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La promessa tradita dei Social: storie dal laboratorio filosofico “Corpo e Pixel”. Di Maddalena Bisollo e Luca Nave

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Tutti i giovedì abbiamo il privilegio di incontrare un gruppo di adolescenti e giovani adulti per fare filosofia con loro. Il contesto è “Aria Spazi Reali”, un luogo di co-progettazione tra tante associazioni del Comune di Torino che, a vario titolo, si occupano di “salute e adolescenti”.

Uno degli incontri del Laboratorio “Conosci te stesso” è stato dedicato a “Pelle” e “Pixel”, tra corpi, schermi e trasformazione dei legami.

L’incontro è iniziato con il “Brainstorming Filosofico”. La parola che ha scatenato la tempesta di idee è “Social (Network)”. Partiamo dalla fine: di seguito la lavagna con tutte le parole o brevi espressioni pronunciate dei partecipanti.

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Nel nostro “Brainstorming Filosofico” non ci si limita a dire la parola che lo stimolo suscita ma chiediamo a chi la pronuncia la narrazione della “storia” che dà significato a essa. Le parole e le storie sono, a dir poco, inquietanti.

Dopo pochi secondi dall’inizio dell’attività, Ettore pronuncia la prima parola: “male”, quindi racconta: “i Social sembrano strumenti per farti stare bene, per essere connessi con tante persone, per informarti e per diminuire la solitudine. In realtà producono l’effetto contrario”. Da qui segue la parola “inganno”. Tutti concordano che i Social “fanno male alle relazioni” che diventano sempre più superficiali, mentre il confronto continuo con vite in vetrina genera “passioni tristi” come invidia e insicurezza. Le notifiche e lo “scrollare” consumano tempo sottraendolo alle “relazioni reali”.

Le parole “droga”, “dipendenza” e “chat tossiche” suscitano pensieri ed emozioni complesse che spaziano dal timore di perdere il controllo (“senza rendersene conto”) all’alterazione della propria identità sospesa tra reale e virtuale, passando attraverso il senso di colpa per il tempo sprecato e la vergogna per la perdita dell’autonomia deliberativa: “non vorrei stare ‘tutto il giorno’ sui Social – afferma Gabriella – ma alla fine mi viene automatico ‘scrollare’, è un gesto ‘involontario’”. Le “chat tossiche” amplificano ansia e confronto, premiando reazioni immediate e mantenendo il circuito della dipendenza.

A sostegno di questi argomenti si introduce il fattore neurobiologico “dopamina”, simbolo della perdita di controllo delle nostre azioni: la ricompensa edonistica genera comportamenti ripetitivi e rende lo scrollare automatico assai piacevole. Nessun termine meglio di “schiavitù” richiamerebbe la costrizione a dover rispondere a stimoli continui, a sentirsi sempre disponibili, come se il padrone smartphone dettasse spazi, tempi e attenzioni.

Visto che, come scriveva  Friedrich Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, siamo andati alla ricerca di àncore di salvezza in questo scenario alquanto dispotico. “Che cosa ci può salvare?”, chiediamo.

Prime e promettenti parole: “pensiero critico” e “consapevolezza” delle “bolle di conoscenza” generate dagli algoritmi e dalle reti sociali, che ci mostrano sempre contenuti  che confermano ciò che già pensiamo, creando ambienti chiusi dove si confermano opinioni e informazioni omogenee: la bolla impedisce il contatto con punti di vista diversi. La “polarizzazione” è la conseguenza di queste bolle: le posizioni prese si irrigidiscono, i gruppi si estremizzano e il dialogo perde possibilità di compromesso e di comprensione reciproca. L’espressione “IA come un dio” sintetizza la sfiducia verso tecnologie che decidono per noi quali notizie vedere, quali contenuti promuovere, ecc.  L’informazione, insomma, è condizionata in modo da limitare l’accesso a una visione ampia e critica del mondo. Essere consapevoli di questi pericoli e dotarsi di un sano pensiero critico sembrano buoni antidoti per difendersi dai Social e farne un uso più razionale e funzionale al proprio benessere.

Il vero antidoto contro la violenza dei Social è semplice e pratico ma difficile da attuare: “fare cose reali e non stare sui Social”, “stare bene offline”, “esercitare la forza di volontà per non cedere all’abitudine”. Youssef racconta di un viaggio a Lione con due suoi amici. Hanno deciso di scollegarsi dalla rete, quindi anche da Google Maps: “Abbiamo comprato una cartina della città e ci siamo orientati con quella. Vedi il mondo in maniera diversa, non sai quando arrivi a destinazione con precisione, rischi di perderti tra le strade, e la gente ti guarda in maniera strana. Se chiedi indicazioni ai francesi ti dicono: ‘guarda Google Maps!’. È ‘normale’”. Beppe racconta quelle serate trascorse con i suoi amici a giocare alla Play Station: “abbiamo deciso che è vietato guardare il cellulare per tutta la sera, ma non tutti riescono. Sembra facile. Qualcuno va in bagno per vedere se ha messaggi su WhatsApp ‘importantissimi’”.

L’espressione “leggere (libri) salva” pronunciata da Elisa, una fervida lettrice di libri cartacei, appare a tutti un po’ utopica. Il libri cartacei sembrano robe da boomer, Pixel prende più di carta: “vince a mani basse”, dice Gianni. Con questa utopia concludiamo il laboratorio prima del feedback riflessivo finale.

Il laboratorio “Corpo e pixel” ha messo in luce l’idea di Emanuele Severino che, ante litteram rispetto all’uso così massiccio dei Social, sosteneva che la tecnica, oggi evoluta nell’era del digitale, non è neutrale: crea mondi e plasma le nostre visioni del mondo, agisce sulle nostre credenze, permea i nostri valori e condiziona profondamente decisioni e  azioni. Il messaggio finale è chiaro: solo un eremita può rinunciare agli strumenti tecnici e alle “connessioni” dell’era digitale ma si possono recuperare la centralità del corpo e spazi di libertà e di cura dove il benessere possa davvero tornare a essere quello che era stato promesso dai Social.

Concludiamo con un atto di autoconsapevolezza, sostenendo che “mentre gozzovigliamo tutta la notte in questo festino nuziale che è la tecnologia, non sarebbe una cattiva idea pensare anche al prezzo che paghiamo, che pagheremo domani e per sempre” (Gerd Leonhard, Tecnologia vs umanità. Lo scontro prossimo venturo, Egea, Milano 2019).

 

 

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