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Andare puri all’appuntamento con l’Altro. Note sull’Epoché nelle relazioni di aiuto. Luca Nave

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Wir wollen auf die Sachen selbst zurckgehen

Husserl E., Logische Untersuchungen.


Le cose e le persone.

Edmund Husserl e il movimento fenomenologico, innestandosi tra scienza, filosofia e psicologia, recitano l’adagio dell’andare verso le cose stesse, al punto da diventare, per scienziati, filosofi, psicologi e artisti in senso lato, d’una intera generazione, la via d’accesso privilegiata alla Fenomenologia nelle sue varie ramificazioni.

“Non vogliamo affatto accontentarci di pure e semplici parole – scrive Husserl nelle Ricerche Logiche – cioè di una comprensione puramente simbolica delle parole […]. Non ci possono bastare i significati ravvivati da intuizioni lontane e confuse, da intuizioni indirette quando sono almeno intuizioni. Noi vogliamo tornare alle cose stesse!” (2015, p. 27).

Orbene. Non è certo questo Blog il contesto adatto per penetrare nei meandri della logica fenomenologica. Questo contesto è più adatto a interrogare il motto dell’andare verso le cose stesse nei luoghi, nei contesti e nelle esperienze – negli atti intenzionali della coscienza – in cui il soggetto non incontra le cose stesse ma le persone stesse, pur in un ambiente-mondo (Welt)costituito da cose, parole, significati e simboli. Nel processo intenzionale della coscienza che conduce verso le cose e le persone stesse, l’atto di incontrare tavoli, sedie e montagne, e l’atto dell’incontro del corpo vivo (Leib), in carne e ossa, dell’Altro da me, rimanda ad atti intenzionali assolutamente diversi.    

L’atto empatico: sentire e comprendere l’Altro.

In questo punto preciso si innesta il problema, o meglio, “l’enigma oscuro, misterioso e tormentoso”, stando alle parole di Husserl, dell’empatia e della comprensione dell’Altro. Per semplificare, non si prova empatia e non si mostra comprensione per un tavolo, per le sedie e per le montagne, nei confronti dell’Altro da me sì.

Il tanto usato e abusato termine empatia, troppo banalmente ricondotto al significato di “mettersi nei panni dell’altro” o nelle sue scarpe (To walk in their shoes), viene teorizzato, in ambiente fenomenologico, dall’allieva di Husserl, Edith Stein, che in Zum Problem der Einfühlung affronta in tutta la sua complessità la duplice valenza del sentire (fuhlen) e insieme del comprendere (Verstehen) l’Altro,  che sta a fondamento dell’atto empatico. L’empatia non è mai solo emotiva, né mai solo “cognitiva”. 

Se l’empatia è un dovere “morale” – almeno, prima facie – nelle relazioni con gli altri, è un dovere “assoluto” per tutti i professionisti delle relazioni di aiuto. Anche la Bio-Tecno-Medicina ha compreso che l’essere umano non ha lo statuto della “cosa”, è pur essendo una “cosa” – un corpo-Korper – nel mondo, come le sedie, i tavoli e le montagne, nel processo di cura non si può solo spiegarecome si spiegano le cose ma è necessario comprenderlonella totalità delle sue manifestazioni nel mondo. Senza l’empatia non avviene la comprensione né, di conseguenza, la cura. Si possono offrire spiegazioni circa l’eziologia della malattia del paziente, si possono fare le prognosi e somministrare terapie, ma senza empatia la cura sta altrove.       

Se anche negli imperi della Bio-Tecno-Medicina e dell’Evidence Based Medicine s’innestano le Medical Humanities – l’idea, in un motto, che senza comprensione ed empatia non c’è vera cura del paziente – la necessità di andare verso le persone stesse – “centrarsi sulle persone”, secondo un altro vecchio adagio – è il fondamento delle psicoterapie e del Counseling d’orientamento fenomenologico-esistenziale.

La tecnica dell’Epochè.

La fenomenologia, oltre a segnalare la necessità di andare verso le persone stesse, offre uno strumento prezioso per tentare l’impresa: la tecnica dell’Epoché. Nella fenomenologia l’Epoché, o “sospensione del giudizio”, è un atto libero e volontario del soggetto che non mira alla negazione del mondo, come per gli antichi scettici, né all’affermazione del dubbio sistematico di cartesiana memoria; incarna piuttosto la necessità della «messa tra parentesi» dell’atteggiamento naturale, cioè dell’intero mondo naturale che è costantemente «qui per noi», il mondo preliminarmente essente. Husserl, attraverso tale “tecnica sospensiva” intende impedire l’approccio esperienziale al reale «in un senso ingenuo e diretto»: l’intero mondo «non provato, ma anche non contestato» – insieme alle teorie scientifiche, filosofiche e religiose che lo spiegano – viene messo fuori azione, tra parentesi.

Andare puri verso le persone stesse significa allora assumere l’atteggiamento sospensivo di tutto ciò che il soggetto, in-sé e per-sé, ritiene “vero, buono, giusto e bello”. La purezza, nell’andatura verso l’altro, è sinonimo di neutralità, significa lasciare da parte le proprie convinzioni più certe e le proprie Super Verità, ovvero quelle credenze che appaiono incarnare la vera verità del reale mentre sono, appunto, solo credenze ben mascherate da verità.

Lo sguardo antropologico.

Dal punto di vista dello sguardo antropologico, relativo cioè alle modalità di vedere il paziente, per il professionista delle relazioni di aiuto praticare l’Epoché significa sospendere le teorie – gli schermi, paradigmi, visioni del mondo – che nell’incontro con l’altro lo mostrano solo come un corpo-Korper da aggiustare, solo come un inconscio pulsionale o come un meccanismo di stimoli-risposta da condizionare. L’essere umano è plastico: è un corpo-Korper, è anche un inconscio pulsionale e può certamente essere condizionato da stimoli provenienti dalle situazioni, e può quindi trarre benefici dalle terapie bio-psicologiche che quelle teorie generano. Il problema può sorgere quando il professionista scambia le proprie teorie, paradigmi, schemi della realtà – la sua visione del mondo – con la realtà stessa e con il mondo oggetto della sua visione. Il medico che vede nel paziente solo il corpo, lo psicanalista che lo analizza solo come pura manifestazione dell’inconscio e lo psicologo che lo osserva solo come l’impersonificazione di comportamenti disadattivi da ricondizionare, vedranno certamente una parte del paziente ma non il paziente nella totalità della sua presenza nel mondo. Dal punto di vista dello sguardo antropologico l’Epochè consente allora una sospensione di questo atteggiamento naturalistico, tipico di un realismo piuttosto ingenuo che induce a credere nell’esistenza di un solo modo “vero”, “buono”, “giusto” e “bello” di vedere l’Altro, che in genere coincide con il proprio. Ovviamente il medico, lo psicanalista e lo psicologo devono continuare a fare il loro lavoro – nessuno si sognerebbe di rinnegare la Bio-Tecno-Medicina, la Psicanalisi o la Psicologia (tranne quando falliscono) ed è bieca ogni critica nei confronti del “riduzionismo”, visto che proprio la capacità di concentrarsi su una singola dimensione dell’umano – il corpo-Korper, l’inconscio o the mind in action – è ciò che ha permesso gli enormi successi – con inevitabili insuccessi – della Bio-Tecno-Medicina, della Psicanalisi o della Psicologia. La tecnica dell’Epochè è pur tuttavia un prezioso strumento, presente nella Tool Box dei professionisti delle relazioni da aiuto, che consente di ampliare lo sguardo sull’Altro nelle sue varie dimensioni e in tutta la sua complessità. La consapevolezza della complessità dell’umano è ciò che ha determinato il sincretismo delle psicoterapie contemporanea e la contaminazione di tecniche e strumenti tra i vari indirizzi e orientamenti.

Il (pre-)giudizio

La tecnica dell’Epochè consente poi la sospensione dei pre-giudizi che, necessariamente, scattano automatici nella mente del professionista quando incontra l’Altro. L’essere umano, in media, impiega sette secondi per farsi un’idea della persona che incontra (Blair, 2009). In una relazione d’aiuto, i pre-giudizi presenti nella mente del professionista possono essere molto pericolosi e inficiare l’intero processo terapeutico-relazionale. Per scoprirli è sufficiente chiedersi il proprio giudizio, ad esempio, sulla pedofilia, sulla violenza sulle donne e sui bambi, oppure di chi ruba; tali pre-giudizi si presenteranno e filtreranno  l’incontro con un pedofilo, con una persona violenta o con un ladro. Naturalmente, un flusso di pensieri e di emozioni si metteranno di traverso nella relazione intenzionale con l’Altro, creeranno un schermo cognitivo-emotivo che condizionerà il modo di vedere il suo mondo. Se il professionista nelle relazioni d’aiuto è convinto che anche pedofili, violenti e ladri possono essere i soggetti delle proprie cure deve necessariamente mettere tra parentesi i suoi giudizi per andare  puro all’incontro con l’Altro. Altrimenti le sue cure saranno necessariamente inefficaci.

Qui sorge un problema radicale: è possibile l’Epoché? È possibile cioè sospendere completamente i propri pre-giudizi sull’Altro e andare puri all’appuntamento con lui? È praticabile, insomma, la sospensione di tutto ciò che si ritiene “vero, buono, giusto e bello” in assoluto, e guardare e sentire il mondo dal punto di vista dell’altro?

L’accettazione incondizionata.

Carl Rogers parla di “accettazione incondizionata” dell’Altro. In una relazione di aiuto l’accettazione non significa approvazione incondizionata e supina dei pensieri e dei comportamenti dell’Altro; si riferisce piuttosto all’atteggiamento anti-giudicante e anti-valutativo del professionista, conditio sine qua non dell’efficacia di ogni relazione di cura. “Solo quando mi accetto come sono posso cambiare”, scrive Rogers, e aggiunge: “ogni cambiamento potrà avvenire solo se la persona si sentirà accettata e non giudicata, se sarà messa nelle condizioni di esprimersi liberamente, di sentirsi accolto per com’è, per come è stato e per come vorrebbe essere. L’accettazione incondizionata è possibile solo grazie alla tecnica dell’Epochè. Se non si mettono tra parentesi i propri pre-giudizi non si può comprendere l’altro ma solo giudicare il suo vissuto e tutt’al più spiegare la sua situazione.

È possibile l’Epoché?

È certamente possibile realizzare l’Epochè – e quindi arrivare puri all’incontro con l’Altro – se la si intende come la realizzazione di un “ideale regolativo”, quale viene teorizzato da Immanuel Kant e arricchito da Max Weber. Kant, nella Critica della ragion pura, scrive che

“l’umana ragione, oltre alle idee, possiede anche ideali che, anche se non hanno come quelli platonici una capacità creativa, sono tuttavia dotati di una capacità pratica (in quanto principi regolativi), e fungono da fondamento della possibilità di perfezione di certe azioni. Come l’idea fornisce la regola, così l’ideale serve da archetipo per la perfetta determinazione della copia, e non abbiamo alcun altro termine di raffronto delle nostre azioni all’infuori del modo di agire di quest’uomo divino che si trova in noi rispetto al quale possiamo istituire paragoni e valutazioni e promuovere il nostro miglioramento, pur riconoscendo che non potremo mai adeguarlo. Anche se non è possibile conferire a questi ideali una realtà oggettiva (esistenza), non ne segue che essi si risolvono in chimere, perché forniscono alla ragione un criterio che le è indispensabile visto che essa abbisogna del concetto di ciò che è perfetto nella propria specie per procedere alla valutazione e alla commisurazione del grado e delle deficienze di ciò che risulta imperfetto. Ma pretendere di dimostrare l’ideale in un esempio, ossia in un fenomeno, è impresa irrealizzabile” (2013, p. 134).

L’Epochè non può essere solo un ideale, un valore, un archetipo irrealizzabile nel mondo dei fenomeni. L’Epoché è piuttosto un “ideale regolativo”. Max Weber distingue due significati del termine “ideale” (impiegato sempre come sostantivo). Da una parte ci sono i “tipi ideali”, ovvero “le astrazioni dalla realtà,  rappresentazioni utili per tracciare un cosmo non contraddittorio di relazioni pensate”. Detti tipi ideali sono “utopie” che, per definizione, non possono essere riprodotti nella realtà in tutta la loro purezza concettuale. Accanto a questi ideali concettuali, ci sono ideali che si aspira a realizzare nel mondo dei fenomeni. “Non solo tipi ideali in senso logico ma anche in senso pratico, […] a partire dai quali si giudica la realtà valutandola. Questi ideali sono valorativi e li chiamerò ‘ideali regolativi’. Un ideale regolativo è pertanto un ideale concettuale che inoltre consideriamo bene perseguire” (1991, p. 69 e seg.).  

L’Epochè, in questo senso, è un ideale regolativo, un’ideale, cioè, che possiede una forza pratica, un archetipo perfetto che fornisce regole per l’azione, e benché sia completamente irrealizzabile nella “sfera fenomenica”, ossia benché non possa essere pienamente raggiunto e realizzato nella realtà, è indispensabile alla ragione pratica. Si tratta allora di un “orizzonte normativo” al quale tendere “nei limiti del possibile”. Un ideale regolativo rientra nella sfera del dover essere, nel senso che si ha il dovere morale di realizzare lo stato di cose che si valuta come desiderabile o corretto. George Edward Moore sostiene che le “regole ideali” incorporano un “obbligo morale”: “se lo stato di cose che definiscono è considerato dotato di valore o desiderabile abbiamo l’obbligo di tendere verso di esso” (2004, p. 111).  Sostenere che dobbiamo tendere verso di esso significa che comparando in cosa differisca detto stato di cose con lo stato presente possiamo sapere quali sono gli aspetti del mondo attuale che dovremmo modificare. ll carattere normativo impone il dovere di avvicinarsi, “nei limiti del possibile”, a detto stato di cose mediante un “atto di immaginazione”, che si oppone alla realtà, così com’è, trascendendola .

In quanto ideale, l’Epochè non è mai completamente realizzabile nell’incontro con l’Altro, e in ciò risiede la più grande difficoltà ad “andare puri all’incontro con l’Altro”. L’essere umano ha un bisogno estremo di certezze, ha la necessità di sapere che esiste qualcosa di “vero, buono, giusto e bello” in assoluto, o almeno fino a prova contraria. È realmente difficile sospendere completamente le proprie credenze, mettere tra parentesi la propria visione del mondo e il proprio sguardo sull’Altro. Se l’Epochè è un ideale, deve tuttavia essere un ideale regolativo e normativo. Il professionista nelle relazioni d’aiuto ha il dovere morale di fare quanto è in suo potere, e nei limiti del possibile, per realizzare l’ideale nella realtà. La realizzazione in pratica sarà diversa dal modello tipico ideale, dall’archetipo dell’Epochè, ma potendolo almeno immaginare è necessario sforzarsi di renderlo reale.

Conosci te stesso

Oltre ad essere un ideale regolativo, l’Epochè, sostenevamo con Husserl, è una tecnica, una technè, un sapere che è un fare. E come tutte le technai, implica un esercizio costante e un costante lavoro su di sé. Per attuare la sospensione dei propri pre-giudizi è necessario un lavoro di analisi dei propri giudizi, delle proprie credenze camuffate da Super Verità e da Super Valori. L’analisi filosofica della propria visione del mondo è la condizione indispensabile per realizzare l’Epoché nell’incontro con l’Altro.

Concludiamo, dunque, con un monito per tutti gli aspiranti realizzatori dell’Epochè nel mondo dell’apparenza, con il consiglio che Oceano rivolge a Prometeo: “Prometeo voglio darti il consiglio migliore, anche se tu sei già astuto: devi sempre sapere chi sei (γίγνωσκε σαυτὸν)”.

La conoscenza di sé è la condizione per realizzare l’Epochè nel mondo dei fenomeni e prendersi cura di sé e degli altri.

Bibliografia 

Blair L., Straight Talking: : Learn to overcome insomnia, anxiety, negative thinking and other modern day stresses, Phychologies Magazine, 2009

Husserl E., Ricerche logiche, Il Saggiatore, Milano 2015  

Kant I., Critica della ragion pura, UTET, Milano, 2013

Moore E., Principia Ethica, Dover Publication, 2004

Rogers C., La terapia centrata sul cliente, Le lettere, Firenze 1970

Stein E., Il problema dell’empatia, Studium, Roma 2012

Weber M., L’ etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 1991

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