it. La consulenza filosofica, Milano, Apogeo, 2004.
– , Das kleine Buch der inneren Ruhe, Verlag Herder, Freiburg im Breisgau, 2°ediz.2001, tr.it. Il libro della quiete interiore, Milano, Apogeo, 2005.
– Sautet M., Un café pour Socrate, Paris, Editions Robert Laffond, 1995, tr.it. Socrate al caffè , Milano, Ponte delle Grazie, 1997.








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