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Il rischio di curare ciò che andrebbe pensato. Non ogni sofferenza domanda trattamento. Di Maddalena Bisollo

“Ogni psicologo che lo voglia o no, che lo sappia o no, nella sua pratica diventa qualche volta un filosofo chiarificatore dell’esistenza”. K. Jaspers

 

Si parla spesso, e giustamente, dei rischi che si corrono quando un disagio clinico viene intercettato da professionisti non formati a riconoscerlo. È un tema serio: chi opera nell’ambito della consulenza, del counseling o delle pratiche filosofiche ha il dovere etico di saper riconoscere ciò che non gli compete e inviare, quando necessario, ad altri professionisti.

Molto meno si parla, però, del rischio opposto, ovvero del danno che si produce quando un disagio che non è clinico viene letto e trattato come se lo fosse.

Eppure accade, spesso.
Accade ogni volta che una crisi di senso viene interpretata come fragilità emotiva.
Ogni volta che un conflitto etico viene ridotto a rigidità cognitiva.
Ogni volta che un dilemma valoriale viene trattato come disfunzione adattiva.
Ogni volta che una domanda sul senso del vivere viene tradotta nel linguaggio del sintomo.

Il problema non è solo teorico, né si tratta di una disputa tra discipline. È un problema che ha conseguenze concrete sulle persone. Perché chi lavora con la sofferenza umana, qualunque sia il suo linguaggio professionale, incontra inevitabilmente anche questioni che non riguardano soltanto il funzionamento psichico, ma il modo in cui una persona abita il senso, il valore, il limite e la propria esistenza.

Quando una sofferenza esistenziale viene trattata in senso clinico, il rischio non è soltanto che venga compresa male ma che la persona impari a comprendersi male. Ed è questo il danno più profondo.

Una persona che attraversa un conflitto esistenziale o valoriale può uscire da un percorso clinicamente ben condotto più regolata, più stabile, perfino più funzionale — ma con la sensazione, spesso muta, di non aver davvero nominato ciò che le sta accadendo.

Ha imparato magari a gestire l’ansia, ma non a interrogare la frattura esistenziale o l’attrito tra coscienza e condotta. Ha contenuto il disagio, ma non ha chiarito le sue contraddizioni. Ha ridotto il sintomo, ma non ha incontrato la vera domanda di fondo.

D’altra parte, una domanda non pensata non scompare. Spesso si ritira oppure si adatta. Magari si maschera meglio, ma continua comunque ad agire.

Qualche volta riemerge sotto forma di ritorno sintomatico. Altre volte si esprime in decisioni cronicamente rinviate oppure cronicizza in senso di estraneità, appiattimento, anestesia del desiderio. Talvolta prende la forma opaca di benessere funzionale in cui la persona “sta meglio”, ma non sa più bene in nome di cosa stia vivendo.

Questo è uno dei primi danni: la riduzione della domanda di senso a gestione del proprio funzionamento.

Ma non è l’unico.

C’è un danno identitario più sottile, e anche più grave: la patologizzazione indebita modifica il modo in cui la persona si racconta a sé stessa.

Se un conflitto morale viene letto come tratto disfunzionale, la persona rischia di non interrogare più la tensione tra bene e male, ma di correggerla o silenziarla.
Se una crisi di senso viene trattata come fragilità, rischia di non attraversarla, ma di vergognarsene.
Se una frattura esistenziale viene nominata solo come scompenso, non viene riconosciuta come un passaggio necessario, ma come un difetto.

Il risultato è che la persona non si chiederà:
Che domanda mi pone questa crisi?
bensì piuttosto:
Che cosa non va in me?

Questo slittamento non è neutro. È uno spostamento antropologico radicale, poiché cambia la posizione che la persona assume verso la propria sofferenza: non più interlocutrice di una domanda, ma portatrice di un malfunzionamento.

Un caso, tra i molti possibili

Matteo ha trentotto anni e lavora da tempo in una grande azienda. È competente, stimato, economicamente stabile. Non presenta elementi clinici rilevanti, non mostra segni di scompenso, non ha una sintomatologia marcata. Eppure da mesi riferisce un disagio crescente: irritabilità, fatica, un senso costante di tensione, una stanchezza che non coincide con il carico di lavoro.

Dice di sentirsi “esausto”, ma non tanto fisicamente. Afferma: “Mi sento consumato da quello che faccio, anche se lo faccio bene.”

Lavora nella comunicazione strategica e negli ultimi anni gli è stato chiesto sempre più spesso di costruire narrazioni pubbliche che rendano accettabili decisioni aziendali che lui stesso considera opache, manipolative, talvolta profondamente scorrette. Non sta subendo un trauma e non è in burnout in senso stretto. Non è neppure incapace di reggere la pressione. Ciò che sta accadendo, invece, è che sta progressivamente diventando intollerabile, per lui, il divario tra ciò che fa bene e ciò che ritiene giusto.

Letto in una cornice esclusivamente clinica, il suo disagio viene trattato come stress lavoro-correlato: sovraccarico, difficoltà di regolazione emotiva, iperattivazione, eccessivo coinvolgimento. Il lavoro terapeutico procede nel modo consueto: contenimento dell’ansia, riduzione del rimuginio, regolazione del sonno, sostegno nella gestione del carico, definizione dei confini.

L’uomo migliora. Dorme meglio. Si attiva meno. Regge meglio le riunioni. Riesce a “staccare”.

Il sintomo si attenua. La funzionalità torna. L’intervento sembra davvero funzionare.

Ma il conflitto resta intatto.

E poiché resta intatto, presto o tardi ritorna.

Dopo alcuni mesi ricompare l’insonnia. Poi una forma più cupa di irritabilità. Poi l’apatia. Quindi una stanchezza più profonda, non più agitata ma svuotata. Il lavoro che prima lo irritava ora lo spegne. Ciò che inizialmente appariva come stress torna in una forma più opaca e più grave: cinismo, anestesia morale, perdita di investimento, senso di estraneità da sé.

Questa volta non dice più: “Sono troppo sotto pressione.”
Dice: “Non mi riconosco più.”

Ed è qui che il problema si mostra per ciò che era fin dall’inizio. Matteo non stava male perché non era in grado di reggere bene ciò che faceva. Stava male perché non riusciva più a considerarlo giusto.

Il suo disagio non nasceva anzitutto da una difficoltà di regolazione ma da un conflitto etico. Non era primariamente un problema di tenuta ma di tollerabilità morale.

Ciò che lo consumava non era semplicemente il troppo ma un conflitto di valori.

L’intervento clinico aveva ridotto gli effetti psichici del conflitto ma senza prendere in considerazione adeguatamente la causa. Matteo era stato quindi aiutato a funzionare meglio ma dentro una contraddizione che continuava a ferirlo.

Ed è qui che il danno si fa sottile ma serio.

Perché se un conflitto etico viene trattato solo come stress, la persona rischia di non interrogare più il proprio conflitto di valori, ma di sedarlo. Se il disagio morale viene letto come fragilità, rischia di non chiarire il proprio limite, ma di percepirlo come una difficoltà personale.
La persona impara non a comprendere meglio ciò che non può più sostenere, ma a funzionare meglio contro se stessa.

E quando questo accade, il sintomo apparentemente attenuato in realtà arretra, si organizza e poi
ritorna dopo, in forme più complesse. Per esempio, come apatia o come cinismo o magari  nella forma della disaffezione radicale.

Ciò cui occorre prestare attenzione, in questi casi, non è tanto che la persona in generale “migliori”.
Perché il problema è il modo in cui migliora.

Può diventare più efficiente, più regolata, più adattiva — e insieme più distante dalla propria capacità di giudizio.

E questo non è un esito di cura, ma una forma più sofisticata di disconnessione da sé.

Clinicizzare indebitamente una crisi esistenziale può allora produrre effetti iatrogeni sottili ma profondi: aumentare la dipendenza dal giudizio clinico, indebolire la fiducia nel proprio pensiero, trasformare un conflitto umano in una fragilità percepita, sostituire il lavoro sul senso con il lavoro dell’adattamento.

Non si tratta di negare il valore della clinica, naturalmente, ma di ricordare che essa non esaurisce l’umano.

Così come counselor e consulenti filosofici hanno il dovere di riconoscere i confini del proprio lavoro, anche i professionisti della clinica dovrebbero poter riconoscere ciò che clinico non è.

Non certo per rinunciare a curare ma per non sottoporre a trattamento ciò che, prima di tutto, chiede di essere compreso e pensato.

Per questo, se ai professionisti non clinici chiediamo giustamente una corretta alfabetizzazione psicologica, ai professionisti della clinica dovremmo poter chiedere con la stessa chiarezza una più solida alfabetizzazione filosofica: non per trasformare i clinici in filosofi, ma per restituire loro strumenti capaci di distinguere la disfunzione dalla domanda di senso.

Non ogni sofferenza domanda trattamento: alcune domandano pensiero.

E trattarle come sintomi, quando sono domande, non è prudenza.
È una forma colta di fraintendimento.

E talvolta, fa danno.

 

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