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Il disagio non clinico nei giovani: una responsabilità educativa e culturale – Di Maddalena Bisollo

Il disagio non clinico nei giovani

Perché riconoscerlo è oggi una responsabilità educativa e culturale

Negli ultimi anni il disagio giovanile è diventato uno dei temi centrali del dibattito pubblico. Ansia, depressione, ritiro sociale, fragilità emotive: il lessico con cui descriviamo la sofferenza dei giovani è sempre più spesso un lessico clinico. A questa lettura ha fatto seguito, in modo comprensibile, un rafforzamento dei servizi psicologici e terapeutici.

Tuttavia, nell’esperienza quotidiana di chi lavora con adolescenti e giovani adulti, emerge con sempre maggiore chiarezza una zona che sfugge a questa cornice: una forma di sofferenza che non è clinica, ma che incide profondamente sulla vita, sulle scelte e sull’immagine di sé.

Riconoscere questa forma di disagio non clinico nei giovani è oggi una questione cruciale, non solo per chi opera nella relazione d’aiuto, ma per chiunque abbia responsabilità educative, culturali e istituzionali.


Quando il disagio non prende la forma della patologia

Il disagio non clinico non coincide con una diagnosi né con un disturbo psicologico strutturato. Spesso non si manifesta attraverso sintomi riconoscibili, ma attraverso esperienze di smarrimento, blocco e disorientamento.

Nei giovani assume forme ricorrenti:

  • difficoltà a riconoscersi nel proprio percorso di vita;
  • sensazione di essere “fuori posto” pur funzionando;
  • incapacità di immaginare il futuro;
  • fatica a dare un nome a ciò che si prova;
  • mancanza di senso in ciò che si vive o si fa;
  • percezione di trovarsi in un passaggio senza coordinate.

Molti giovani descrivono questa condizione con parole semplici e precise:
“Non so se sto male, ma non sto bene.”
È una frase che dice molto più di quanto sembri.


Perché il disagio dei giovani viene spesso letto solo in chiave clinica

I servizi di ascolto e cura sono storicamente costruiti attorno al paradigma clinico. Questo produce un effetto quasi automatico: la domanda di aiuto viene interpretata come domanda terapeutica, anche quando nasce da una crisi di senso, da un passaggio esistenziale o da una difficoltà di orientamento.

Non si tratta di una mancanza di sensibilità, ma di un limite strutturale dei dispositivi disponibili. Quando il linguaggio dominante è quello clinico, ciò che non vi rientra tende a essere:

  • medicalizzato, oppure
  • escluso e lasciato senza risposta.

Per i giovani questo può avere conseguenze rilevanti: sentirsi “non abbastanza in difficoltà” per chiedere aiuto, oppure pensare che ogni sofferenza debba essere letta come segnale di patologia.


L’importanza di riconoscere il disagio non clinico nei giovani

Riconoscere il disagio non clinico significa, prima di tutto, restituire legittimità a forme di sofferenza che non sono malattie. Ma significa anche prevenire processi di cronicizzazione.

Un giovane che non trova uno spazio adeguato per pensare ciò che vive può:

  • rimanere bloccato in uno stato di sospensione prolungata;
  • interiorizzare l’idea che, senza una diagnosi, la propria esperienza non meriti ascolto;
  • arrivare ai servizi clinici solo quando la sofferenza si è irrigidita.

In questo senso, il lavoro sul disagio non clinico non si oppone alla psicologia o alla psicoterapia, ma le affianca, intercettando una domanda diversa e spesso precedente.


Un’esperienza già in atto: il Centro di Ascolto Aria di Torino

La possibilità di intercettare e accogliere il disagio non clinico dei giovani non è solo un’ipotesi teorica. È già una realtà operativa in alcuni contesti.

L’esperienza di Aria, che affianca allo sportello psicologico e all’accoglienza educativa uno spazio di colloqui filosofico–esistenziali e di gruppi filosofici per giovani dai 14 ai 28 anni, mostra come sia possibile costruire dispositivi di ascolto capaci di distinguere tra domanda clinica e domanda di senso.

In questo spazio, i giovani possono accedere a un ascolto che non chiede di definirsi attraverso una diagnosi, ma accoglie il vissuto come domanda aperta. Il valore di questa esperienza non sta nei numeri, ma nel fatto che rende visibile e praticabile una risposta diversa al disagio: uno spazio che riconosce la sofferenza non clinica come degna di attenzione, parola e accompagnamento.

Aria dimostra che integrare pratiche filosofiche nei servizi rivolti ai giovani non solo è possibile, ma risponde a una domanda reale e spesso invisibile.


Il contributo delle pratiche filosofiche

Le pratiche filosofiche operano precisamente in questo spazio. Non si occupano di curare, ma di pensare insieme ciò che accade. Il loro contributo non sta nel fornire risposte, ma nel rendere abitabile l’incertezza.

Attraverso il dialogo filosofico è possibile:

  • dare forma alle domande;
  • rimettere in parola l’esperienza;
  • distinguere ciò che è problema da ciò che è passaggio;
  • sostenere processi di orientamento senza forzare soluzioni.

In questo senso, la filosofia torna a essere ciò che è sempre stata: una pratica capace di accompagnare i momenti di crisi senza ridurli immediatamente a deficit.


Una responsabilità che va oltre i singoli servizi

Riconoscere il disagio non clinico nei giovani non è solo una questione professionale. È una responsabilità culturale che riguarda:

  • scuole e università;
  • servizi educativi e sociali;
  • politiche giovanili;
  • associazioni professionali.

Finché continueremo a pensare che l’unica risposta legittima alla sofferenza sia quella clinica, una parte significativa dell’esperienza giovanile resterà senza parola e senza spazio.

Le pratiche filosofiche possono contribuire a colmare questo vuoto, costruendo dispositivi di ascolto capaci di intercettare la domanda prima che diventi patologia e di restituire ai giovani la possibilità di pensarsi come soggetti in ricerca, non solo come pazienti potenziali.


Conclusione

Non tutto il disagio dei giovani è una malattia.
Ma tutto il disagio dei giovani chiede di essere riconosciuto e pensato.

Dare nome al disagio non clinico significa aprire spazi di parola, di orientamento e di responsabilità condivisa. È in questi spazi che le pratiche filosofiche trovano oggi una delle loro funzioni più necessarie.

 

Per informazioni sullo spazio di ascolto filosofico-esistenziale Aria: aria@comune.torino.it 

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