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Affittare uteri e comprare bambini. La gestazione per altri e il metodo dell’empatia radicale. Di Luca Nave

La storia.

«Or Sara disse ad Abramo:
“Vedi, il Signore mi ha impedito di dare alla luce dei figli;
va, ti prego, dalla mia serva, forse potrò avere prole da lei”.
E Abramo acconsentì alle parole di Sara»
(Genesi, 16, 2)

Elisabeth e William Stern sono una coppia del New Jersey che desiderano un figlio ma Elisabeth è affetta dalla Sclerosi Multipla e la maternità potrebbe mettere a repentaglio la sua vita. Si rivolgono a un centro anti-sterilità che organizza la “gestazione per altri” (GPA) o “maternità surrogata” o “utero in affitto”. Nel febbraio del 1984 firmano un contratto con Mary Beth Whitehead, che accetta di prestare il proprio corpo e una cellula uovo (fecondata con lo sperma di William), di portare avanti la gravidanza e di rinunciare a tutti i diritti sul nascituro che verrà adottato da Elisabeth; in cambio riceverà un compenso di 10.000 dollari. La gravidanza procede senza complicazioni e il 27 marzo 1985 nasce Melissa (da cui l’acronimo “Baby M.” con cui questa vicenda passa all’onore delle cronache).

 

L’imprevisto.

Si verifica un fatto inatteso: Mary pensa e sente che Melissa è la sua bambina, e che il legame materno è troppo saldo per essere reciso. Nei giorni successivi la bambina viene consegnata agli Stern ma dopo poche ore Mary si presenta a casa loro in preda all’ansia per chiedere se può tenere la bambina per qualche giorno perché non riesce a separarsene così bruscamente. Gli Stern accettano che Mary tenga Melissa per una settimana, sperando che questa concessione la facesse rinsavire. La speranza si rivela infondata: dopo diverse richieste di restituzione della bambina Mary afferma di voler rinunciare ai 10.000 dollari e di volersi tenere la neonata. Elisabeth e William si rivolgono al tribunale e quando si presentano a casa di Mary accompagnati dall’ufficiale giudiziario Melissa viene fatta evadere da una finestra sul retro dell’abitazione. Il giorno dopo Mary scompare. I coniugi Stern assodano un investigatore privato che dopo quattro mesi scopre che Mary e Melissa si trovano in Florida: L’FBI fa circondare la casa e preleva la bambina che viene consegnata agli Stern. Inizia così un processo che ha come oggetto del contendere l’affidamento di Melissa.

 

Il processo.

Qual è la decisione giusta? I contendenti, adulti e consenzienti, hanno firmato un contratto che prevede vantaggi per entrambi: una figlia per William ed Elisabeth e 10.000 dollari per Mary. È giusto pretendere l’esecuzione di questa transizione commerciale? Se, da una parte, si può pensare che “un contratto è un contratto” e come tale va rispettato, dall’altra si potrebbe esitare a imporne l’esecuzione per almeno tre principali motivi. Il primo riguarda la natura del consenso che può non essere pienamente informato visto che Mary non poteva prevedere le sensazioni e i sentimenti che avrebbe provato alla nascita della bambina.  Il secondo si riferisce al fatto che Mary, al momento della sottoscrizione, avesse bisogno di denaro (era disoccupata e aveva due figli a carico) il che renderebbe il consenso, più che informato, alquanto “forzato”. Infine, il terzo motivo dipende dall’oggetto stesso del contratto che riguarderebbe la compravendita di una bambina o almeno della capacità riproduttiva della donna, attività da ritenere riprovevoli nonostante fosse accertato il libero consenso di entrambi le parti.

La sentenza del giudice Harvey Sorkow è perentoria: in virtù del principio dell’inviolabilità di un contratto, e al di là delle motivazioni che hanno spinto i contraenti a sottoscriverlo, Mary non ha diritto a violarlo solo perché ha cambiato idea. In merito alla natura del consenso sulla sentenza si legge che “è stato fissato un prezzo per il servizio e si è raggiunto un accordo; nessuna delle due parti ha costretto l’altra […] e nessuna delle parti aveva un potere di contrattazione sproporzionato rispetto all’altra”. A riguardo invece della transazione economica il giudice sostiene che William Stern non ha acquistato un figlio perché Melissa è stata concepita con i suoi spermatozoi, quindi c’è un legame di parentela genetica: “un padre non può comprare ciò che è già suo fin da principio”. La somma di 10.000 dollari compensa un servizio (la gravidanza) non un prodotto (la bambina). Nella sentenza, infine, non si ravvede lo sfruttamento della donna perché “se un uomo può mettere a disposizione i mezzi per procreare, dovrebbe essere consentito che lo faccia una donna. Affermare il contrario significherebbe negare alle donne la stessa tutela che è prevista dalla legge per gli uomini”.

Mary fa appello alla Corte suprema del New Jersey. Il collegio giudicante, all’unanimità, emette un giudizio opposto: il contratto non è valido. Si ravvisa innanzitutto un vizio originario nel consenso di Mary, che non è né informato né volontario: “la madre non poteva conoscere la forza del legame affettivo che si instaura con il neonato, quindi la sua decisione non era informata nel senso più importante del termine”. E poi la decisione non era veramente libera ma fortemente condizionata dai 10.000 dollari di compenso: “il bisogno di denaro accresce la probabilità che una madre povera ‘scelga’ di svolgere un servizio a vantaggio di una donna ricca, piuttosto che il contrario”. Infine, al di là dell’ambiguità del consenso, la corte sostiene che “il suo consenso non abbia rilevanza: in una società civile ci sono cose che il denaro non può comprare. […] Qualunque sia il grado di idealismo che può aver animato le parti implicate, è il movente del profitto a prevalere nella transizione, a compenetrarla e in ultima analisi a dominarla”.

Nel suo “migliore interesse” Melissa viene affidata agli Stern, ritenuti più idonei a crescerla, ma restituiscono a Mary il titolo di madre invitando i tribunali competenti ad attribuirle opportuni diritti di visita.

 

I favorevoli, i contrari e gli incerti.

Il caso “Baby M.” rappresenta un classico della letteratura bioetica. La GPA è uno di quegli argomenti che scaldano le coscienze e creano fazioni tra gli assolutamente contrari, gli assolutamente favorevoli e tanti altri che nutrono seri dubbi morali generati da pensieri, sensazioni ed emozioni contrastanti circa la liceità morale della pratica. In Italia, come nella maggioranza dei paesi europei, la GPA è vietata dalla legge (L. 40/2004) benché sia sempre più rigoglioso il “turismo procreativo” di aspiranti genitori che vanno all’estero (Gracia, USA, Ucraina e India sono le mete più gettonate) per realizzare il proprio desiderio di paternità e maternità.

Spesso il dibattito assume toni accesi e i buoni argomenti lasciano il posto a valutazioni morali aprioristiche e a condanne sine conditio di una pratica ritenuta “agghiacciante”, “depravata”, “degenere” e che “fa ribrezzo solo a parlarne”. Queste sono le espressioni che sentiamo pronunciare dai detrattori della GPA che partecipano ai nostri seminari quando presentiamo la storia di Baby M.. All’inizio si tratta prevalentemente di giudizi “di pancia” su un tema che riguarda la maternità, i bambini, la famiglia e il vile denaro, argomenti da toccare con molta cautela.

Soprattutto in ambienti cattolici e conservatori profondamente contrari alla GPA, la storia di Baby M. viene assunta quale caso tipico ideale dell’esito a cui può condurre la GPA. Una coppia di scriteriati genitori che sfidano la “natura” e vogliono un figlio a tutti i costi, si affidano a una donna in situazione di indigenza per realizzare il loro desiderio al prezzo di reificare e mercificare la donna e la bambina. Ovviamente questa posizione contiene un bias di ipergeneralizzazione: sarebbe come usare l’affondamento del Titanic per scoraggiare la navigazione transatlantica. In base ai dati della Surrogate Mothers inc. solo nell’1% dei casi di GPA negli Stati Uniti è nata una controversia tra i genitori e le madri surrogate, che vengono selezionate in seguito a scrupolosi controlli di natura medica, psicologica e del contesto sociale che assai difficilmente concedono sgradite sorprese.

Al di là della bassa percentuale di rischio che si verifichino situazioni come quella di Baby M., le tesi dei favorevoli e dei detrattori della GPA vanno seriamente prese in considerazione al fine di trasferire “dalla pancia alla testa” l’assenso e il dissenso nei confronti della pratica.

 

C’è chi dice no.

Alcune delle obiezioni contro la GPA sono state sollevate dalla corte suprema USA già nel 1985 e si riferiscono in particolare alla natura commerciale dell’operazione che rende il corpo della donna un mezzo in vista di un fine e il futuro nascituro l’oggetto di una transizione economica. Il compenso offerto alla donna e l’impossibilità di prevedere stati d’animo, sensazioni e sentimenti che ella proverà dopo nove mesi di gravidanza sono poi deterrenti che rendono ambigua la natura del consenso che non risulta proprio libero e informato. La questione del vile denaro genererebbe anche una discriminazione in termini economici, nel senso che solo le coppie ricche potrebbero avere accesso alla GPA, preclusa alle coppie poco benestanti che non possono affrontare gli elevati costi dell’operazione. Ultimo – ma non in ordine di importanza – argomento a sfavore della GPA riguarda il rischio che si verifichino incidenti imprevisti nell’operazione, sia in termini di salute della donna e del futuro nascituro sia in termini etici e giuridici come nel caso di Baby M. In base al principio di precauzione, visti gli elevati rischi “bio-psico-sociali”, meglio vietare categoricamente la pratica per legge. Tutti questi argomenti si innestano poi nel discorso relativo alla “natura-tecnica”: la scienza e la tecnica forzano la naturale predisposizione alla gravidanza-fertilità della donna e l’essere umano, inoltre, si sostituisce a Dio nel dare la vita e tradisce la “dignità” della creatura.

Ma le migliaia e migliaia di persone che fanno ricorso alla GPA per avere un figlio sono tutte scriteriate e immorali? Davvero proverebbero un desiderio cieco e sfrenato di avere un figlio che è così forte da fargli chiudere gli occhi davanti ai paventati rischi sollevati dai detrattori della pratica? Decidere di intraprendere un’operazione di questo genere ha elevati costi in termini economici e di investimento emotivo ed esistenziale, impone un cambiamento repentino della propria vita e di quella della propria famiglia. Dunque, c’è da chiedersi se anche loro abbiano dei buoni argomenti e contro-argomenti a sostegno della loro scelta oppure se si tratti di una decisione presa solo con la pancia.

 

C’è chi dice sì.

A sostegno della legalizzazione e della liceità morale della GPA si sostiene il principio fondamentale dell’autonomia delle persone che, se adulte e consenzienti, sono libere e sovrane di fare scelte in linea con la propria visione del mondo, naturalmente se tali azioni libere non generano un danno a qualcun altro. Servirebbe molto spazio per vagliare la questione del danno che verrebbe provocato alla donna in termini di sfruttamento del suo corpo e della sua capacità riproduttiva, al bambino (presunto oggetto di compravendita) e alla società in generale che asseconderebbe tale compravendita. In assenza di danni eclatanti (non di mere offese al pudore, alla morale dominante, alla generica “dignità” dell’essere umano”, ecc.) la GPA dovrebbe essere lecita benché da porre sotto una ferrea regolamentazione statale. Il secondo argomento, legato al primo, riguarda la natura del contratto stipulato tra le parti in causa: rispettare la validità di un patto concluso tra adulti consenzienti significa rispettarne la libertà. Secondo gli utilitaristi i contratti promuovono il benessere per il maggior numero di persone in causa, che ne ricavano un vantaggio considerando l’accordo fonte di felicità; altrimenti non l’avrebbero sottoscritto. Ovviamente la legge dovrebbe accertare che il contratto venga sottoscritto dopo un consenso realmente informato circa i rischi e gli imprevisti che la sua esecuzione potrebbe presentare. Infine, ci si può appellare all’argomento teleologico che sostiene che il fine della GPA è buono in sé (dare la possibilità a una coppia di avere un bambino che altrimenti non sarebbe mai nato), quindi, a certe condizioni, il mezzo utilizzato non può essere un male sine conditio. Il fine buono, in questo caso, potrebbe giustificare i mezzi necessari per perseguirlo.

 

Il laboratorio dell’empatia radicale.

Ogni tesi e ogni argomento e contro-argomento andrebbe analizzato in termini razionali, vagliando cioè il peso delle parole e delle ragioni che li sorreggono, superando faziosi schieramenti mossi da sensazioni ed emozioni irrazionali o da pregiudizi e stereotipi culturali. Questo è l’obiettivo dei nostri seminari: trasformare i giudizi di pancia in giudizi di testa, “razionali”, ovvero fondati su valide ragioni e su buoni argomenti che tengono in considerazione le emozioni e i sentimenti vissuti dai soggetti coinvolti.

A questo scopo abbiamo inventato il Laboratorio dell’empatia radicale che utilizziamo nella formazione con gli adolescenti, con gli insegnati e con il personale medico-sanitario. Oggi in Italia la GPA è vietata dalla legge ma un numero crescente di coppie e di single decidono di farvi ricorso andando all’estero. Possiamo continuare a pensare che il problema non esista o che sia marginale (sindrome dello struzzo) oppure possiamo decidere di affrontarlo in maniera filosofica, per stabilire chi abbia ragione in virtù delle ragioni della ragione e non delle ragioni della forza. Per fare questo è importante creare spazi di autentico dialogo filosofico: Dia-Lògos, ovvero scambio di ragioni, argomenti e contro-argomenti tra diverse visioni del mondo che, insieme, ricercano la verità. Ricordiamo che la particella Dia- rimanda a uno scambio di Lògoi e tra Lògoi che sono distanti, che la pensano in maniera differente, altrimenti non sarebbe un dialogo ma un monologo tra chi abbraccia solo una visione del mondo e ritiene che lì stia tutta la verità.

Come sostiene un proverbio indiano, “la verità è come uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe in mille pezzi: ciascuno ne prese un pezzo e pensò di avere tutta la verità”.

 

Bibliografia

Le citazioni sono riprese dalle carte processuali. Baby M., 217, New Jersey, Superior Court, 313, 1987; Matter of Baby M., Suprem Court of New Jersey, 537, in “The Atlantic Reporter”, 2° serie, 1227 (1988).

Per un approfondimento dell’argomentazione nelle Pratiche Filosofiche: Nave L., Più logica per tutti. L’argomentazione e la filosofia nella vita quotidiana, Mimesis, Milano, 2018.

 

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