Negli ultimi giorni ha circolato molto un articolo dal titolo volutamente provocatorio: “Nell’era dell’AI, la professione più ricercata è il filosofo”.
Naturalmente il titolo esagera. Basta guardarsi intorno per capire che il mondo non è improvvisamente pieno di offerte di lavoro per filosofi e filosofe. Eppure l’articolo intercetta qualcosa di reale: nell’epoca dell’intelligenza artificiale stanno tornando centrali competenze che per anni sono state considerate marginali o “poco utili”. Pensiero critico, interpretazione, riflessione etica, capacità di interrogarsi sui fini e non soltanto sui mezzi.
Il punto interessante, però, forse è un altro.
Per costruire AI “migliori”, molte aziende tecnologiche cercano filosofi. Cercano persone capaci di riflettere su linguaggio, responsabilità, bias, valori, implicazioni morali. Non a caso filosofi come Luciano Floridi sono diventati punti di riferimento internazionali proprio perché il problema dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnico: riguarda il modo in cui immaginiamo l’essere umano, la libertà, il potere e il futuro.
Eppure accade qualcosa di curioso.
Quando invece è un essere umano a vivere una crisi, un disorientamento, un conflitto esistenziale o una domanda di senso, il riferimento quasi automatico della nostra cultura diventa quello psicologico o clinico. Come se la macchina avesse bisogno di filosofia, mentre l’essere umano avesse bisogno soprattutto di essere corretto, regolato o curato.
Sia chiaro: la questione non è contro la psicologia, disciplina fondamentale e spesso necessaria. Sarebbe assurdo negarlo. Il problema è un altro: il modo in cui la nostra epoca interpreta la sofferenza umana.
Perché facciamo sempre più fatica a riconoscere che non ogni crisi è una patologia, che non ogni disagio è un sintomo, che non ogni fatica relazionale o esistenziale domanda immediatamente trattamento clinico?
Esistono esseri umani che non stanno semplicemente “male”: stanno cercando orientamento. Stanno vivendo dilemmi morali o tentando di capire chi sono, cosa desiderano, come abitare il mondo, quale significato dare alla propria esperienza.
Domande profondamente filosofiche.
In fondo, da anni Umberto Galimberti insiste sul fatto che il nostro tempo rischia di ridurre l’essere umano a semplice funzione all’interno dell’apparato tecnico. La tecnica, sostiene, non è più soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo: è diventata il criterio stesso con cui interpretiamo il mondo e noi stessi.
Ma c’è un altro elemento che colpisce.
Oggi si parla molto del rischio che le AI diventino discriminatorie: razziste, sessiste, abiliste, omotransfobiche. E infatti si cercano filosofi, esperti di etica e studiosi del linguaggio per interrogarsi sui pregiudizi incorporati negli algoritmi.
Per combattere le discriminazioni delle macchine chiediamo filosofia.
Per combattere quelle degli esseri umani, invece, sembra che chiediamo soprattutto empatia.
Come se il problema fosse soltanto emotivo.
Eppure discriminare non significa semplicemente “non essere abbastanza sensibili”. Significa spesso abitare inconsapevolmente idee, categorie, visioni del mondo, concetti di normalità, identità e valore umano.
Cioè ancora una volta un terreno profondamente filosofico.
Forse è anche per questo che, accanto agli approcci psicologici, avrebbe senso restituire spazio a pratiche capaci di lavorare sul pensiero, sui significati, sulle idee implicite attraverso cui leggiamo noi stessi e gli altri. È qui che il counseling filosofico prova ad aprire uno spazio particolare: non centrato sulla diagnosi, ma sull’ascolto, sul dialogo e sulla possibilità di sviluppare strumenti riflessivi per comprendere la propria esperienza.
E allora emerge il paradosso.
Per l’AI comprendiamo intuitivamente che non basta il funzionamento tecnico. Servono riflessioni su etica, linguaggio, responsabilità, senso, limiti. Servono filosofi. Per gli esseri umani, invece, rischiamo sempre più spesso di pensare che ogni sofferenza debba essere immediatamente gestita, trattata o normalizzata.
Forse il paradosso più grande della nostra epoca è questo: usiamo la filosofia per impedire alle macchine di diventare disumane, mentre agli esseri umani concediamo sempre meno spazi in cui interrogarsi filosoficamente sulla propria esistenza.
Come se avessimo capito che l’intelligenza, senza etica e senza pensiero, possa diventare pericolosa… ma continuassimo a dimenticarcene quando l’intelligenza è umana.
E forse il punto non è scegliere tra filosofia e psicologia ma chiederci che idea di essere umano stiamo costruendo, se ogni crisi viene letta solo come malfunzionamento e non anche come domanda di senso.
Perché un essere umano non è soltanto un problema emotivo da riparare.
È una rete di significati e un universo di pensieri che meritano di essere presi sul serio.

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