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La filosofia come cura del linguaggio. L’omaggio di Wittgenstein alla pratica filosofica.

 La filosofia come attività, tra il dire e l’indicibile.
“Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende infine le riconosce insensate, se è salito per esse- su esse- oltre esse; (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito). Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (Wittgenstein, T., 2009, p 109).

La celebre conclusione del Tractatus logico-philosophicus mostra la fondamentale antinomia che sta a fondamento dell’opera omnia di Wittgenstein: da una parte l’idea che il contenuto della riflessione teorica corretta coincide con il metodo del sapere scientifico che descrive i fatti secondo le regole della logica e del “dicibile” in base all’isomorfismo tra fatti e proposizioni, dall’altra la profonda consapevolezza dell’esistenza di problemi e campi d’indagine non comprensibili ed esprimibili nel modo richiesto dai principi che governano la scienza dei fatti e le connessioni logiche, tanto che la stessa filosofia non è univocamente circoscrivibile nell’ambito determinato da tali princìpi e dalla pura teoresi.“La totalità delle proposizioni vere è la scienza naturale tutta (o la totalità delle scienze naturali)” – scrive nel Tractatus (Id., p. 49)   pur già lasciando trasparire la piena consapevolezza che tante, troppe cose esulano dalla scienza dei fatti esistenti. La filosofia stessa non è una delle scienze naturali perché, in ultima istanza, non è proprio una dottrina col compito di elaborare teorie; essa è piuttosto un’attività: la sua mansione non consiste nell’esprimere enunciati sui fatti – questa è la funzione della scienza – ma nello svolgere una certa azione, una determinata funzione che – già nel Tractatus (e ancora di più lo sarà negli scritti successivi) – è “negativa” e “terapeutica”.
Negativa perché la filosofia deve dire che cosa il pensiero non può fare e che cosa il linguaggio non può dire, denunciando in particolare l’illegittimità dell’aspirazione a cogliere princìpi assoluti, fondamenti oggettivo-totalizzanti, conoscenze meta-fattuali, pure teoresi. Terapeutica, invece, nel senso che ha il compito di eliminare le false credenze generate dal linguaggio attraverso una “chiarificazione logica dei pensieri”. Questa azione porta a liberare il soggetto da false mitologie e ingannevoli illusioni che generano malessere e inquietudine interiore.

Diagnosi e sintomi.
Per scoprire in che senso la filosofia possa svolgere una funzione terapeutica si deve mostrare la possibilità di  elaborare una “diagnosi filosofica” (non medica o psicologica), deve esserci un paziente afflitto da mali “culturali” (non medici o psicologici), che manifesta una serie di sintomi da curare con la filosofia (e non con la medicina o con la psicologia).  Partiamo dai sintomi: nelle Ricerche Filosofichesi legge che ci sono certe immagini mentali, figure o “combinazione di parole” che generano nel soggetto “inquietudini profonde” (Beunruhigungen), un senso di oppressione, “disagio” e “crampi mentali”; queste immagini lo tengono prigioniero, generando perplessità, confusioni e illusioni (Täuschungen) che, freudianamente, definiscono e rivelano una parte della sua stessa personalità (RF, 1999, p. 67 e seg.). Le immagini mentali che manifestano tali sintomi della malattia del secolo a edificare teorie, principi, norme e valori astratti e de-contestualizzati dal mondo dell’esperienza da cui nascono, crescono e prolificano, hanno un forte potere seduttivo ma, nello stesso tempo, sono una profonda fonte di fraintendimento: inducono il soggetto a trascurare i (diversi) modi in cui si opera con le parole e i concetti all’interno dei diversi contesti o “giochi linguistici” in cui vengono utilizzati. Irrigidiscono così il flusso di variazioni che costituisce la matrice originaria e generativa del linguaggio.Astratto dalle forme di vita in cui si radica, dalle attività ordinarie all’interno delle quali è impiegato e in cui acquisisce “corpo e sostanza”, il linguaggio viene trasposto in una situazione artificiosa e alienante tipica dell’esercizio della filosofia come pura teoresi e riflessione astratta. Qui “non vediamo chiaramente l’uso delle nostre parole a causa dell’uniformità del modo di presentarsi di esse, il cui impiego non ci sta davanti in modo evidente. Specialmente non quando facciamo filosofia!” (RF, 2009, p. 91).Decontestualizzati dal mondo dell’esperienza e oggettivati in concetti puri e di pura teoresi filosofica, il linguaggio e il pensiero – le parole e i concetti ­ – sono “piatti e omogenei”. E se appaiono coerenti nella loro (pseudo)logicità vitale, ciò dipende dagli slittamenti di senso indotti dall’analogia tra la forma logica superficiale di espressioni che appartengono a regioni semantiche diverse e l’imporsi di immagini, miti e metafore che l’uso ha sedimentato nelle parole. Tali rappresentazioni fuorvianti, evocate dalla sola riflessione, producono un “incantamento dell’intelletto” e instradano il soggetto su percorsi cognitivi sclerotizzati che generano i summenzionati sintomi da curare con la filosofia.
La diagnosi della filosofia scopre dunque le “combinazioni di parole”, le immagini, le figure e i miti che esercitano una certa pressione sul soggetto e lo imprigionano (RF, 2009, p. 67), rendendolo vittima dell’illusione di poter impiegare le parole astraendole dalle circostanze del loro impiego nella vita. Le parole e i concetti non sono dotati di significato a prescindere dalla vita del soggetto parlante; se vengono decontestualizzati dal loro concreto utilizzo ordinario risultano in “un altrove”, “in esilio”, in “libera uscita”, “vacanti”; le parole e i concetti “girano a vuoto”, in assenza della sintonizzazione o abitabilità che è la condizione ordinaria del dire e del fare nel mondo.

La filosofia incarnata nel gioco linguistico (forma di vita).
La filosofia deve inserirsi all’interno dei giochi linguistici, luoghi esclusivi in cui le parole hanno senso e significato; solo dove “il segno è in azione” è possibile “mostrare dall’interno le condizioni del dire” (Borutti, 1993, p. 263) e disvelare progressivamente le condizioni d’uso del segno utili a definirne il senso. Solo dal punto di vista del gioco praticato è possibile rintracciare, nel complesso stratificato e sfaccettato delle circostanze che ne accompagnano l’uso, gli elementi semantici essenziali in grado di connotare il senso specifico assunto dal segno. Tali elementi, estrapolati dall’orizzonte in cui sono rilevati, risulterebbero inerti ed estranei.
Nella sua connotazione di attività dinamica che mira alla chiarificazione del linguaggio e all’autochiarificazione del soggetto, la filosofia non è nelle condizioni di prendere le distanze non solo dal soggetto che indaga ma anche da un altro soggetto e dall’oggetto con sguardo obiettivo e distaccato: “la filosofia non è spettatrice imparziale dei giochi; è essa stessa nel gioco e il filosofo condivide l’orizzonte di senso in cui trovano posto i contesti significativi riconosciuti” (Marconi, 1996, p. 13). Bandite spiegazioni essenzialistiche o causali e prospettive unificanti e assolute, compito del filosofo è modificare la nostra autocomprensione delle configurazioni di senso in cui ci muoviamo; e potrà farlo solo praticando i giochi, immergendosi negli ambiti d’esperienza loro propri, abitandone i mondi, e con ciò consegnandosi e vincolandosi ad essi. Principi, paradigmi, schemi mentali, ma anche immagini, fantasie e mitologie che, ancorati alle nostre pratiche, appaiono  fondano la necessità e cogenza da cui sono contraddistinti sulla propria posizione riparata e inattaccabile, una volta tematizzati perdono la loro assolutezza e, integrati nel gioco stesso, acquisiscono il carattere di empiricità, contingenza e relatività.

La filosofia come terapia.
La filosofia offre una serie di metodi liberatori e differenti terapie al soggetto imbrigliato in certe tentazioni teoriche al fine di liberarlo dalla “prigionia del linguaggio”, sgombrare il terreno da idoli e superstizioni, ostacoli e filtri che non consentono una chiara visione del mondo. La mossa preliminare terapeutica filosofica consiste in un ritorno al “terreno scabro” delle pratiche linguistiche concrete dove poter penetrare l’operare del nostro linguaggio nella sua intrinseca metaforicità, in grado di per sé di rendere conto della sua capacità di adattarsi a contesti inusuali, evolversi e rinnovarsi attraverso l’assunzione di connotazioni diverse che portano ad ampliare e complicare lo spettro semantico delle parole. Vaghezza e metaforicità, lungi dal rappresentare di per sé aspetti anomali e deteriori, elidibili attraverso un appropriato simbolismo, costituiscono caratteristiche indispensabili all’uso pratico e alla naturale evoluzione del linguaggio. La filosofia deve distinguere, marcare differenze, tracciare linee di confine evidenziando la particolarità dei diversi sensi delle stesse espressioni, o di espressioni superficialmente simili, facendo emergere i differenti orizzonti di senso nei quali le espressioni si collocano e trovano connotazione, disegnando lo “sfondo” che sta dietro alle parole, la “scena” in cui vengono pronunciate o, ancora, ricostruendo la “storia” a cui appartengono, il percorso seguito per giungere ad esse.La filosofia terapeutica opera dunque disilludendo le illusioni, le mitologie e le false necessità del Sé. Per questo motivo “il lavoro filosofico è propriamente […] un lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare; sul proprio modo di vedere le cose, e su ciò che ci aspettiamo da esse”, ossia sulle nostre personali inclinazioni (Denkneigungen)  (Wittgenstein, 2006, p. 5). La terapia filosofica favorisce l’autocomprensione del soggetto, lo riconduce a se stesso e lo risveglia da un torpore indotto dalla mancanza di attenzione alla trama dei rapporti tra pensiero, linguaggio e prassi. L’autocomprensione del soggetto ha una funzione terapeutica nel senso che è propedeutica al cambiamento di sé, delle proprie inclinazioni e del proprio modo di vedere, sentire e stare al mondo. Per agevolare il cambiamento la terapia filosofica propone un insieme di “esercizi di educazione per adulti volti alla virata verso la pace nei pensieri […], meta agognata da chi filosofa” (1978, p. 86).

L’insight filosofico.
La filosofia, nella misura in cui ha il potere attivo di rendere il soggetto consapevole della costrizione esercitata su di  lui da determinate immagini, figure o “combinazioni di parole” e di mutare il suo modo di guardare alle cose e a se stesso – di mutare la sua visione del mondo – ha l’obiettivo di produrre un insight nella vita del soggetto per trasformare le circostante di una situazione insoddisfacente. Affinché un insightsia efficace, sia cioè in grado di attuare un reale cambiamento nella vita del soggetto (la psicanalisi docet), il cambiamento deve coinvolgere l’integrità, la coscienza e la consapevolezza del soggetto pensante. Tale consapevolezza non può avvenire accettando un’immagine o una teoria imposta dall’esterno. L’insight filosofico coinvolge l’intera persona, pensieri, linguaggio e azioni.  “Difficoltà della filosofia. Non la difficoltà intellettuale delle scienze, ma la difficoltà di cambiare atteggiamento. Si devono superare le resistenze della volontà” (1996, p. 3).
Atteggiamento e volontà. Le immagini, le figure, le mitologie, le “combinazioni di parole” e pure e le teorie non hanno una matrice solo intellettuale. Trovano la loro radice nei sentimenti e nella volontà del soggetto parlante nel suo mondo. La filosofia, per produrre l’insight, deve tenere in considerazione tutte le variabili della comunicazione e del linguaggio e non solo quelle “logiche” o “cognitive”.

Filosofia e psicanalisi.
La filosofia, come la psicoanalisi, produce un insight nella vita del soggetto, che si suppone, si spera, sia più utile del vecchio. In linea con il lavoro interpretativo dello psicoanalista, l’analisi linguistica del filosofo offre una lettura diversa del materiale semiotico presentato rispetto a quella immediata e superficiale di esso. In entrambi i casi si tratta di portare alla luce e “dare corpo linguistico” a ciò che agisce inconsciamente nei pensieri, nei discorsi e nelle condotte dei soggetti, rischiarando lo sfondo nascosto su cui tali “contenuti manifesti” si stagliano, sfondo in rapporto al quale la logica e le regole apparenti di questi risultano sovvertite. Se compito ultimo dello psicoanalista è verbalizzare le pulsioni messe in scena, agite o mascherate nei sintomi e nelle parole del paziente, la filosofia si propone di esplicitare le modalità operative nascoste negli automatismi del linguaggio. Nel primo caso si tratta di risalire attraverso l’indagine analitica ad accadimenti, situazioni, vissuti rimossi e ricostruire per loro tramite la struttura delle forze e dei conflitti pulsionali che soggiace alla situazione patologica; nel secondo, di dissotterrare l’inconscio semantico del linguaggio portando a consapevolezza i presupposti, gli assunti, le credenze che compongono l’ambito costitutivo latente del senso. Attraverso l’esame del contesto normale, abitudinario in cui operano i singoli giochi linguistici, contesto immediatamente riconosciuto ma non altrettanto facilmente descrivibile128, la filosofia si propone di esibire la loro “grammatica profonda”, contrapponendola alla sintassi ricavata da una valutazione superficiale, puramente linguistica, delle espressioni (RF, 2009, p. 70 e seg).L’opera di chiarimento condotta dalla filosofia procede – come in psicanalisi – per successive approssimazioni e approfondimenti e viene sospinta dal sorgere di difficoltà di comprensione e delle relative esigenze esplicative: l’affacciarsi di un dubbio, il manifestarsi di ambiguità, la domanda di ulteriori ragioni o giustificazioni costringono a scavare nel significato e a portarne alla luce i presupposti nascosti individuando a ogni passo un nuovo piano oppositivo. Il senso viene dunque a definirsi progressivamente delineandosi per differenze, dicotomie, contrapposizioni: ad ogni incrocio o ramificazione viene imboccata una via, decisa una direzione. La rappresentazione del significato di un’espressione linguistica assume così l’aspetto di un itinerario imprevedibile e potenzialmente infinito tracciato seguendo uno dei molteplici percorsi interpretativi che si dipartono dall’espressione in oggetto e procedendo in direzioni variabili a seconda della situazione e delle occasioni.L’analisi filosofica, come la spiegazione psicoanalitica, non mira tanto a ricostruire quel che è realmente avvenuto nei recessi della mente ma a fornire una “rappresentazione perspicua” degli atti esaminati, a proporre un quadro interpretativo plausibile, organico e coerente, la cui validità è confermata “dallo sparire del dubbio, dalla impossibilità di scorgere obiezioni alternative” (Voltolini, 1985, p. 460). In entrambi i casi l’efficacia, il successo e la conseguente interruzione dell’analisi sono dunque decretati sul piano pratico, rendendo marginali le questioni relative alla correttezza e completezza di essa: l’analisi giusta, adeguata è quella che ottiene come risultato la soluzione della situazione problematica che ha sollecitato l’intervento terapeutico e il suo termine è sancito dal consenso dato dal paziente/interlocutore all’interpretazione fornita dall’analista, psicologo o filosofo.Il successo della filosofia non si misura dunque in termini di conoscenza e di teoresi prodotta ma nel grado di trasformazioneeffettuata in colui che si esercita e la pratica. Come il lavoro dello psicanalista, anche il lavoro filosofico sulla propria visione del mondo è interminabile (non termina mai in maniera definitiva), per la semplice ragione che le ansie, le fantasie e le tentazioni teoriche ci definiscono per quello che siamo, e non possiamo pertanto liberarcene come si spezza un incantesimo.

La filosofia di Wittgenstein per la pratica filosofica.
La filosofia, in definitiva, non è una disciplina costruttiva col compito di produrre senso e conoscenza, di oggettivarsi in concetti e teorie, ma di intervenire sula vita del soggetto parlante per evidenziarne e risolverne le anomalie che generano crisi interiori. È una cura del linguaggio attuata mediante il linguaggio stesso, la parola, il discorso; una “cura parlata”, in una “transazione linguistica, o in ogni caso, linguistico-comportamentale-gestuale” (Paganini, 2008, p. 292).
Dal momento che la filosofia attinge termini, concetti e metafore di cui si serve dalla stessa realtà linguistica che prende a oggetto, essa “non può aspirare ad avere il grado di distaccata formalità e di atemporalità di altre parti del sapere scientifico”. Diversamente da queste, essa “è sempre filia temporis, e può essere capita e intesa adeguatamente solo come tale. Non le è dato l’eterno, oltre il contingente suo prodursi se non, forse, nel riconoscersi, appunto, contingente, informale […] un segmento possibile tra le infinite possibilità della storia” (De Mauro, 1994, p. 164-5).Contro l’immagine classica che la raffigura intenta a flirtare con l’Essere, impegnata a librarsi al di sopra della realtà nel tentativo di fissarne in categorie, teorie, sistemi il Necessario e l’Universale, la filosofia viene dunque da Wittgenstein ridimensionata nella portata e reindirizzata negli intenti.Questi sono i punti fondamentali che la filosofia di W. offre alla “filosofia” delle Pratiche Filosofiche, del Counseling e della Consulenza filosofici:– “immersa nel fluire del pensiero e della vita”, agisce nell’esperienza, nel tempo, nel divenire, trovando nelle idee e nei problemi che la congiuntura fa emergere l’occasione per esplicare la propria attività;– radicata a una cultura, a una comunità, a una persona essa può tentare al più di comprendere il proprio ambito storico-culturale e personale, accettandone la contingenza, aspirare a un consenso condiviso, a una “relativa universalità di fatto”;– impegnata nella lotta agli idoli e agli spettri metafisici, non punta tanto a irrigidire il linguaggio e la realtà in strutture essenziali quanto a sciogliere lacci, dissolvere sedimenti, rimuovere ostacoli, decostruire certezze, svolgendo rispetto alla scienza e ai saperi una funzione critica ed ausiliaria;– infine, più che a realizzarsi oggettivandosi in edifici concettuali imperituri, è destinata a consumarsi nell’esercizio della propria pratica, ad annullarsi in esso, a ricominciare e ripetersi.

 In questi punti troviamo l’omaggio offerto dalla filosofia di Wittgenstein a chi si occupa di Pratiche Filosofiche. Un articolo successivo andrà a incarnare le idee qui esposte nel contesto della Consulenza Filosofica e del Counseling Filosofico. 

 Bibliografia

Borutti S., Wittgenstein: il linguaggio come forma, “Cenobio”, XLII, 3, 1993
 De Mauro T., “La comprensione del linguaggio come problema”, in Capire le parole, Laterza, Roma-Bari, 1994
 Gargani A., Linguaggio ed esperienza in Ludwig Wittgenstein, Le Monnier, Firenze 1966
 Marconi D., “Introduzione”, Wittgenstein L., Filosofia, Donzelli, Roma 1996
 Pagnini A., “Freud dopo Wittgenstein”, in Comprendre, 16-17-18, 2008
 A. Voltolini, “L. Wittgenstein: analisi come terapia e analisi come mitologia”, in Rivista di filosofia, LXXXVI,
3, 1985
 Wittgenstein L., Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 2009 (T)
 Wittgenstein L., Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 2009 (RF)
 Wittgenstein L., Della certezza, Einaudi, Torino 1978
 Wittgenstein L., Filosofia, Donzelli, Roma 1996
 Wittgenstein L., Osservazioni sopra i fondamenti della matematica, Einaudi, Torino 1976
 Wittgenstein L., Pensieri diversi, Adelphi, Milano 1980




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